Usa-Iran: cosa si nasconde dietro l’uccisione di Soleimani

di Pino Nicotri
Pubblicato il 5 Gennaio 2020 21:00 | Ultimo aggiornamento: 6 Gennaio 2020 10:37
Suleimani, Ansa

(foto d’archivio Ansa)

ROMA – Se fosse servito a far crollare l’attuale regime iraniano, una teocrazia un po’ troppo reazionaria e autoreferenziale, con corruzione scandalosamente diffusa, non ci saremmo certo molto scandalizzati per l’assassinio del capo militare iraniano Soleimani e della decina di persone uccise assieme a lui a Bagdad dai missili sparati per ordine diretto di Donald Trump. Missili che purtroppo secondo alcuni pare proprio siano stati sparati da un drone partito da Sigonella, cioè dalla Sicilia, alla faccia della sovranità della Repubblica italiana. In ogni caso, se fosse vero che Soleimani stava preparando attentati contro il personale diplomatico USA in Iraq sarebbe bastato sputtanarlo pubblicando su giornali e mass media le prove di tali suoi piani, facendoli così abortire sul nascere.

Oppure sarebbe bastato spostare il personale preso di mira o anche semplicemente avvertire Soleimani che i suoi preparativi erano ben noti alla Casa Bianca e al Pentagono e che quindi non ci provasse altrimenti ne avrebbe pagato le conseguenze. E’ invece evidente che la scusa addotta da Trump per giustificare l’assassinio di Soleimani (e delle varie persone uccise assieme a lui) non sta in piedi. Un’altra bugia per ingannare il mondo e lo stesso popolo USA dopo l’enorme panzana delle “bombe atomiche prodotte da Saddam Hussein”? Panzana, quella delle “atomiche di Saddam”, utilizzata deliberatamente per poter invadere militarmente l’Iraq (col contorno di varie decine di migliaia di vittime irachene). E se Soleimani o chi per lui minaccia il personale diplomatico in USA presente in Iraq forse è il caso di ricordare che tale presenza è la conseguenza di una invasione militare: invasione militare nel 2003 di un Paese sovrano nata da una frottola e seguita dall’occupazione in stile coloniale di ben 14 pezzi di territorio adibiti a basi militari, compresa quella adibita a base aerea ad Al Balad.

Basi utilizzate per “proteggere”, cioè condizionare, il governo messo in piedi dagli USA in Iraq e gli interessi USA in quella zona del mondo. La scusa accampata da Trump fa sorridere perché i suoi predecessori alla Casa Bianca a suo tempo hanno tentato di assassinare per esempio non solo il leader cubano Fidel Castro, che col terrorismo nel mondo non aveva nulla a che spartire e che non minacciava di colpire nessun personale USA in nessun Paese. I tentativi della Casa Bianca di uccidere Castro pare siano stati addirittura 638, stando al libro intitolato “638 ways to kill Castro” scritto dall’ex capo dei servizi segreti cubano Fabio Escalante.

In un’occasione un sigaro esplosivo è stato offerto al presidente cubano poche ore prima della sua visita alle Nazioni Unite. Nel 1985, invece, la CIA pensò di contaminare con il botulino un altro sigaro. E data la passione di Fidel per le immersioni subacquee la Cia disseminò di appositi molluschi l’area delle immersioni, sperando che Castro ne prendesse uno: erano tutti imbottiti di esplosivo

. La CIA arruolò anche un’amante di Fidel consegnandole delle pillole tossiche, che però si sciolsero nella crema nella quale erano state nascoste. Poi fu la volta dei tè avvelenati, dei dolci tossici, delle penne stilografiche al cianuro e di altro ancora. Passarono gli anni e i decenni, ma la volontà USA di assassinare – se non altro per vendetta tardiva e ammonimento ai suoi emuli – l’ormai anziano leader cubano non demordeva. Il tentativo più noto è infatti del 2000, quando durante una visita a Panama di Castro un ordigno di ben 90 chilogrammi di esplosivo potentissimo avrebbe dovuto far saltare il palco dal quale l’ormai 74enne leader cubano doveva tenere uno dei suoi discorsi fiume, ma la maxi bomba venne scoperta in tempo dagli uomini dei servizi segreti cubani.

Non era un terrorista neppure l’ex primo ministro Patrice Lumumba della repubblica congolese – da poco affrancatasi dal feroce colonialismo belga – destituito e fatto prigioniero dal colonnello Mobutu e assassinato nel ’61 assieme a due suoi ministri, Joseph Okito e Maurice Mpolo. Non era un terrorista, non aveva piani per colpire personale diplomatico USA, eppure Lawrence Devlin, capo della stazione della CIA in Congo all’epoca, nel 2000 ha dichiarato che la CIA aveva messo in piedi un piano avvelenare Lumumba, ma non riuscì a realizzarlo.

Gli Stati Uniti erano un forte alleato del Belgio e partecipavano allo sfruttamento dell’uranio del Congo per le migliaia di bombe atomiche che hanno man mano prodotto. Una fonte del libro “Death in the Congo”, scritto da Emmanuel Gerard e pubblicato nel 2015 sostiene che a pianificarne l’uccisione sono stati gli USA. L’uccisione di Soleimani è salutata con grande soddisfazione da vari ambienti e personalità, che evidentemente non si rendono conto che legittimare l’uccisione di chi “preparava azioni contro personale diplomatico USA” significa legittimare simmetricamente l’uccisione da parte di vari Paesi – Iran, Corea del Nord, Siria, Turchia, ecc. – di chi in Occidente si dà da fare contro di loro per farne cadere i governi o per frantumarne l’unità nazionale o per sabotarne o almeno rallentarne l’economia o le capacità nucleari anche solo civili, vedi il caso degli scienziati nucleari iraniani uccisi negli ultimi anni da mani “misteriose”, che anche i sassi sanno bene quali siano.

Per non parlare del lungo elenco dei Paesi sudamericani che da parte degli USA hanno subito di tutto e di più e che ancora oggi continuano a subire interferenze non sempre limpide e legittime. C’è solo da sperare che l’Iran non caschi nel tranello, l’ultimo di una serie di azioni diplomatiche ostili USA iniziate con le sanzioni economiche, ed eviti di rispondere alla pari innescando una escalation dalla quale non avrebbe nulla da guadagnare e molto invece da perdere. Così come avremmo non poco da perdere anche noi in Europa, compreso il BelPaese di Sigonella.