Vedova De Pedis contro Veltroni. Caso tomba per far scordare l’Africa

di Pino Nicotri
Pubblicato il 2 Aprile 2012 12:04 | Ultimo aggiornamento: 2 Aprile 2012 17:07

Carla De Pedis, la vedova dell’ormai famoso Enrico detto “Renatino”, trasformato dalla fiction nel personaggio Dandy, è un fiume in piena, dopo le nuove iniziative di Walter Veltroni, seguito a ruota nella ricerca di facile demagogia e pubblicità dal sindaco di Roma Gianni Alemanno.

Dice: “La prima persona che vuole portar via la salma di mio marito Enrico De Pedis dalla basilica di S. Apollinare sono io. Lo farò appena possibile, quanto prima, spero subito dopo Pasqua. Mi pento di avercela fatta traslare dalla tomba della mia famiglia al Verano solo perché nella basilica di S. Apollinare ci eravamo sposati e quindi per me aveva un grande significato sentimentale e affettivo. In più si trova a 200 metri da dove lavoro da 30 anni e quindi per me era comodo poter andare a far visita alla tomba di mio marito ogni volta che volevo, senza dover fare chilometri in auto. Mai avrei potuto immaginare la pazzia che ormai è in scena da sette anni e ora è all’acuto. Ma certo non posso spostare nulla se prima la magistratura non decide cosa fare, se aprire o no la bara e fare tutte le verifiche che credono opportuno fare. Sono nella scomoda situazione che qualunque cosa faccio sbaglio e mi può essere rinfacciata. Se non faccio nulla, continua questa incredibile canea. Se faccio qualcosa, mi sparano addosso l’accusa di voler fare sparire chissà cosa. E non manca neppure la giornalista che dice che ormai c’è stato tutto il tempo di fare sparire “tutto” e che perciò non solo è inutile aprire la bara, ma anche dannoso perché si farebbe il nostro gioco: trovandola “pulita” ci verrebbe rilasciata una patente di innocenza. No comment, è meglio“.

Continua: “Ho fiducia nella magistratura. Attendo che decidano qualcosa. Qualunque cosa, purché decidano. Poi finalmente i resti di mio marito saranno soltanto miei e usciranno da questa incredibile storiaccia a puntate, iniziata nel 1995 con una serie di articoli della giornalista Antonella Stocco. Quando due anni dopo il magistrato Andrea De Gasperis archiviò tutto perché non trovò nulla di irregolare, ebbe buon fiuto: “Nel giro di un paio d’anni sulla tomba di suo marito cominceranno a ricamarci su”. E infatti…. Anche se in realtà ci sono voluti più di due anni, abbiamo dovuto aspettare che uscisse “Romanzo criminale”, che con il film e la omonina serie televisiva è piaciuto talmente tanto da indurre molta gente a preferire anzi a pretendere di sostituire la realtà con le cose lette nel romanzo e viste nel film e telefilm. E’ servita egregiamente a questo soprattutto la famosa telefonata anonima a “Chi l’ha visto?”, del settembre 2005, con la quale è stata lanciata l’idea assurda che la tomba di mio marito in S. Apollinare sia stato il premio per favori da lui fatti al cardinale Ugo Poletti e che nascondesse la verità e magari anche le ossa della povera Emanuela Orlandi. Scomparsa, si noti bene, ben sette anni prima di mio marito. Emanuela è sparita il 22 giugno 1983, mio marito è stato ucciso il 2 febbraio 1990”.

Il fatto che suo marito sia stato ucciso non le fa pensare a un regolamento di conti tra malavitosi o comunque ad attività illegali di suo marito?

Guardi, posso pensare a mille cose, ne ho lette e continuo a leggerne di tutti i colori, ma io posso fare riferimento solo alla realtà che ho vissuto, cioè all’Enrico De Pedis che ho conosciuto io e con il quale ho vissuto, il cui ricordo amo come ho sempre amato, l’uomo in carne e ossa fin dal primo giorno. Per convincermi di altro ci vogliono le prove. Ripeto, le prove. Non le affermazioni indimostrabili di tutti i tipi, molte delle quali rivelatesi false nel corso delle indagini e dei processi. Trovo grave che l’onorevole Veltroni definisca mio marito, in interviste e perfino in parlamento!, “il capo della banda della Magliana”, quando non esiste neppure una condanna di Enrico, neanche come semplice gregario di una qualche banda. Se ragioniamo come Veltroni,dovremmo anche credere ai vari dossier Mitrokhin e “supertestimoni” vari che ne hanno dette di gravi a carico di dirigenti del Partito comunista, di Massimo D’Alema e dello stesso Romano Prodi. Ma neppure la lotta politica può giustificare un tale modo di fare”.

E quindi perché l’hanno ucciso?

E lo chiede a me? Per quello che ho capito io, per rappresaglia contro il suo avere tagliato con l’ambiente non solo malavitoso, ma prudentemente anche con quello dei detenuti rimasti in carcere. Enrico non vedeva l’ora di poter andare in giro a fronte alta. In modo che se avessimo avuto dei figli questi potessero fare una vita normale, pienamente rispettabile”.

A Roma e non solo a Roma è stato dimostrato che le sentenze si possono anche comprare….

E’ vero. Ma dire che sono state comprate tutte le sentenze dei processi di mio marito significa dire che tutta la magistratura romana, compresa addirittura l’intera Cassazione, è in vendita, marcia nel midollo e da tanto tempo. Non credo sia legittimo e realistico pensare una cosa simile. Neppure Berlusconi, uno degli uomini più ricchi del pianeta, è riuscito a comprare tutte le sentenze. Tant’è che ha dovuto ricorrere al farsi fare le leggi ad personam, su misura in parlamento. Mio marito però non è mai stato capo del governo e con la maggioranza del parlamento al guinzaglio“.

Attenzione: “La famosa Operazione Colosseo, che scattò con l’arresto di decine e decine di persone accusate di una serie impressionante di delitti della cosiddetta banda della Magliana, è del 1993: vale a dire, di tre anni dopo la morte di mio marito, al quale erano attribuiti vari reati in tandem con Raffaele Pernasetti. Ma se era già morto, come può avere corrotto i magistrati fino alla Cassazione, che ha demolito le tesi accusatorie dell’Operazione Colosseo? Inoltre Pernasetti è uscito assolto dai reati dei quali era imputato con mio marito: mio marito è intervenuto sui magistrati dall’oltretomba?”

Sentenze a parte, sono in molti a sostenere che i soldi non mancassero neppure a De Pedis.

Sì, l’ho letto. Peccato che nessuno di noi, né io né i fratelli di Enrico, sia ricco. Lavoriamo e viviamo del nostro lavoro. Certo, potremmo condurre vita normale per nascondere chissà quali ricchezze depositate in Svizzera o chissà dove. Ma ci sono alcuni ma. Io ho i miei genitori che hanno ormai la bella età di 90 anni, abitano con me in una casa normalissima e li accudisco di persona, senza infermieri, camerieri, ecc. Le pare che se avessi soldi farei fare loro la vita che fanno? E le pare che me ne starei in Italia a lavorare anziché sparire e godermi gli anni che mi restano dove non mi troverebbe più nessuno? Non ho figli ai quali lasciare soldi e quant’altro eventualmente ci fosse. Che ci faccio con le “grandi ricchezze” che si pensa siano acquattate da qualche parte all’estero? Quando me le godo? Con chi? Me le porto nella tomba? Ho letto che con l’Operazione Colosseo furono sequestrati beni per 80 miliardi di lire dell’epoca, più o meno 80 milioni di euro di oggi. Era quello il “tesoro” della “banda della Magliana” o del suo “capo” De Pedis? Se sì, allora è sfumato. E’ per mettere le mani su quel tesoro che mi hanno ammazzato il mio uomo? Beh, allora l’hanno ucciso inutilmente“.

Infine: “Ho letto che Enrico era il proprietario del night club Number One, di negozi, immobili, ecc. Ma com’è che non mi è stata sequestrata neppure mezza carta di queste asserite proprietà? Le hanno sequestrate a prestanomi? Quali? Quando? Come si chiamano? Perché gli inquirenti non mi hanno mai detto né chiesto nulla in merito?”.

Quando faccio notare queste cose mi accusano di voler far passare suo marito per uno stinco di santo.

Che fa, ora sfotte anche lei? Non ho mai detto che era uno stinco di santo. Ha fatto degli errori da giovanissimo, ma che io sappia ha voluto venirne fuori, anche per amore verso di me. I suoi fratelli li ha anche presi a sberle da giovanissimi per costringerli a non avere amicizie pericolose. Tenga presente che è morto a 36 anni, non a 80, e che qualche anno lo ha passato in carcere per accuse dalle quali è stato prosciolto e per una condanna annullata nel nuovo processo ordinato dalla Cassazione. Quindi non ha avuto neppure il tempo di fare la carriera criminale attribuitagli dal romanzo e dai telefilm. Negli ultimi anni a me risulta lavorasse nel campo dell’antiquariato, in particolare aveva comprato una grossa partita di lampade Liberty a poco prezzo mi pare in Francia e le rivendeva guadagnando il giusto. Una di queste lampade la trova nella cripta di Enrico, a illuminargli il sonno eterno. Oggi ci sono le sale del Bingo e di altri tipi di scommesse, non vedo cosa ci fosse di orribile se mio marito si fosse eventualmente occupato di cose simili, ad esempio di slot machine nei circoli e in altri posti”.

Potrebbe suo marito avere fatto il favore a qualche pezzo grosso vaticano o assai vicino al Vaticano di far sparire il cadavere di Emanuela, onde evitare scandali devastanti, ricevendone in cambio l’onore della sepoltura in S. Apollinare?

In linea teorica tutto è possibile, anche se assurdo. E poi che si mettano d’accordo: il “rapimento” di Emanuela è stato “un favore al cardinale Poletti”, come ha detto l’autore della telefonata del 2005 a “Chi l’ha visto?” e si sostiene oggi, o è stato invece un “ordine impartito da monsignor Marcinkus per mandare un messaggio a qualcuno”, come sostiene invece la “supertestimone” Sabrina Minardi? Nella lingua italiana un favore è una cosa, un ricatto è tutt’altra cosa, certo non un favore. Non le pare?

E allora: “Don Piero Vergari, il rettore di S. Apollinare, ha aiutato Enrico quando è uscito dal carcere di Regina Coeli, dove lo aveva conosciuto come aiutante del cappellano, inoltre in quella basilica lui ci ha unito in matrimonio, e così Enrico quando ha potuto ha aiutato a sua volta don Piero con offerte per i poveri e cose di questo genere. Ecco perché don Piero ha acconsentito alla mia richiesta di poter seppellire mio marito nella basilica dove ci eravamo sposati e alla quale quindi ero molto legata. Richiesta, ripeto, mia, non di Enrico. Sapevo che l’idea gli sarebbe piaciuta, visto che in quella basilica ci eravamo sposati, ma è surreale pensare che fosse stato lui, nel pieno della giovinezza, a pensare già alla morte e chiedere di essere seppellito lì una volta passato a miglior vita. Queste sono fesserie da film”.

Pertanto: “Immaginare che ci sia stato un complotto ordito dal cardinale Poletti, all’epoca responsabile del Vicariato di Roma e presidente della CEI, insieme con don Piero, me, i fratelli De Pedis, il Comune di Roma, l’Ufficio igiene, il cimitero del Verano e l’Ufficio comunale delle sepolture, per mettere la salma Enrico nel sotterraneo della basilica abbandonato da oltre un secolo, è un’idea talmente stupida, da romanzo di quarta categoria, che mi chiedo come possa averla fatta propria persino un personaggio come Veltroni”.

Tutta questa storia, che va avanti da ormai sette anni, avvelenandole la vita, cosa le fa pensare?

Guardi, non voglio fare paragoni assurdi, ma mi fa pensare due o tre cose. La prima è che forse l’onorevole Veltroni ha creato questo clamore, su un caso che nei fatti non esiste, per far dimenticare la sua promessa, ripetuta più volte in tv a partire dall’8 gennaio 2006 a “Che tempo che fa”: che se ne sarebbe andato a vivere in Africa. La seconda è che mio marito resterà prigioniero di leggende metropolitane come la regina Maria Antonietta. Solo di recente si è cominciato ad ammettere che non ha mai detto la cinica frase per la quale è passata alla storia: “Il popolo non ha più pane? Che mangi allora brioche!”. Spero che per mio marito non ci vorranno secoli prima che lo si liberi dalla leggenda metropolitana alla quale è stato incatenati da anni. Non voglio che Enrico sia il Girolimoni del terzo millennio!”

Un pensiero atroce: “La terza cosa che mi viene da pensare è come si scatenò la folla romana nel dopoguerra quando, durante il processo all’ex direttore di Regina Coeli Donato Carretta, una certa Maria Ricottini si mise a urlare la balla colossale: “E’ lui che ha ucciso mio figlio!”. Carretta venne rincorso per strada, malmenato e gettato nel Tevere, dove venne raggiunto con una barca e massacrato a colpi di remi. Poiché era agonizzante, ma non ancora morto, lo stesero sui binari del tram perché ne fosse schiacciato. L’autista però frenò e abbandonò il tram pur di non maciullare quell’infelice, allora la folla lo finì crocifiggendolo a una finestra di Regina Coeli. Mi chiedo: possibile che oggi non ci siano autisti di tram come quello?”.