Via della Seta, le ragioni del Sì: investimenti, commercio, concorrenza Usa

di Pino Nicotri
Pubblicato il 15 marzo 2019 6:37 | Ultimo aggiornamento: 15 marzo 2019 14:41
Via della Seta, le ragioni del Sì: investimenti, commercio, concorrenza Usa

Via della Seta, le ragioni del Sì: investimenti, commercio, concorrenza Usa

ROMA – L’Italia sarà il primo Paese europeo ad aderire anche con sue infrastrutture al grande progetto cinese della Nuova Via della Seta? E’ molto probabile, se non certo. Si intitolava “La Cina è vicina” il film, alquanto noioso, di Marco Bellocchio del ’67, in piena epoca di comunismo avanzante e anticamera del famoso ’68.

Ma in realtà la Cina era lontana. Lontanissima. Oggi, morto il comunismo, la realtà è che la Cina non solo è vicinissima, ma è ormai tra noi. La Lunga Marcia intrapresa da Mao Tzedong (all’epoca si scriveva Mao Tze Tung ) è infatti proseguita, ha mutato volto e prosegue tuttora alla grande, anche se con sviluppi decisamente imprevisti e tra pochi giorni fa tappa in Italia. Ma andiamo per ordine. Fino al crollo dell’Unione Sovietica e del comunismo l’Italia era la portaerei USA e Nato posta tra il mondo capitalista a ovest e il mondo comunista a est.

Il Portogallo, a partire dalle isole Azzorre, e l’intera penisola iberica erano considerate dal Pentagono e dalla Nato la parte iniziale di un imbuto che andava man mano allargandosi all’intera Europa con la disseminazione di basi militari. In Spagna è successo perfino, il 17 gennaio ’66, che quattro bombe atomiche a stelle e strisce precipitassero da un bombardiere, una in mare, una su un terreno privato, una vicino alla foce di un fiume e una in montagna, per fortuna tutte senza scoppiare nonostante l’esplosione dell’innesco.

Oggi vediamo la Cina in procinto di firmare accordi che fanno dell’Italia il porto navale cerniera tra Occidente e Oriente dopo avere stipulato accordi che fanno della penisola iberica, e in particolare del Portogallo comprese le Azzorre, la base e il trampolino di lancio per linee di navigazione commerciale che si irradiano ad imbuto non solo verso l’ Europa, ma anche verso l’Africa e lo stesso continente americano.

Il tutto mentre gli investimenti cinesi in questi tre continenti vanno al galoppo, al punto da avere provocato all’Italia prima ammonimenti USA e poi anche ammonimenti dell’Europa perché vengano messi un freno e un argine alla campagna acquisti lanciata da anni da Pechino e supportata massicciamente dal grandioso progetto della cosiddetta Nuova Via della Seta, il cui nome ufficiale è Belt and Road Initiative (BRI).

Un progetto destinato a cambiare oltre alla realtà economica europea la realtà geopolitica del pianeta, specie se viene realizzata completamente anche l’iniziativa russa Razvitie, per certi versi geograficamente parallela alla cinese BRI. L’occasione per la nuova tirata d’orecchie è la visita di Stato in Italia del presidente cinese Xi Jinping, prevista dal 21 al 24 marzo, nove anni dopo la visita del suo predecessore Hu Jintao, che su invito dell’allora premier Silvio Berlusconi partecipò anche alla riunione del G8 a L’Aquila. All’incontro col presidente Sergio Mattarella, il quale è già andato a Pechino nel febbraio 2017, seguirà quello più operativo col premier Giuseppe Conte e con varie aziende per la firma di una serie di accordi che vanno dalla cancellazione della doppia fiscalità fino alla probabile adesione italiana alla Nuova Via della Seta, con la concessione anche di terminali marittimi nei porti di Genova e Trieste, cioè su entrami i lati dello Stivale, e ad accordi con varie aziende.

Pechino è interessata al porto di Trieste perché è l’unico porto europeo che gode di extraterritorialità doganale ed è collegato via treno all’Europa centrale e orientale. Riguardo gli accordi aziendali, stando a indiscrezioni riguarderebbero strade, ferrovie, ponti, aviazione civile, porti, energia e telecomunicazioni, e sono già stati stilati dai tecnici del ministero dello Sviluppo Economico, il cui titolare, Luigi Di Maio, è già stato in Cina due volte, l’ultima lo scorso novembre in occasione dell’International Economic and Trade Forum a Shangai. Di Maio a Shanghai pur sbagliando il nome del presidente cinese, chiamato erroneamente Ping, ha tenuto un discorso di vari minuti molto impegnativo e molto proiettato a favore degli accordi con la Cina per stimolare le esportazioni del made in Italy. A favorirle molto sarà il polo logistico integrato di Mortara, nel Pavese. Nel giugno del 2017 sono stati firmati infatti accordi per collegare Mortara via treno alla città di Chengdu lungo la prima rotta Cina-Italia. Il partner cinese in questa operazione è Changjiu Group (oltre 20 miliardi di fatturato). I treni merci arriveranno in circa 18 giorni e torneranno indietro carichi di prodotti made in Italy. Sono previsti fino a tre viaggi a settimana e il collegamento con Shanghai e Pechino.

Con la firma degli accordi con Xi a Roma l’Italia diventerebbe il primo Paese dell’Unione Europea a sostenere la BRI, che ha già raccolto più di cento adesioni di Paesi e grandi organizzazioni internazionali. Il monito Usa appare alquanto strumentale, visto che il presidente Trump, dopo avere minacciato contro la Cina la guerra dei dazi ora pare che punti a un vasto accordo proprio con Pechino , motivo per cui il 27 marzo incontrerà a Mar-a-Lago lo stesso Xi. Uno dei motivi per cui Trump minaccia di intervenire nella recente crisi politica del Venezuela è che tale Paese, ricco di petrolio, ha stretto accordi con la Cina per la sua lavorazione ed esportazione. Il problema è che il mega progetto cinese fa un po’ concorrenza ai due grandi progetti di libero scambio patrocinati dagli Usa: vale a dire al Transpacific partnership (TTP), che lega agli Usa gli Stati con i quali gli Stati Uniti hanno avuto a che fare con la seconda guerra mondiale e con quella del Vietnam, e al Transatlantic trade and investment partnership (TTIP), progetto di libero scambio tra Europa, Stati Uniti e Canada.

Il monito di Bruxelles suona piuttosto ipocrita visto che negli ultimi 10 anni c’è stata la gara tra i Paesi europei ad accogliere gli investimenti cinesi: che hanno fatto 227 accordi economici con l’Inghilterra, 225 con la Germania, 89 con la Francia, contro gli 85 con l’Italia. In totale, negli ultimi 10 anni, Pechini ha investito in 30 Paesi europeo 225 miliardi di dollari per stipulare 678 accordi societari, 360 dei quali si sono conclusi con il passaggio del controllo azionario in mani cinesi. Accordi, si badi bene, autorizzati e spesso patrocinati dai rispettivi governi europei, con la cancelliera Angela Merkel, la collega britannica Theresa May e il francese Emmanuel Macron volati a bella posta a Pechino. Tutto questo attivismo è avvenuto e avviene nonostante la lettera che Italia, Germania e Francia hanno scritto all’Unione Europea proprio perché allarmate dalla grande campagna acquisti targata Pechino.

Ma la cosa strana nostrana – mi si scusi il bisticcio di parole – è che mentre Di Maio e il suo M5S – più il premier Giuseppe Conte, anche se come al solito sottotono – sono molto favorevoli agli accordi con Pechino, a tirare il freno è Matteo Salvini nonostante che il principale sponsor della visita di Xi in Italia è stato proprio un leghista, Michele Geraci,  sottosegretario allo Sviluppo Economico, oltre che di suo banchiere e docente in Cina per dieci anni, tanto da parlare fluentemente il cinese. A conti fatti, pare di assistere alla stessa baruffa per la TAV, ma a parti invertite: questa volta a essere contraria invece del M5S è la Lega. E dire che mentre sull’utilità della TAV può anche esere legittimo avere dubbi, sull’utilità della BRI dubbi non ce ne possono essere. Difficile che la Lega vada oltre le enunciazioni di principio e la retorica “patriottica”, visti gli interessi in ballo in piena “Padania” come dimostrano gli accordi e il ruolo di Mortara.

Ma è evidente che tanto per cambiare c’è un po’ di confusione, tant’è che l’economista Renato Brunetta, parlamentare ed ex ministro di Forza Italia, accusa il governo di gestire male questa “grande occasione”, per la quale reclama un ruolo di protagonista dell’Italia. In soldoni i cinesi anziché mostrare i muscoli e imitare gli USA piazzando basi militari in tutto il mondo imitano semmai i fenici e i portoghesi, che preferivano l’egemonia in terre altrui puntando alla diffusione degli interscambi commerciali tramite una rete di scali portuali. In realtà però c’è da dire che la Cina non imita nessuno perché in passato anziché sviluppare il colonialismo di stampo europeo o la conquista imperiale di territori altrui per dominarli oppure in tempi recenti promuovere la “rivoluzione comunista mondiale” di stampo moscovita, con gli Stati e i territori altrui esterni ai propri confini ha quasi sempre preferito in tutta la sua storia stipulare alleanze tramite accordi commerciali, tributari e magari anche di protezione (unica eccezione l’invasione del Tibet, ma basta un’occhiata alla carta geografica per capire che s’è trattato di assicurarsi confini in grado di evitare nuove invasioni della stessa Cina).

In definitiva la BRI non è che la prosecuzione di tale politica a base di approcci e interscambi commerciali. Non a caso i cinesi in tutte le visite di Stato all’estero e in tutte le occasioni ci tengono a ripetere quanto ha detto Xi al Forum al quale ha partecipato Di Maio, e cioè che la Nuova Via della Seta, attualmente concentrata su Asia, Europa e Africa, è “un percorso che porta all’amicizia, allo sviluppo condiviso, alla pace, all’armonia e ad un futuro migliore”. Da notare, dato che ci siamo, che mentre la Cina investe mille miliardi di dollari nella BRI per collegare il mondo, gli Usa invece ne investono anche di più nella sola produzione di ordigni nucleari più moderni ed efficienti (cioè più distruttivi….), concepiti apposta per tenere sotto pressione proprio la Cina, oltre alla solita Russia costretta così a riprendere la costosissima corsa al riarmo. Trump infatti porta a 1.200 miliardi di dollari i 1.000 stanziati per queste armi da Obama. La lunga marcia della Cina verso il predominio commerciale e produttivo in molti settori è iniziata da tempo. Oggi i temi di conflitto per la supremazia tra Usa e Cina sono molti: mercati on-line; hardware; supercomputer; computazione quantistica; navigazione satellitare; intelligenza artificiale; armamenti avanzati; sicurezza nelle telecomunicazioni; potere di imporre gli standard internazionali.

Uno studio accurato della Commissione Europea riguardante il 2016 dimostra che la Cina in quell’anno ha prodotto: – il 28% delle automobili del mondo (poco meno di un veicolo su tre);

– il 90% di tutti i cellulari;

– l’80% di tutti i computer, e cioè quattro su cinque;

– l’80% di tutti i condizionatori del pianeta;

– il 60% di tutti i televisori assemblati sul nostro pianeta, ovvero più della metà totale;

– il 50% dei frigoriferi fabbricati su scala globale;

– più del 40% delle navi costruite nel mondo intero.

Senza contare l’enorme quantità di merci del settore abbigliamento, sport e casalinghi che la Cina riversa a prezzi popolari nella miriade di negozi e supermercati che ormai costellano ogni città europea. E’ bene riflettere sul fatto che l’antica Via della Seta e la complementare antica Via delle Spezie non sono state solo millenarie vie commerciali. Hanno infatti alimentato l’Occidente, fin dai tempi dei romani, dei più ambiti beni di consumo, dalla seta alle spezie appunto, ma anche con innovazioni scientifiche e tecnologiche. Basti pensare che Cristoforo Colombo non sarebbe mai potuto arrivare in America senza il timone assiale di coda delle navi e senza la bussola, cose arrivate dalla Cina, assieme alla carta e alla cartamoneta. La stessa America è stata “scoperta” perché i navigatori europei cercavano un modo di arrivare in India, Cina e dintorni per poter continuare gli enormi commerci di spezie e d’altro senza dover passare per i territori ormai in mano agli arabi islamici, che imponevano man mano dazi che moltiplicavano il costo iniziale delle merci anche per più delle dieci volte già lamentate da Plinio il Vecchio per l’enorme esborso annuale di Roma in oro e argento. La matematica occidentale e i computer non potrebbero esistere senza l’apporto dei numeri arabi, in realtà indiani, dell’algebra e dell’invenzione del numero zero, apporto arrivato dall’Oriente tramite quelle antiche vie.

Stando così le cose, cioè la realtà storica, la Nuova Via della Seta può contribuire a correggere il concetto e l’idea di Europa in voga da tempo e il conseguente eurocentrismo convinto che tutto il sapere moderno sia nato in Europa. Dimenticando così che l’Europa è nata per volere e interesse della Chiesa, che – anche falsificando come è ben noto il testamento di Costantino –  ha voluto separarla dal più vasto insieme di terre dell’impero romano con capitale Costantinopoli. E dimenticando che Costantino aveva voluto trasferire la capitale dell’impero da Roma alla nuova città da lui fondata, e che da lui prende il nome,  proprio per avvicinare il centro e il governo dell’impero a quell’Asia che tramite la Via della Seta e quella delle spezie  formava di fatto se non un tutt’uno almeno un tessuto comune non solo di commerci con l’impero romano. 

Nel XV secolo la Cina dell’imperatore Yongle aveva iniziato a esplorare il mondo con i 30 anni di navigazioni oceaniche di flotte immense – fino a 30 mila uomini imbarcati e navi fino a 160 metri di lunghezza – al comando dell’ammiraglio Zheng He. Poi però nel 1434 il nuovo imperatore Hung Hsi, figlio di Yongle, decise di eliminare le flotte, proibire la costruzione di nuove navi e distruggere tutti i manuali e le carte nautiche preferendo chiudere la Cina nello splendido isolamento. Circondata da catene montuose, mari e deserti, dai quali ogni tanto emergevano popoli invasori, la Cina si convinse di essere La civiltà per antonomasia, se non l’unica al mondo, e che questo fosse abitato da barbari. Nell’800, con le invasioni arrivate dall’Occidente, c’è stato lo stupefatto e doloroso risveglio e la constatazione che esistevano civiltà più progredite e aggressive. L’enorme progetto planetario della Nuova Via della Seta è anche la conseguenza di tale amaro risveglio.