Zaia disse: il covid magari se ne va. Invece è tornato, si consiglia prudenza

di Pino Nicotri
Pubblicato il 1 Novembre 2020 17:12 | Ultimo aggiornamento: 1 Novembre 2020 17:12
Zaia disse: il covid magari se ne va. Invece è tornato, si consiglia prudenza

Zaia disse: il covid magari se ne va. Invece è tornato, si consiglia prudenza

“Posso dire una roba che magari farà incazzare qualcuno? Se perde forza vuol dire è artificiale. Ragionateci sopra”.

Zaia o dell’ottimismo. Così parlava il 10 maggio Luca Zaia, presidente della Regione Veneto, riferendosi al virus responsabile della pandemia da Covid. E il governatore nel suo incauto ottimismo aggiungeva:

“Magari se ne va definitivamente e non abbiamo magari neanche la recidiva autunnale, magari”.

Nonostante i tre “magari” di buon auspicio la recidiva è arrivata. C’è piombata addosso anche in Veneto. E non si riesce a fermarla,  anzi peggiora.  Zaia però, che ha fatto appena in tempo ad essere rieletto, si guarda bene dall’ammettere che s’era sbagliato. Anche perché aveva voluto mettere il suo cappello sulla prontezza con la quale la pandemia era stata stoppata non appena c’è stata la prima vittima. Il 77enne Adriano Trevisan di Vò Euganeo, ucciso dal Covid il 20 febbraio.

Prontezza dovuta in realtà all’intervento di Andrea Crisanti, scienziato di fama internazionale, anni all’Imperial College di Londra e infine direttore del laboratorio di Microbiologia di Padova. E se Zaia sosteneva in lungo e in largo che il merito di avere stoppato la pandemia già a Vo’ era suo. Per l’esattezza del piano redatto dal suo Dipartimento di prevenzione. Crisanti gli rispondeva che si trattava invece letteralmente di “baggianate”.

Oltre a insistere nell’intestarsi il merito dell’idea del “tampone a tutti”, Zaia sull’onda del successo antipandemico veneto e del dilagare invece della pandemia nelle altre regioni si auto candidava di fatto a primo ministro. Sia pure negando con affettata modestia che mirasse a tanto:

“Io premier? Ma no, vengo dalla campagna”.

Viene dalla campagna, per l’esattezza da Bibano, frazione del paesino Godega di Sant’Urbano. Ma è presidente del Veneto dal 7 aprile 2010. Vale a dire da dieci anni. Dopo essere stato vicepresidente della sua giunta regionale dal 2005 al 2008. E presidente della Provincia di Treviso dal giugno 1998 all’aprile 2005. Dall’8 maggio 2008 al 16 aprile 2010 ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali nel quarto governo Berlusconi. Forse anche grazie alla laurea in Scienze della Produzione animale presso la Facoltà di Agraria dell’Università di Udine.

Quando le spara grosse, come nel caso del virus che perde forza perché artificiale, gli amici – ma anche i nemici – ironizzano sul fatto che s’è diplomato alla Scuola Enologica (di Conegliano). Un diplomato rimasto amante del buon bicchiere, preferibilmente sempre veneto. Raboso per il nero, Prosecco per il bianco e Cartizze per accompagnare i biscotti.   

Come che sia, Zaia ha fatto appena in tempo ad essere rieletto trionfalmente governatore del Veneto. Prima che l’imprevista virulenza della recidiva pandemica smentisse gli ottimisti, lui compreso, e guastasse la festa a tutti, lui compreso.

Bottino elettorale di oltre il 75% dei voti: la sua rielezione è stata salutata dalla stampa locale come “un trionfo senza precedenti nella storia italiana”.

I contagi però salgono anche in Veneto. Il 27 di questo ottobre c’erano 1.036 nuovi positivi, per un totale di 19.517. E’ vero che il 97% sono asintomatici, ma è anche vero che la situazione può precipitare. Specie quella degli ospedali. Dove per il Covid ci sono  837  ricoverati, 83 dei quali gravi anche se solo 5 in terapia intensiva.

Nel leggere queste cifre dobbiamo tener presente che il Veneto ha 4 milioni e 900 mila abitanti, meno della metà di quelli della Lombardia, che ne ha invece 10 milioni e 100 mila. Per fare un raffronto tra le due regioni i numeri del bollettino Covid del Veneto bisogna quindi moltiplicarli per due. Si scopre così che anche nel governatorato di Zaia non c’è poi molto da stare allegri.

Bisogna sperare che il governatore non pecchi ancora di eccessivo ottimismo e non faccia altre previsioni sbagliate. E che La morte a Venezia resti solo il titolo del romanzo di Thomas Mann.