Opera di Roma: overdose di potere del sindacato

di Giuseppe Turani
Pubblicato il 3 ottobre 2014 11:20 | Ultimo aggiornamento: 3 ottobre 2014 11:20
Opera di Roma: overdose di potere del sindacato

Opera di Roma: overdose di potere del sindacato

ROMA – Giuseppe Turani ha scritto questo articolo anche per Uomini & Business col titolo “Opera di Roma, sindacati e potere”.

Per le grandi e piccole corporazioni che infestano l’Italia l’aria comincia a farsi pesante. E può avere esiti imprevedibili. Un esempio: di fronte alla notizia del licenziamento al completo del coro e dell’orchestra dell’Opera di Roma c’è stato un certo stupore. Ma il ricordo corre inevitabilmente alla marcia dei 40 mila della Fiat a Torino. I sindacati, allora, si ritenevamo imbattibili, padroni assoluti del campo e in grado di imporre al “padrone” qualunque cosa volessero.

Poi, una mattina, si sono trovati 40 mila capi e capetti a sfilare per la città chiedendo di poter lavorare in santa pace. Di colpo, nel giro di mezza giornata, cambiò tutto. Il potere del sindacato svanì come neve al sole perché era stata fatta una grande operazione-verità: in quelle condizioni, con quei sindacati arroganti, non si potevano produrre automobili. Il sindacato pagò carissimo il suo essersi sentito onnipotente: per i dieci anni successivi non ha contato niente dentro la Fiat. Che cosa spinse i 40 mila in strada? La sensazione che la fabbrica si stava suicidando in mezzo a pretese sindacali assurde.

Il caso dell’Opera di Roma è abbastanza analogo: così non era possibile andare avanti. E invece di avviare una trattativa di mesi, si è fatta la cosa più semplice: tutti a casa e si volta pagina. Se il coro e l’orchestra di Roma erano convinti di essere insostituibili, si sono sbagliati.

E si sono sbagliati perché non hanno capito che l’aria è cambiata. Renzi è uno che spesso cerca di essere spiritoso e leggero, ma non ha più il tempo di discutere per settimane e settimane e sa di non avere più soldi. E i tempi in cui magari si sfondava il bilancio pubblico pur di “salvare” l’Opera di Roma (o una qualsiasi altra Opera) sono finiti. E per due motivi.

Il primo è di tipo pratico: poiché non ci sono più soldi, le bizze di orchestrali e cantanti sono soltanto fastidiose e intollerabili.

Il secondo motivo è che per loro (e per quelli come loro) non ci sono più santi in paradiso. Una volta, qualche anno fa, avrebbero trovato decine e decine di parlamentari pronti a scendere in campo per difendere la sacralità del bel canto: oggi non trovano nessuno.

A Milano, ad esempio, un sindaco certamente di sinistra (e forse anche un po’ di più) come Pisapia sta ingaggiando un braccio di ferro con il sindacato perché non riesce a spostare un po’ di uscieri di palazzo Marino verso impieghi più utili. Ma Pisapia tira dritto. Essere in conflitto con il sindacato non fa più paura, non è più un sacrilegio, sono cose che possono capitare, fanno parte della normale dialettica di una società evoluta.

Ecco in che senso l’aria è cambiata. Abbiamo un presidente del Consiglio che prima di prendere una decisione (magari anche sbagliata) non fa il giro delle sette chiese sindacali e imprenditoriali per avere un consenso preventivo: fa le sue valutazioni e decide. Tutti si sentono maltrattati, ma dovranno abituarsi. Il nuovo stile è questo: siamo di fronte, se vogliamo, alla fine del consociativismo, dove maggioranza e opposizione si sorreggevano a vicenda “aiutando” le rispettive clientele.

La fine del consociativismo, una malattia che ha semi-distrutto l’Italia, comporta che ognuno sia responsabile di quello che fa: e se vuole troppi privilegi, si può accomodare, quella è la porta.