Basta debito, interessi, stangate vendendo immobili e azioni Eni Enel Ferrovie

di Paolo Forcellini
Pubblicato il 22 Luglio 2014 15:20 | Ultimo aggiornamento: 22 Luglio 2014 15:20
Basta debito, interessi, stangate vendendo immobili e azioni Eni Enel Ferrovie

Basta debito, interessi, stangate vendendo immobili e azioni Eni Enel Ferrovie

Modesta proposta per ripartire Il dibattito italiano ed europeo sulle politiche economiche mi pare si occupi quasi esclusivamente dei rimedi per sopravvivere in questa congiuntura sfavorevole.

“Ha da passà ‘a nuttata” sembra il motto di molti economisti e politici e la medicina invocata da tutti i paesi del Sud Europa è una maggiore flessibilità: un po’ più di project bonds, l’esclusione di alcune spese d’investimento nel calcolo del rapporto deficit/Pil, una dilazione per il raggiungimento del pareggio di bilancio e via flessibilizzando.

Tutte ottime cose, s’intende, ma le classi dirigenti dovrebbero porsi anche qualche obiettivo di più ampio respiro, non limitandosi ad alzare le spallucce e a ricordare la battuta di J. M. Keynes secondo cui, comunque, “sul lungo periodo saremo tutti morti” e quindi è bene che ci preoccupiamo solo del breve, dei bisogni più impellenti.

Se pure usciremo per qualche tempo da questa crisi (ma è ancora tutto da vedere), sull’economia italiana continueranno a incombere più di duemila miliardi di debito pubblico, pari a circa il 135 per cento del Pil. Un’immensa mole di titoli pubblici che va ricollocata a ogni scadenza presso risparmiatori e istituzioni, italiane e internazionali, e su cui grava sempre la possibilità che un’ondata di panico, anche del tutto ingiustificata, faccia fuggire i compratori o imponga il collocamento a interessi stratosferici, come stava avvenendo nell’estate 2011.

Prima o poi, dunque, e meglio prima che poi, occorre affrontare la questione dell’indebitamento pubblico, di questa spada di Damocle che comporta costi onerosissimi. Anche ora che i livelli record dello spread fra titoli italiani e tedeschi sono largamente rientrati, l’Italia paga annualmente interessi sul proprio debito più che doppi rispetto a quelli sostenuti dalla Germania.

Il che vuol dire 30-40 miliardi all’anno di oneri in più per il bilancio pubblico, pari all’ammontare di una severa manovra finanziaria, per un debito che in valori assoluti è all’incirca uguale a quello teutonico. E questo extracosto grava su un paese che ha uno degli avanzi primari (cioè al netto degli interessi) più elevato dell’intera area euro, vale a dire che già stringe notevolmente la cinghia per quanto attiene alle spese sociali.

Si tratta di una situazione alla lunga insostenibile in un’area a moneta unica. D’altro canto sappiamo bene che la Germania, e non solo essa, è nettamente contraria all’emissione di titoli pubblici comuni, gli eurobond, che permetterebbero a tutti i paesi di finanziarsi al medesimo costo e di avere all’inizio di ciascun anno pari gradi di opportunità e di libertà della politica economica.

La posizione dei paesi “virtuosi” – che in parte sono tali più per demerito altrui che per proprio merito – è comprensibile: non vogliono correre il rischio di pagare il conto di politiche allegre della spesa pubblica quali quelle lungamente praticate da molti paesi del Sud Europa. Di qui l’insistenza dei paesi del Nord per politiche di “rigore”, di pareggio dei bilanci, di riduzione del debito e di rispetto dei parametri fissati negli accordi alla base dell’euro (massimo tre per cento di rapporto deficit/Pil e 60 per cento di quello debito/Pil).

Queste politiche di rigore stanno però causando disastri economici e sociali nei paesi più deboli e sembrano destinate ad avvitarsi su se stesse.

Allo stesso tempo anche i paesi “forti”, Germania in testa, cominciano a risentire delle perduranti difficoltà dei propri partners, non riescono a collocare le proprie merci come in passato e la situazione potrebbe seriamente peggiorare.

In questo quadro i governanti di Berlino, sia socialdemocratici che cristiano-democratici, da anni sostengono una tesi politica ben diversa da quella di altri paesi “pesanti” della Ue, come la Gran Bretagna e la Francia.

Questi ultimi due Stati – il primo più del secondo, of course – da sempre indicano come via d’uscita dalle difficoltà dell’Unione la strada che potremmo chiamare della “meno Europa”: meno sovranazionalità, meno spese comuni, ridimensionamento delle politiche strutturali e così via.

La Germania pone invece l’accento sulla necessità di “più Europa”, del rafforzamento dei poteri delle istituzioni sovranazionali. Per Berlino, semplificando, gli organismi europei debbono poter intervenire penalizzando i paesi che non rispettano le compatibilità fissate, al fine di riportarli su un percorso “virtuoso” di sviluppo. Questa “ingerenza”, a ben vedere, non dovrebbe far paura a nessuno, soprattutto in Italia dove le classi dirigenti da decenni dinostrano la loro “indigenza” politico-economica praticando la finanza creativa che ci ha portato dove ci ha portato (le responsabilità vanno ripartite equamente fra destra e sinistra).

Ritengo che questa “pretesa” della Germania vada raccolta e rilanciata, nel senso che, una volta accettata, se ne dovrebbero trarre tutte le conseguenze, in ogni direzione. In particolare stabilendo fin da subito, solennemente e pubblicamente, che tutti i paesi che rispettano gli “stupidi” (copyright Romano Prodi) parametri del tre e del 60 per cento, a partire da una data prefissata, hanno diritto di finanziare il loro debito pubblico emettendo eurobonds.

Allo stesso tempo si dovrebbe proclamare solennemente e pubblicamente che quando uno Stato si allontana da quei vincoli perde il diritto all’emissione di eurobonds. Posta in questi termini la faccenda, la Germania e i suoi “satelliti” non potrebbero sollevare obiezioni moralmente sostenibili.

Le critiche a quanto sopra sono scontate. La più importante per quel che ci riguarda è: per l’Italia la possibilità teorica di stampare eurobonds sarebbe irrilevante. Rientrare dal 135 di rapporto debito/Pil al 60 è impresa titanica e, per ben che vada, gli eurobonds targati Belpaese potrebbero arrivare solo dopo alcuni decenni di lacrime e sangue: in altre parole quando il malato ha già esalato l’ultimo respiro.

Schematicamente, riassumo di seguito alcune controdeduzioni:

1) Nel corso della profonda crisi di questi ultimi anni molti paesi, anche fra i “virtuosi”, hanno sfondato i tetti previsti per deficit e debito. In particolare in molti hanno superato il 60 per cento del rapporto debito/Pil. Un aumento di questo rapporto, poniamo, dal 60 all’80 per cento non dovrebbe trovare opposizioni invalicabili e, soprattutto, fotograferebbe in gran parte una situazione di fatto, senza impatti negativi sugli equilibri finanziari dell’Unione e dell’euro. Il già citato Prodi definiva “stupidi” quei parametri perché non si prevedeva un loro aggiustamento neppure dopo decenni.

2) Per l’Italia il rientro dal debito in eccesso (dal 135 all’80 per cento) non sarebbe più esclusivamente un’operazione di rigore cieco e bieco: al termine del percorso, all’orizzonte, si profilerebbe la possibilità di risparmiare ogni anno alcune decine di miliardi di interessi o, in altre parole, di evitare le continue manovre di tagli e tasse che ci tormentano da circa mezzo secolo e hanno sempre avuto come unico scopo la sopravvivenza (e la possibilità di continuare a spendere irresponsabilmente). Fra l’altro diverrebbe più raggiungibile l’obiettivo di ridurre il carico di oneri che attualmente tendiamo a mettere sulle spalle delle prossime generazioni.

3) Evidentemente dovremmo porci il problema di varare interventi di finanza pubblica straordinaria. A differenza che in passato, però, questi interventi non sarebbero concepiti solo per dar respiro a uno Stato sull’orlo del default, bensì per abbattere il debito una volta per tutte. Una delle misure possibili è già allo studio da tempo: la creazione di un fondo, o di più fondi, nel quale far confluire tutti i gioielli di famiglia, dal patrimonio immobiliare statale e degli enti locali, alle quote azionarie in società come Eni, Enel, Ferrovie, ecc.

Il fondo verrebbe gestito, puntando alla vendita nel tempo più opportuno dei diversi cespiti, da soggetti quali la Cdp, che sconterebbero i loro ricavi anticipandone l’importo allo Stato. Dopodiché si potrebbero prendere in considerazione, in ultimissima istanza, anche forme di imposizione patrimoniale straordinaria per ottenere un’ulteriore taglio del debito, come previsto dalle proposte elaborate a suo tempo da esperti quali Giuliano Amato, Michele Salvati e Pellegrino Capaldo.

4) L’ardita operazione di rientro potrebbe essere benedetta dalla tanto sospirata ripresa dell’economia. Qualche anno di ripresa del Pil, è noto, sarebbe la miglior medicina per abbassare il rapporto debito/Pil. E che dio ce la mandi buona.