Euro a rischio default: il “crac Grecia” può diventare “crac Europa”

Pubblicato il 4 Novembre 2011 14:42 | Ultimo aggiornamento: 4 Novembre 2011 14:57
cannes colazione g20

Leader a tavola al G20 di Cannes

ROMA – Considerate le convulse vidende degli ultimi giorni (referendum greco minacciato e poi rientrato, nuovi aumenti dello spread Btp-Bund, rinnovate e largamente disattese richieste all’Italia di un piano di risanamento e rilancio) e fatti tutti i debiti scongiuri, non pare del tutto peregrino avventurarsi in qualche esercizio di simulazione a partire da un’ipotetico (solo ipotetico, per carità) fallimento dell’euro.

E’ abbastanza facile prevedere le conseguenze (del resto sono già sotto gli occhi di tutti) di uno scivolamento graduale di questo o quel paese Ue fuori dai binari di un percorso di equilibrio finanziario: aumento progressivo del differenziale di remunerazione tra la spesa per interessi sul debito sovrano del paese fragile nei confronti di quella dei suoi partner; indebolimento dei bilanci bancari stressati dalla svalutazione dei titoli pubblici detenuti; credit crunch e connesso incremento dello spread fra costo del credito nel paese in difficoltà e medesimo costo altrove; flessione del Pil, dell’occupazione, delle retribuzioni reali, ecc. ecc.

Fintanto che questo processo procede graduale, magari tra arresti e riavvii più o meno duraturi, le conseguenze sono pessime ma “calcolabili”. Se però i fenomeni sopra accennati prendono velocità, si avvitano e si sottraggono a ogni possibile “governo”, divengono fuori controllo, allora ogni previsione si fa difficile se non impossibile. Tanto più quanto più grandi sono le dimensioni del paese interessato dalla crisi: se ancora qualche scenario si può disegnare partendo dall’ipotesi di un default greco, per esempio, un fallimento italiano provocherebbe conseguenze largamente imprevedibili, come ogni catastrofe peraltro, non solo per l’Italia ma anche per l’Eurogruppo nel suo complesso e per l’intero mondo.

Esagero? Non credo. Lo stesso premier inglese David Cameron, il cui paese a prima vista dovrebbe avere assai poco a che vedere con le vicissitudini dell’euro, solo un mese fa ha affermato: “L’Eurozona è una minaccia non soltanto per se stessa ma anche per l’economia britannica e per quella del mondo intero”. Ogni previsione è interdetta anche per il fatto che mai si è avuto un default di un grande paese industriale, di un membro del club dei più ricchi del globo: nessun precedente, scarsissima prevedibilità.

Il caso dell’Argentina, che con i suoi “tango bond” dieci anni fa ha provocato forti scossoni un po’ dappertutto, lasciando quasi a bocca asciutta gli investitori stranieri e massacrando la classe media locale, è assai più vicino al caso di un eventuale default greco, in termini di dimensioni del debito, che non a un caso spagnolo né tantomeno italiano.

Fatte queste premesse, avventuriamoci pure sullo scivoloso terreno dei possibili effetti di un fallimento di un grande paese dell’Eurogruppo (meglio non far nomi) ma anche di quelli che deriverebbero da un’eventualità di segno opposto e cioè dall’uscita dall’euro di un paese “ricco” che non volesse accollarsi ulteriormente la costosa difesa dei suoi più fragili partner.