Geronzi ha sette vite: con le Generali, a quale è arrivato?

di Paolo Forcellini
Pubblicato il 5 Marzo 2011 13:21 | Ultimo aggiornamento: 5 Marzo 2011 18:55

Cesare Geronzi

L’ottavo re di Roma forse ha commesso un errore quando ha lasciato il clima mite e il ponentino della Capitale, a lui così congeniali, per le nebbie e la bora dell’Alta Italia.

L’ascesa di Cesare Geronzi era parsa irresistibile per mezzo secolo, da quando, nel 1960, vinse il concorso per entrare in Banca d’Italia. Certo, le grane non erano mancate, incluse quelle giudiziarie, ma pareva che il ragioniere di Marino, fintanto che restava saldamente insediato nel suo territorio, potesse passare indenne attraverso qualsiasi turbolenza, forte della sua estesa rete di alleanze imprenditoriali e amicizie politiche. Queste ultime erano assolutamente trasversali: il banchiere, da sempre e innanzitutto legato a Giulio Andreotti, ha poi conquistato il cuore di alcuni tra i massimi dirigenti del Pci-Pds-Ds (partito cui concesse crediti a palate: nel 1996 ammontavano a 502 miliardi di lire) ma anche quello di Silvio Berlusconi con la cui Fininvest fu di manica larga nei primi anni ’90, quando era sommersa dai debiti e altre banche la tenevano a distanza, ovviamente prima della discesa in campo del Cavaliere.

Così come con i politici di opposte sponde, Geronzi è riuscito a farsi benvolere anche da entrambe le rivali tifoserie della Capitale: i due club della Roma e della Lazio hanno largamente attinto alle apparentemente inesauribili risorse della Banca di Roma (poi Capitalia). Fra i suoi amici storici, tutti romani doc o al massimo laziali, spiccavano Sergio Cragnotti, Giuseppe Ciarrapico, l’allora governatore di Bankitalia Antonio Fazio con cui i rapporti divennero poi alquanto freddi, e il furbetto del quartierino Stefano Ricucci. Geronzi godeva inoltre di assai buona stampa, grazie alla concessione di crediti a molte testate di ogni orientamento politico ma anche ai generosi contratti pubblicitari distribuiti dalla concessionaria Mmp, controllata dalla sua banca. Dal “Secolo d’Italia” a “l’Unità” e al “Manifesto”, passando per l’“Osservatore Romano”, ma anche i maggiori quotidiani “indipendenti”, per decenni tutti si sono ben guardati dal disturbare il manovratore.

Di manovre il Nostro ne ha fatte di ogni specie: approdato nel 1982 alla direzione generale della Cassa di Risparmio di Roma, una “banchetta” con 140 sportelli, attraverso una lunga serie di accorte acquisizioni e fusioni con istituti spesso in serie difficoltà (Banco di Santo Spirito, Mediocredito Centrale, Banco di Sicilia, Popolare di Brescia, Cassa di Reggio Emilia, ecc.), vent’anni dopo battezzava Capitalia: 1.900 sportelli, cinque milioni di clienti, 81 miliardi di depositi. Poi venne la fusione con Unicredit e il trasloco a Milano, a Mediobanca.