Salvini disastro, Gentiloni: “J’accuse”. “La sua truce propaganda”

di Paolo Gentiloni
Pubblicato il 7 Luglio 2019 7:00 | Ultimo aggiornamento: 6 Luglio 2019 19:59
Salvini disastro, Gentiloni: "J'accuse". "La sua truce propaganda"

Salvini disastro, Gentiloni: “J’accuse”. “La sua truce propaganda” (Foto Ansa)

C’è un solo obiettivo serio che un Governo dovrebbe proporsi in tema di immigrazione. Trasformare flussi incontrollati, gestiti da reti criminali, pericolosi per i migranti e fonte di tensione nei paesi di arrivo in flussi controllati, sicuri, indispensabili per la nostra economia.

Il Governo da me presieduto ha fatto sì che questo obiettivo non fosse utopistico. Gli accordi da me sottoscritti con le autorità di Tripoli e il lavoro del ministro Minniti avevano raggiunto risultati importanti. Il traffico di esseri umani ridotto a numeri insignificanti per l’accresciuta capacità di contrasto delle autorità libiche; un codice di condotta sottoscritto da quasi tutte le Ong e il loro coordinamento con l’attività di soccorso della Guardia costiera e delle missioni europee; la possibilità per la prima volta concessa alle organizzazioni dell’Onu e a varie Ong di squarciare il velo sulle condizioni in cui sono detenuti in Libia da anni centinaia di migliaia di migranti (oggi sono 660mila); l’avvio dei primi progetti di rimpatri volontari assistiti e di corridoi umanitari per i rifugiati; la prosecuzione delle attività di soccorso in mare e di accoglienza con porti che sono rimasti aperti sempre, anche quando arrivavano oltre diecimila migranti in un solo fine settimana.

Risultati fragili, naturalmente. Perché l’Italia si era mossa con un anno di ritardo, forse illudendosi di poter continuare ad essere un paese di transito anche dopo che, alla fine del 2015, tutti avevano blindato le proprie frontiere. E perché fragile era la realtà delle autorità libiche riconosciute dalla comunità internazionale. Questa linea di condotta è sempre stata sostenuta con lealtà dai vertici del Pd, convinti, come noi del Governo, della necessità di coniugare accoglienza e capacità di gestire i flussi migratori: un binomio che accomuna l’intera sinistra europea, da Madrid a Copenhagen, da Atene a Berlino. Ma Salvini ha buttato tutto alle ortiche. O meglio sarebbe dire: a mare.

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Io accuso Salvini perché sta cancellando l’immagine di un’Italia che sull’immigrazione aveva “salvato l’onore dell’Europa”. Lo accuso per la disinvoltura con cui adopera alcune parole. Tanti nemici tanto onore: non è soltanto una sbruffonata autolesionista, come si è visto anche in questi giorni dal nostro isolamento sui tavoli di Bruxelles, è il recupero sfrontato di un linguaggio messo al bando dalla storia.

Accuso Salvini per il danno che sta facendo alla funzione stessa del ministro dell’Interno. Il responsabile della sicurezza di noi tutti non può trascorrere le proprie giornate tra comizi, selfie e addirittura attacchi sguaiati alla magistratura. E soprattutto non può mettere in scena una  strategia della tensione sulla pelle di poche decine di migranti: “Coloro che salvano vite umane non possono essere criminali”, come ha ricordato il Presidente tedesco Steinmeier. Questa piccola strategia della tensione non ha alcuna giustificazione. La chiusura dei porti non è infatti la risposta sbagliata a una situazione di emergenza – che non esiste – ma una truce esibizione propagandistica incompatibile con il diritto internazionale.

Accuso Salvini di non aver utilizzato una condizione relativamente favorevole. Bisognava attuare l’intesa con la Libia, specie nella parte di contrasto al disastro dei diritti umani nei campi. Era il momento di promuovere corridoi umanitari per i rifugiati, cominciando da quelli detenuti in zone a rischio di conflitto. Si trattava di proporre per i migranti economici quote di ingressi regolari e sicuri. Bisognava migliorare i compiti delle missioni navali, non cancellarle. E occorreva rafforzare, con la necessaria rete di alleanze, la stabilità della Libia anziché vedere indebolita l’influenza italiana tra un insulto alla Tunisia e una lite con la Francia.  

La verità? Salvini e il Governo non hanno fatto nulla di tutto questo perché preferiscono il problema alla sua soluzione. Non solo. Hanno anche fatto a pezzi, con il decreto sicurezza, il nostro sistema di accoglienza e integrazione, che con tutti i suoi limiti e qualche evidente stortura aveva comunque contribuito – accanto alla straordinaria attività di molti sindaci e delle reti di volontariato laico e religioso – a contenere i rischi di esclusione e odio sociale che abbiamo visto purtroppo esplodere  in diversi paesi a noi vicini. Quel “la pacchia è finita” rivolta ai migranti irregolari che vengono messi in mezzo alla strada non procura sicurezza, è lo slogan di un governo in cerca di guai.

So bene che anche i nostri governi avrebbero potuto fare di più e di meglio sul terreno dell’integrazione. Anche con scelte positive come la legge sullo ius soli. 

Io purtroppo non sono riuscito a farla approvare al Senato. Per mancanza di numeri, non certo di coraggio o di volontà. Coraggio o volontà che semmai ci mancarono tra il 2015 e il 2016, quando i numeri c’erano eccome ma governo e Pd decisero di non procedere.

Limiti ed errori comunque ci sono stati. Ma i crolli di consensi al Pd nel voto del 2018 non dipendono certo dalle politiche migratorie di Minniti. Al contrario, garantire sicurezza  e protezione è compito irrinunciabile di qualsiasi governo progressista.

Guardiamo avanti, allora, come giustamente chiede Nicola Zingaretti. La situazione in Libia è profondamente deteriorata e non basta più rivendicare le scelte di due o tre anni fa. Serve subito uno stop ai bombardamenti. Servono subito corridoi umanitari per i rifugiati detenuti nelle zone di conflitto. Serve un’azione concordata con i maggiori paesi europei.

I prossimi mesi saranno difficili. E al dunque, la scelta sarà dirimente: o si sta dalla parte di Salvini, oppure dalla parte del Pd. Per competere, naturalmente non da soli,  ci serve un’agenda diversa. Alternativa. Che abbia al centro il lavoro, lo sviluppo sostenibile, la lotta ai privilegi. E sia all’altezza della difesa della democrazia liberale, minacciata sia dal successo economico di regimi non democratici che dai teorici della separazione tra democrazia e principi liberali. Lavoriamoci insieme. Cerchiamo di svegliare i sonnambuli, piuttosto che attardarci attorno a vecchie diatribe.

Basato sulla lettera di Paolo Gentiloni a Repubblica, 6 luglio 2019