Il partigiano Gabetti

di Giuseppe Turani
Pubblicato il 14 maggio 2019 16:58 | Ultimo aggiornamento: 14 maggio 2019 16:58
Il partigiano Gabetti (foto Ansa)

Il partigiano Gabetti (foto Ansa)

ROMA – “Il partigiano Gabetti”: questo il titolo dell’articolo pubblicato da Giuseppe Turani anche su “Uomini&Business”:

Ci ha lasciati Gianluigi Gabetti. Si potrebbe anche aggiungere, per quelli che non lo conoscevano, il “partigiano” Gabetti (in una formazione di Giustizia e Libertà, nome di battaglia Attilio). Torinese, comincia a lavorare in banca nella sua città come semplice impiegato allo sportello. A poco a poco sale di grado e alla fine viene notato da Adriano Olivetti, che lo affascina e lo porta a lavorare per l’azienda di Ivrea. C’è una lunga stagione in cui Gabetti ha sede a New York. Uomo per bene, affabile, intelligente, colto, conosce presto il meglio dell’aristocrazia degli affari degli States. Infine, l’incontro fatale con Gianni Agnelli. L’Avvocato sugli uomini ha sempre avuto buon fiuto e con Gabetti non si sbaglia: rimarranno insieme tutta la vita. Anzi, quando scompaiono sia Gianni che Umberto, sarà proprio Gabetti, insieme a Susanna Agnelli, a pilotare la Fiat verso Marchionne.

Saldamente insediato alla testa dell’Ifi (la finanziaria di famiglia che ha contribuito a creare) ha avuto un ruolo in tutte le avventure del gruppo (entrata e uscita dei libici, presa di distanza da Mediobanca). Personaggio fra i più potenti in Italia, ha sempre tenuto un profilo discreto e solo in qualche rara occasione si è lasciato andare a parlare di se stesso, ma solo per ribadire che la sua missione erano gli affari della casa torinese. Di persona, il partigiano Gabetti era un gentiluomo come ormai non se ne trovano quasi più. Sempre gentile, disponibile, mai banale: quando la conversazione entrava troppo in profondità sugli affari torinesi, cortesemente deviava. Gentile, ma attento. Di politica si occupava, ma non lo si è mai visto a confabulare con questo o con quello. Era uno che parlava con Kissinger o i Rotschild e i Lazard. Il suo vero lavoro era avere lo sguardo lungo, sempre per il bene degli Agnelli. Dopo la scomparsa dei due fratelli, quando Morchio (allora amministratore delegato Fiat) si fa avanti, dicendosi pronto a diventare anche azionista, impiega forse venti secondi a capire che Morchio deve uscire dal gruppo (troppo ambizioso) e a giocare la carta Marchionne. E provvede, immediatamente. Un gentiluomo, ma deciso, un po’ americano.