Pd e sinistra: sembra un disegno perverso per non vincere

di Marco Benedetto
Pubblicato il 21 Gennaio 2010 11:18 | Ultimo aggiornamento: 21 Gennaio 2010 11:18

Viene da paragonare Luigi Zanda a John Wayne, non certo quello di Berretti Verdi, ma quello di Alamo, dove interpreta l’eroico deputato del Tennessee David Crockett, che dà la vita per fermare l’offensiva messicana contro il Texas. Hanno poco in comune, Zanda e David Crockett, se non l’eroismo.

Zanda, e con lui tutti i senatori della sinistra, si sono battuti da eroi contro processo breve e altre invenzioni dei legali di Silvio Berlusconi. Zanda, persona mite e prudente, ha perso le staffe di fronte al comportamento del presidente del Senato Renato Schifani, trascinando metà dell’aula in un applauso inusuale.

Però, mentre il sacrificio di David Crocket ha cambiato la storia dell’America e in fondo anche del mondo, Zanda e il suo partito hanno dovuto constatare amaramente l’inutilità di ogni sforzo. E non solo sulla giustizia, ma anche sul più grande scandalo del governo Berlusconi, non la vicenda delle ragazze, ma quella, molto più seria e di effetti duraturi, come la trasformazione in spa della protezione civile.

Fin qui siamo ancora nelle regole: se il governo dispone di una maggioranza parlamentare sufficiente, può fare passare le leggi che vuole; e che Dio ci conservi il Parlamento e le sue regole e le preservi dalle aspirazioni dittatoriali di chi teorizza il governo per decreti legge.

Purtroppo invece, nel caso dei parlamentari della sinistra, siamo al sacrificio inutile, che sconfina nella beffa e fa apparire la politica italiana come un inutile teatro o uno sterile talk show: il sacrificio si consuma sullo sfondo di un partito prevalente a sinistra, il Pd, che perde i pezzi, che è allo sbando, che va alla sconfitta non come conseguenza di uno scontro tra idee in cui perde l’idea che incontra minor favore tra gli elettori.

Il Pd è allo sbando per una serie di scelte sbagliate, ieri e oggi negli uomini, oggi nella campagna elettorale.

Le scelte sbagliate degli uomini di ieri e di oggi si traducono in due nomi, quelli di Walter Veltroni e di Pier Luigi Bersani, di appartenenze diverse all’interno del partito, ma accomunati da una serie di risultati negativi: sconfitte elettorali, Veltroni; le guerre di modernizzazione, Bersani.

L’Italia ha la memoria corta, tutto passa, tutto va in prescrizione, domina l’indulgenza plenaria: però non riesco a dimenticare la lotta col mulino a vento degli ordini nel primo governo Prodi e quella contro i tassisti nel secondo avviate con grande clamore da Bersani e finite entrambe in una vergognosa marcia indietro (cui, nel caso dei taxi, Veltroni contribuì da par suo come sindaco di Roma): tornereste da un avvocato che vi ha fatto perdere tutte le cause, da un chirurgo che vi ha amputato pezzi di corpo senza ragione?

Bene, a me, che non capisco niente degli arcani della politica ma giudico per quel che vedo, al Pd è successo proprio questo, un po’ come non se la sentisse più di camminare e allora si piega su se stesso, non vuole più combattere, non combattere nelle sceneggiate parlamentari ma combattere sul mercato, quello dei voti, dove in una democrazia competono i partiti.

Forse è l’inconscia paura di vincere, che bloccò il Pci. Forse è l’eredità democristiana del monopolio. Il risultato è che il vecchio grande partito della questione morale è diventato una grande burocrazia borghese (nessuno ha finora guardato in profondità gli effetti di questa deriva panciafichista, che ha fatto collezionare all’ex Pci una serie di sconfitte nelle ultime comunali in una ex roccaforte rossa come l’Umbria); è diventato un partito consapevole di essere minoritario, nelle idee, nel paese, in Parlamento e fa le cose più assurde pur di restare tale.

Anche la destra ha i suoi problemi e fa degli apparenti errori, come quello commesso da Berlusconi di lasciare il Veneto alla Lega: ma Berlusconi non poteva che subire, se voleva l’appoggio di Bossi sulla giustizia e chissà cosa d’altro. E comunque la Lega è un alleato stabile, almeno in apparenza strutturale dello schieramento di destra.

Ma che la sinistra abbia dovuto dare ai radicali la candidatura a presidente della Regione Lazio, questo proprio non si riesce a capire, anche perché poi, comunque, i radicali non sono organici alla sinistra, anzi, semmai…

Sembra di vedere il remake del film di Di Pietro, che Massimo D’Alema, invece di lasciarlo andare con Berlusconi, preferì inserirlo nel grande gioco politico regalandogli un seggio senatoriale da cui sono scaturite conseguenze solo negative per il Pd, la fine delle quali ancora non è certo in vista.

D’Alema, che i malvagi dicono tiri i fili che fanno muovere così malamente Bersani, è anche dietro lo scempio della Puglia: ma siamo sicuri che sia solo incapacità o non ci sia anche un disegno perverso?

Intanto il Pd perde quasi ogni giorno qualcuno: se lo fai notare ti rispondono con disprezzo: chi? Quello? Quella?

Intanto Roma è tappezzata di manifesti elettorali della destra, Polverini comincia a bombardare, ma non solo lei. Si vedono i faccioni di camerati di corso antico e recente sui muri della capitale, mentre la sinistra sta ancora facendo i conti con lo scandalo di Piero Marrazzo e con le conseguenze della sua gestione, certo non migliorativa di quella di Francesco Storace.

Perché vi chiedete come finirà?