Pd insidiato a sinistra dal M5s, deve cambiare tutta la classe dirigente o…

di Emiliano Chirchietti
Pubblicato il 7 luglio 2018 9:01 | Ultimo aggiornamento: 7 luglio 2018 9:01
Pd insidiato a sinistra dal M5s, deve cambiare tutta la classe dirigente o morirà.Nella foto: Matteo Renzi, dalle stelle a...

Pd insidiato a sinistra dal M5s, deve cambiare tutta la classe dirigente o morirà.Nella foto: Matteo Renzi, dalle stelle a…

Il Partito Democratico, o Pd potrà sperare di salvarsi solo se attiverà un processo partecipativo di rifondazione a livello nazionale e locale.,

I Democratici si fanno male, molto male. Nella regione madre, la Toscana, sono ad un passo dall’estinzione. Il centrosinistra governa solo a Firenze, Prato e Lucca. Tranne Livorno e Carrara  a Cinque Stelle, tutto il resto sterza a destra ed abbraccia la Lega.

Nessuna sorpresa. Questo risultato era atteso. Bastava allungare il naso ed annusare l’aria per sentire l’odore della disfatta; o più semplicemente osservare con attenzione alcuni risultati elettorali degli ultimi anni: nel 2014 cade la roccaforte di Livorno, nel 2015 la Lega – insieme con FdI e AN – ottengono alle regionali più del 20%, nel 2017 la città di Pistoia sceglie un sindaco leghista; nello stesso anno Carrara invece diventa grillina, ed alle politiche del 4 marzo, a livello regionale, il Carroccio, da solo, convince il 18% degli elettori. Ancora più facile sarebbe stato frequentare la società, tra la gente, tornare nelle periferie, dentro le fabbriche – almeno in quelle rimaste – o comunque nei luoghi non luoghi del precariato 2.0, dove nascono e si moltiplicano le nuove povertà. Insomma, i terremoti non si possono ancora prevedere, ma questa roba si.

Cadono Siena, Pisa, Massa; l’anno prossimo si vota a Firenze e Livorno, poi nel 2020 ci saranno le regionali. In bocca al lupo e tanti auguri a tutti.

Si pensava che dopo il disastro del 4 Marzo e la successiva formazione del Governo Conte, i tempi sarebbero stati maturi per aprire una discussione sulle ragioni della sconfitta; ed invece, al contrario, e forse c’era pure da aspettarselo, nel Pd ha prevalso un sentimento di tracotanza che si è tradotto nelle surreali dimissioni farsa del segretario. Tutto qua, non pervenuti. E nemmeno l’ opposizione al governo ha prodotto un po’ di sano ottimismo: sinceramente è parso un tentativo irrilevante, vuoto di contenuti, una chiamata all’antifascismo che semmai ha evidenziato e riproposto i limiti di una classe dirigente ormai alla deriva. Anche le dichiarazioni ultime, successive ai ballottaggi, non offrono granché per la cura: c’è chi propone di andare oltre il Pd e formare un fronte repubblicano – no comment – oppure chi ritiene essenziale far notare che il Pd perde anche senza Renzi – no comment – o chi semplicemente afferma che con quest’ultimo risultato negativo si chiude un ciclo  – no comment – .

Se a tutto questo sommiamo: le mosse e contromosse delle varie componenti interne al partito che si affrettano a prendere posizione nello scacchiere, le personali strategie messe in campo dagli esponenti di punta che si stanno fronteggiando tra di loro, le varie investiture a salvatore della patria che si susseguono una dopo l`altra ed il riacutizzarsi di tensioni mai sopite, si riesce a percepire lo smarrimento che regna.

Calenda? Zingaretti? Sono queste le figure per il rilancio? Ma è possibile che non si riesca a comprendere fino in fondo la portata del cambiamento richiesto? L’attuale classe dirigente  del partito – prime, seconde e terze file – non ha più credito nell’elettorato; troppe sono state le sconfitte ed innumerevoli gli errori, e se è vero che le responsabilità vengono da lontano, anche chi, negli ultimi anni ha governato, si è inserito nel  solco della <<tradizione>>, riproducendo le stesse dinamiche autodistruttive. Qualsiasi prospettiva verso il futuro non può che essere realizzata da una dirigenza che niente condivida con il passato.

Questo non è uno dei tanti passaggi di difficoltà: è il crinale dal quale o si discende verso il futuro o si precipita nell’oblio, e come tale non può essere affrontato con gli abituali strumenti della politica.

Occorre ristabilire un legame di fiducia con quei settori del paese che si sono sentiti in qualche misura traditi; aprire una fase di ampia partecipazione e discussione deliberativa che dal partito trabocchi nella società, in quegli spazi dove ancora persistono le ragioni ed i sentimenti della sinistra; scovare e formare nuove leadership e soprattutto ridiscutere e rinventare il Pd. Un processo partecipativo serio – realizzato con l`aiuto di esperti di politiche partecipative – che abbia come obiettivo l’elezioni politiche del 2023,  può avere buone possibilità di riuscita. Altre eventuali soluzioni ammuffite serviranno forse ad allungare di qualche giorno le carriere dei singoli ma non certo la vita del Pd.

A chi governa oggi i democratici piena responsabilità di comprendere fino in fondo l’attuale fase politica e le implicazioni che da essa discendono; ma non si può negare che esista anche un mondo, fuori dalle stanze del partito, che si interroga sul futuro della sinistra e che potrebbe contribuire, se coinvolto, alla realizzazione del processo partecipativo di rifondazione. Figure dall’alto spessore intellettuale, punti di riferimento per la sinistra, personalità di indubbio valore che dovrebbero garantire con la loro  autorevolezza la bontà di un percorso verso qualcosa che ancora non esiste nelle parole ma che già circola tra la gente.

Si, perché l’elettorato di sinistra esiste ancora; semmai è mutato, cambiato, per molti aspetti post ideologico, ma sicuramente ancora dentro agli ingranaggi di un mondo globale che lo stritola e dal quale non sa difendersi. Il tema dei diritti non è venuto meno. Forse, rispetto al ‘900, è cambiato il modo di articolarlo, ma l’urgenza con la quale affrontarlo è ancora la medesima. Non essere riusciti, ad esempio, a comprendere che il problema dell’immigrazione toccava anche buona parte delle sensibilità di sinistra, e che occorreva affrontarlo con ben altra decisione è stato un errore politico dalle conseguenze inimmaginabili. Stessa cosa dicasi per il tema del lavoro, tanto per citarne un altro, interpretato ed affrontato con piglio quasi neoliberista quando invece forse occorreva una via socialista, più vicina alle tutele dei lavoratori e aperta ad un rapporto dialettico con le nuove leve del potere capitalista.

Forse, nel popolo, il Pd è veramente esistito; è accaduto tra la gente ma non nella sua dirigenza, divisa tra ex-Ds ed ex-Margherita prima (a sua volta contrapposti tra di loro per correnti) e tra renziani ed anti-renziani poi.  Tra un anno si voterà  per le elezioni Europee,  e se non ci saranno profonde  novità a sinistra di vero cambiamento, arriverà un’altra spallata, che forse sentenzierà quello che molti hanno già deciso, ovvero, che il futuro della sinistra è  nel M5s.

A chi governa oggi i democratici piena responsabilità di comprendere fino in fondo l’attuale fase politica e le implicazioni che da essa discendono.