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Pd, con ius soli perde voti: servono riforme, lavoro e crescita

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Pd, con ius soli perde voti: servono riforme, lavoro e crescita

ROMA – All’Italia, come ha recentemente ricordato Mario Draghi, servono riforme. In questo articolo apparso anche sul suo sito Uomini & Business, Giuseppe Turani si interroga sul ruolo del Pd e più in generale su futuro riformista del centrosinistra.

Il teatrino della sinistra, forse, è finito. E è finito come si immaginava. Pisapia e radicali (più altri minori) che fanno parte del centrosinistra largo e i duri di Mdp e ex-vendoliani che non ci staranno. Bottino scarso dunque. Ma, finito il teatrino, ci si aspetta adesso che la sinistra faccia vedere quello che sa fare.

Finora non è uscita una sola idea anche solo lievemente eccitante. Il Pd, che è la maggior forza di sinistra, l’unica democratica e sicuramente europeista, continua a vivere una sorta di doppia esistenza. Da un lato non sa resistere a qualche fiammata populista, dall’altro lato per crescere sa immaginare quasi solo la strada del maggior indebitamento (anche se il governo in carica è di diverso avviso, va detto).

Sono entrambe posizioni sbagliate. Ci si aspetta un posizionamento più realistico e più liberal-democratico. Soprattutto ci si aspetta che vengano rilanciate alcune riforme che stavano nel grande pacchetto (poi bocciato) del 4 dicembre.

Se il Pd è una cosa seria, e non solo una formazione che vuole comunque contare nel prossimo parlamento, deve trovare la forza e il coraggio di dire alla gente che senza un po’ di quelle riforme bocciate quasi un anno fa il paese non si muove e non si muoverà mai. Continuerà a strisciare sul fondo.

Gli strateghi del Pd possono aver deciso che agli elettori interessa di più sentirsi promettere altre prebende e regali (dopo tutti quelli già fatti, persino il bonus giardini), ma sbagliano. In questo Berlusconi e Grillo sono molto più bravi e fantasiosi.

Dove il Pd può distinguersi, e attirare l’attenzione dei ceti medi professionali (dove ci sono i famosi voti di centro) è nel ricordare che il paese va riformato. Sono vent’anni che la produttività non cresce (l’anno scorso è addirittura arretrata), e questo è il segno non equivocabile di un paese ancora profondamente malato. Se invece di denunciare ciò che non funziona, si intende proseguire nella retorica del “tutto va bene”, abbiamo estratto il paese dalla sua crisi, adesso si corre in discesa, allora siamo fuori strada. Il paese non è a posto e Draghi ce lo ha appena ricordato.

In più va ricordato che i nuovi arrivati nel centrosinistra (Pisapia e soci) insisteranno per l’approvazione prima delle elezioni dello jus soli e magari anche per una tiratina d’orecchie a Minniti sugli immigrati.

Sono dei pazzi, ubriachi di ideologia: jus soli e immigrati sono due cose su cui la sinistra perde voti. Cose giuste, ma che solo dei dementi fanno a pochi mesi dalle elezioni. La gente oggi vuole sapere delle riforme, del lavoro, della crescita. Dello jus soli (giustissimo e civilissimo) non importa nulla a nessuno e nessuno vuole rivedere le navi delle Ong che battono il Mediterraneo alla ricerca di immigrati da sbarcare poi in Italia.

Insomma, è una specie di paradosso. Il Pd battuto il 4 dicembre era chiaramente un partito rifomista liberal-democratico. Quello di oggi sembra invece più portato a inseguire farfalle e a promettere ciò che si sa non potrà essere mai mantenuto.

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