Le “pensioni d’oro”? Esistono solo quelle di platino

di Luca Grimaldi
Pubblicato il 4 Settembre 2018 6:23 | Ultimo aggiornamento: 3 Settembre 2018 18:28
pensioni d'oro

Le “pensioni d’oro”? Esistono solo quelle di platino

Le cosiddette “pensioni d’oro” non esistono. [App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui,- Ladyblitz clicca qui –Cronaca Oggi, App on Google Play] O meglio, esistono solo nella fantasia demagogica e populista di chi magari non ha mai lavorato in vita sua.

Esistono, invece, le “pensioni di platino” e sono innanzitutto le “pensioni baby”: quelle di chi è andato in pensione prima dei quarant’anni di anzianità lavorativa, e spesso anche d’età, avendo lavorato per 10-15-20 anni o poco più. E sono di platino indipendentemente dai contributi versati, di gran lunga inferiori agli importi mensili che vengono corrisposti ai rispettivi titolari. A questa categoria appartengono anche coloro che cumulano due o tre pensioni, tra i quali numerosi parlamentari o ex parlamentari di tutti i partiti e numerosi sindacalisti o ex sindacalisti che in virtù di questo privilegio hanno goduto dei contributi figurativi, cioè nominali, accreditati senza onere a carico del lavoratore.

Per il taglio di quali “pensioni d’oro”, dunque, ha votato chi alle ultime elezioni politiche ha dato il suo consenso al Movimento 5 Stelle o alla Lega? Lo dice in modo molto semplice e preciso il testo del “Contratto di governo” sottoscritto dai due partiti della maggioranza di governo giallo-verde, al punto 26 pagina 37, laddove – oltre ai tagli dei costi della politica e delle istituzioni – si legge testualmente: “Per una maggiore equità sociale riteniamo altresì necessario un intervento finalizzato al taglio delle cd. pensioni d’oro (superiori ai 5.000,00 euro netti mensili) non giustificate dai contributi versati”.

Chiarissimo. Oltre i cinquemila euro netti al mese e non giustificate dai contributi. Questo è l’impegno scritto, formale e solenne, che M5S e Lega hanno preso davanti agli elettori. Chi ha votato per questi due partiti, quindi, ha votato per il taglio di queste maxi-pensioni, non proporzionate ai contributi che sono stati versati mese per mese nel corso di una vita di lavoro. Se ora Di Maio e Salvini dovessero modificare un tale impegno, tradirebbero il “contratto” da loro stessi sottoscritto e rischierebbero di diventare – politicamente parlando – due truffatori, imbroglioni, impostori, bidonisti e chi più ne ha più ne metta.

D’accordo, allora, sull’equità e sulla solidarietà sociale. Ma un eventuale taglio indiscriminato alle cosiddette “pensioni d’oro” non sarebbe sufficiente comunque ad aumentare in misura adeguata quelle minime. E comunque, resta il fatto incontrovertibile che la pensione è un accumulo di risparmio, non più un reddito, per cui – a norma della Costituzione – dovrebbe essere difesa come un bene intangibile, intoccabile: altrimenti, diventa un esproprio proletario. Basta calcolare i contributi versati in base agli anni di lavoro, come dice il “Contratto di governo”, per corrispondere il giusto trattamento pensionistico a chi se l’è guadagnato con il proprio lavoro, la fatica e il sudore della fronte, contando alla fine su una legittima rendita a vita.

Nel gergo giuridico, si chiamano “diritti acquisiti”. Cioé diritti che non possono essere modificati “ex post”, anche perché chi li ha legittimamente maturati può aver costruito su quella base un “progetto di vita”, per sé e per la propria famiglia: ha sottoscritto un mutuo per acquistare una casa, ha assunto impegni che altrimenti non avrebbe assunto, ha raggiunto un tenore di vita che magari non può più ridurre o modificare. Né tantomeno – per ragioni d’età – cercarsi un nuovo lavoro. E gli elettori, quelli che hanno votato M5S o Lega e anche tutti gli altri, hanno il diritto ora di pretendere che venga rispettato il “contratto” in forza del quale s’è costituito e insediato questo governo.

La “Giustizia giusta” deve valere anche per la “giusta pensione”. Se occorre fare un sacrificio in nome dell’equità sociale, in modo da aumentare le pensioni minime, questo va ripartito progressivamente fra tutti i contribuenti in rapporto alla rispettiva capacità di reddito. Con i contributi di solidarietà già versati finora, i pensionati hanno già dato. Non possono essere soltanto loro, “soggetti deboli” della catena sociale, a sopportare interamente un peso inutile e iniquo.