Pensioni d’oro odio scatenato: 6 proposte di tagli da 46 deputati e 1 senatore

di Pierluigi Franz
Pubblicato il 7 gennaio 2014 7:19 | Ultimo aggiornamento: 6 gennaio 2014 0:55
 Pensioni d'oro odio scatenato: 6 proposte di legge da 46 deputati e 1 senatore

Enrico Giovannini, per odio ai pensionati, vuole trascinare il Governo in una guerra con la Corte Costituzionale

Le pensioni d’oro hanno scatenato il partito dell’odio, un partito dell’odio che si annida con molto proseliti in Parlamento.

Sono ben 6 le proposte di legge presentate (qui i testi integrali) di cui 5 a Montecitorio e 1 a palazzo Madama da 46 deputati e 1 senatore in tema di taglio delle pensioni e/o dei vitalizi o delle retribuzioni pubbliche. Dal loro esame e dalle dichiarazioni ai giornali di ministri e di numerosi uomini politici negli ultimi otto mesi emerge con chiarezza l’esistenza di un piano ben preciso che mira a scardinare entro breve tempo e con effetto retroattivo l’attuale sistema pensionistico che poggia oggi su 2 distinti e separati sistemi di calcolo, cioé quello retributivo e quello contributivo.

L’obiettivo delle forze politiche è quello di fare cassa tagliando con effetto retroattivo non solo le cosiddette “pensioni d’oro”, ma anche quelle “d’argento” e forse anche “di bronzo” in aperta violazione della Costituzione e dei diritti ormai acquisiti.

Questi disegni di legge si saldano alle 7 Mozioni di 121 deputati di tutti i partiti – ad eccezione di Forza Italia – che saranno discusse alla Camera, di cui è presidente Laura Boldrini, nel pomeriggio di mercoledì 8 gennaio, nonostante la legge di stabilità entrata in vigore dal 1° gennaio scorso avesse ripristinato e in misura ben più pesante i tagli sulle pensioni superiori ai 90 mila 168 euro lordi l’anno ed avesse anche allungato di un ulteriore anno dopo il biennio 2012-2013 il blocco della perequazione sulle pensioni superiori ai 38 mila 646 euro lordi l’anno.

Desta infatti sorpresa il mantenimento delle 7 Mozioni nel calendario dei lavori di Montecitorio quando si pensava che fosse ormai venuto meno l’oggetto stesso della discussione per effetto della legge n. 147. Evidentemente il Governo, primo fra tutti il ministro del Lavoro Enrico Giovannini, avrebbero in testa ben altro per far quadrare i conti della previdenza.

Non si può, quindi, escludere entro breve tempo un nuovo rivoluzionario provvedimento, peraltro preannunciato da mesi anche dal nuovo leader del Pd Matteo Renzi, che infischiandosene dei saggi consigli del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e in contrasto anche con gli equilibrati principi fissati dalla Corte Costituzionale il 5 giugno scorso, si appresterebbe a colpire anche le pensioni medie e medio-alte, anziché tutti i cittadini italiani a parità di reddito.

Insomma, anziché colpire i contribuenti nella stessa misura a pari reddito, si vorrebbero penalizzare di nuovo solo i pensionati, cioé la categoria più debole e indifesa, che per di più ha sempre puntualmente pagato le tasse!

La scontata approvazione mercoledì prossimo delle 7 mozioni e la presentazione di numerose proposte di legge nello stesso segno darebbe di fatto via libera al Governo Letta-Alfano per emanare un decreto-legge che ridisegnerebbe l’intero sistema pensionistico nel nostro Paese con effetto retroattivo e infrangendo diritti che da decenni si ritenevano ormai acquisiti. E poco importa se si aprisse un conflitto istituzionale senza precedenti tra il parlamento e la Corte Costituzionale.

Evidentemente i politici in vista di prossime elezioni ritengono più popolare e conveniente non seguire i consigli della Corte Costituzionale con l’introduzione di un contributo di solidarietà uguale per tutti i contribuenti italiani – e non soltanto i pensionati – che abbiano denunciato al fisco un reddito elevato. Se ciò accadesse bisognerà, però, vedere come reagiranno poi i pensionati alle urne e se i politici dimostreranno di aver fatto una scelta oculata o, invece, “i conti senza l’oste”.

Ecco in dettaglio i punti salienti delle 6 proposte di legge.

Per 3 deputati del SEL (Sinistra Ecologia Libertà), primo firmatario l’onorevole Giorgio Airaudo, dovrebbe essere istituito presso l’INPS un Fondo destinato all’accredito della contribuzione figurativa per i periodi di mancato lavoro in favore degli iscritti alla Gestione separata e al miglioramento delle prestazioni in favore dei soggetti la cui pensione è calcolata esclusivamente con il sistema contributivo.

Il Fondo sarebbe alimentato per 4 anni da un’addizionale all’imposta IRPEF, applicata sui redditi di lavoro e di pensione di importo complessivamente superiore a 90 mila euro annui. Il gettito dell’addizionale sarebbe versato all’entrata del bilancio dello Stato per essere riassegnato al Fondo. L’aliquota sarebbe stabilita nella misura dell’1 per cento sulla parte di reddito eccedente l’importo di 90 mila euro e fino all’importo di 120.000 euro lordi annui. L’aliquota sarebbe incrementata progressivamente dello 0,5 per cento per ciascuno dei successivi scaglioni di reddito, stabiliti nell’importo di 30.000 euro lordi annui oltre il limite dello scaglione precedente, ed è applicata, nella misura così determinata, sulla parte di reddito eccedente.

Ventisette deputati del Partito Democratico, prima firmataria Marialuisa Gnecchi, vorrrebbero, invece, istituire per 5 anni un contributo progressivo di solidarietà a carico dei redditi da pensione, destinato a contribuire all’equilibrio e all’equità del sistema previdenziale, nonché ad attuare misure di sostegno per le prestazioni previdenziali delle nuove generazioni. Tale contributo di solidarietà verrebbe calcolato in relazione al loro rapporto con il trattamento minimo (TM) applicando le seguenti percentuali:

a) 0,50 per cento per gli importi da 8 fino a 10 volte il TM;

b) 0,75 per cento per gli importi superiori a 10 fino a 12 volte il TM;

c) 1 per cento per gli importi superiori a 12 fino a 14 volte il TM;

d) 1,25 per cento per gli importi superiori a 14 fino a 16 volte il TM;

e) 1,50 per cento per gli importi superiori a 16 fino a 18 volte il TM;

f) 2 per cento per gli importi superiori a 18 fino a 20 volte il TM;

g) 3 per cento per gli importi superiori a 20 fino a 25 volte il TM;

h) 4 per cento per gli importi superiori a 25 fino a 30 volte il TM;

i) 5 per cento per gli importi superiori a 30 fino a 35 volte il TM;

l) 6 per cento per gli importi superiori a 35 fino a 40 volte il TM;

m) 7 per cento per gli importi superiori a 40 fino a 45 volte il TM;

n) 8 per cento per gli importi superiori a 45 fino a 50 volte il TM;

o) 9 per cento per gli importi superiori a 50 fino a 55 volte il TM;

p) 10 per cento per gli importi superiori a 55 fino a 60 volte il TM;

q) 12 per cento per gli importi superiori a 60 fino a 70 volte il TM;

r) 14 per cento per gli importi superiori a 70 fino a 80 volte il TM;

s) 15 per cento per gli importi oltre 80 volte il TM.

Il gettito derivante dal contributo di solidarietà confluirebbe in fondi comuni per l’equità previdenziale appositamente istituiti presso gli enti previdenziali e finalizzati a garantire idonee misure di compensazione e di sostegno per le prestazioni previdenziali delle nuove generazioni.

Il leghista Massimiliano Fedriga contesta apertamente la sentenza della Corte Costituzionale n. 116 del 2013 sostenendo che ” i giudici non hanno tenuto conto che quelle pensioni già rappresentano una disparità tra cittadini, una inaccettabile disuguaglianza tra chi percepisce una pensione calcolata secondo il metodo retributivo e chi, invece, la percepisce secondo il metodo contributivo. Non possiamo ignorare che quei trattamenti non sono frutto di accantonamenti «personali», secondo la ratio per cui un pensionato percepisce quanto versato nell’arco della vita lavorativa, ma sono pagati dai versamenti dei lavoratori attivi. Ciò rappresenta già di per sé un’ingiustizia sociale, un’iniquità nei confronti di coloro ai quali è stato applicato un altro metodo di calcolo solo perché sono andati in pensione giù tardi, nei confronti dei molti lavoratori attivi sulle cui spalle grava il mantenimento di simili privilegi e nei confronti dei percettori delle pensioni minime, con le quali è impossibile mantenersi specie nell’attuale periodo di grave crisi economica”.

Ed ha aggiunto che lo stesso Ministro del Lavoro Giovannini ha recentemente definito questi trattamenti «quelle pensioni il cui elevato importo appare stridente nell’attuale contesto socio-economico e di sacrifici imposti alla generalità della popolazione». Per questo motivo ha proposto un “tetto” di 5 mila euro netti al mese per le pensioni e i vitalizi erogati da gestioni previdenziali pubbliche in base al metodo retributivo (sarebbero, invece, fatti salvi le pensioni e i vitalizi corrisposti esclusivamente in base al metodo contributivo). Qualora il trattamento fosse cumulato con altri trattamenti pensionistici corrisposti da gestioni previdenziali pubbliche in base al metodo retributivo, l’ammontare onnicomprensivo ai tali trattamenti non potrebbe superare gli 8 mila euro netti mensili.

Anche l’on. Giorgia Meloni, giornalista professionista di “Fratelli d’Italia”, non intende assolutamente rispettare la sentenza della Consulta n. 116 del 2013 che critica duramente. Assieme ad altri 8 deputati del suo partito chiede, anzi, che le pensioni calcolate con il sistema retributivo che eccedano il valore di oltre dieci volte la pensione minima INPS, cioé i 64 mila 406 euro, siano ricalcolate e corrisposte secondo il sistema contributivo, di modo che, oltre tale importo, i soggetti interessati percepiscano una differenza in proporzione solo ed esclusivamente a quanto da loro effettivamente versato agli enti pensionistici durante il loro percorso lavorativo. Si prevede inoltre una clausola di salvaguardia e che le somme in tal modo risparmiate siano destinate a finanziare interventi di perequazione delle pensioni minime, degli assegni sociali e delle pensioni di invalidità.

Sei deputati di Beppe Grillo, prima firmataria l’onorevole Carla Ruocco, intendono vietare il cumulo tra la pensione di vecchiaia o di anzianità e il lavoro dipendente od autonomo. Inoltre in considerazione del protrarsi della grave crisi economica e finanziaria, a decorrere dalla data di entrata in vigore della presente legge e fino al 31 dicembre 2015, il trattamento economico annuo onnicomprensivo di chiunque riceve a carico delle finanze pubbliche emolumenti o retribuzioni nell’ambito di rapporti di lavoro dipendente o autonomo con amministrazioni statali, compresi eventuali trattamenti di quiescenza, indennità e voci accessorie nonché eventuali remunerazioni per incarichi ulteriori o per consulenze conferiti da amministrazioni statali diverse da quella di appartenenza, non dovrebbe superare i 200.000 euro.

Da ultimo per lo scrittore Riccardo Nencini, Vicepresidente del Gruppo per le Autonomie al Senato, e per Fausto Guilherme Longo non dovrebbero essere cumulabili con altri redditi da lavoro dipendente, autonomo e libero professionale le pensioni di importo superiore a 75.000 euro netti l’anno (e su tali vitalizi non scatterebbe più a vita la rivalutazione monetaria annuale). Per i vitalizi superiori ai 100 mila euro netti l’anno la quota eccedente tale cifra resterebbe poi congelata fino al compimento del settantesimo anno di età dei pensionati I vitalizi superiori. Inoltre non potrebbero essere più cumulabili diversi trattamenti pensionistici e di quiescenza, ivi incluse le rendite vitalizie.I beneficiari dei trattamenti cumulativi dovrebbero optare entro 60 giorni.

E ancora: non dovrebbero superare i 200.000 euro lordi l’anno le retribuzioni erogate da amministrazioni pubbliche, comprese quelle dei dipendenti della Banca d’Italia, dei magistrati e i dirigenti delle aziende con capitale azionario partecipato dallo Stato (a costoro sarebbe vietata la concessione di tutti i benefici accessori, compreso l’uso dell’auto blu). Infine, i dirigenti delle aziende con capitale azionario partecipato dallo Stato non potrebbero percepire ulteriori redditi derivanti dall’esercizio di piani di stock option.