Cassa ragionieri: la sentenza della Cassazione rischia di creare buco da 500 mln per lo Stato

di Pierluigi Roesler Franz
Pubblicato il 8 Novembre 2019 14:47 | Ultimo aggiornamento: 8 Novembre 2019 14:47
Cassa ragionieri, sentenza Cassazione produce buco conti pubblici

Cassa previdenza Ragionieri, la sentenza della Cassazione (foto Ansa)

ROMA – Una clamorosa sentenza della Corte di Cassazione rischia di creare un buco nelle casse dello Stato di circa mezzo miliardo di euro per il rimborso delle tasse pagate in più da migliaia di ragionieri sulle ingenti somme riavute in questi anni dalla Cassa di previdenza.

A lanciare il grido d’allarme è l’avv. Anna Campilii di Parma, esperta di diritto previdenziale, che propone una soluzione legislativa urgente improntata all’equità e al buon senso per risolvere l’intricata questione.

L’imprevisto colpo di scena é conseguente all’inattesa decisione della Cassazione n. 20877 del 21 agosto 2018 (clicca qui), che ha interpretato – ma a distanza di ben 16 anni dalla sua entrata in vigore – il settimo comma dell’art. 44 della legge finanziaria n. 289/2002, affermando che la facoltà accordata alle Casse professionali di “applicare le disposizioni di cui al presente articolo nel rispetto dei principi di autonomia” è stata tacitamente e legittimamente esercitata dalla Cassa di previdenza dei Ragionieri attraverso l’introduzione del cosiddetto “coefficiente di neutralizzazione”, in quanto si fonda “nel potere attribuito in proposito alle Casse privatizzate dall’art. 44, comma 7, L. 289/2002, in un’ottica di evidente favor rispetto all’omogeneizzazione dei sistemi pensionistici”.

Un principio che appare, però, contraddittorio, in quanto é come dire che dev’essere applicato l’art. 44 comma 7 della legge n. 289/2002, disapplicandolo.

In sostanza la disposizione contenuta nel comma 7 dell’art. 4 della legge del 2002 afferma che le Casse professionali possono applicare ai pensionati di anzianità le medesime disposizioni dettate per i pensionati INPS, i quali vengono penalizzati se non raggiungono “quota 95” quale somma di contributi ed anzianità contributiva.

Invece, la Cassazione ha risposto che la Cassa dei ragionieri può optare per la penalizzazione, ma applicando regole diverse utilizzando la sua autonomia normativa.

Pertanto accade che i ragionieri vengono penalizzati solo in funzione dell’età e ciò anche se superano “quota 95” a causa di un’anzianità contributiva di 40 anni.

Per effetto di questo inatteso verdetto della Suprema Corte sono state così rovesciate le sorti del contenzioso in danno dei ragionieri che avevano vinto la causa contro la loro Cassa di previdenza in tribunale e in appello, ottenendo la disapplicazione del coefficiente di neutralizzazione (taglio brutale applicato alle loro pensioni d’anzianità). Pertanto la stessa Cassa nazionale di previdenza dei ragionieri e periti commerciali chiede ora la restituzione degli incrementi pensionistici relativi agli ultimi 10-15 anni, al lordo delle imposte.

In pratica, come riferisce l’avv. Campilii, la Cassa chiede il doppio delle somme nette incassate dai ragionieri durante la pluriennale durata delle vertenze giudiziarie e chiede il rimborso in unica soluzione delle somme pagate in più.

In media si parla della restituzione di 200-300 mila euro lordi per ciascun ragioniere, di cui circa la metà (media € 70.000 cadauno) pagata all’Erario per imposta Irpef da riavere indietro. Se i ragionieri fossero solo 2.000, lo Stato dovrebbe restituire circa € 140 milioni di imposte. Ma se fossero 10.000, la somma da restituire sarebbe di € 700 milioni. Nel disegno di legge finanziaria per il 2020 manca, però, uno specifico stanziamento.

La soluzione ipotizzata dall’avv. Campilii, che ha lanciato un appello a deputati e senatori, é che il Parlamento approvi ora una norma di interpretazione autentica dell’art. 44 della legge n. 289/2002, nel senso che “le medesime disposizioni da applicare in caso di opzione sono proprio le medesime e non altre inventate dalla Cassa”.