Pensioni. Blocco assegni 3 volte minimo: Corte Costituzionale decide. 3 ipotesi

di Pier Luigi Franz
Pubblicato il 9 Marzo 2015 8:57 | Ultimo aggiornamento: 9 Marzo 2015 8:57
Pensioni. Blocco assegni 3 volte minimo: Corte Costituzionale decide. 3 ipotesi.

Pensioni. Blocco assegni 3 volte minimo: Corte Costituzionale decide. 3 ipotesi.

ROMA – Domani, 10 marzo, la Corte Costituzionale, presieduta da Alessandro Criscuolo, deciderà se le pensioni superiori a 3 volte il trattamento minimo INPS dovranno essere – o no – riadeguate all’effettivo costo della vita. Si tratta di una questione di grande interesse per milioni di cittadini perché la mancata perequazione porterebbe via via alla lenta, ma graduale ed inesorabile erosione dei vitalizi stessi, cioè più tempo passa e più la pensione perde valore.

A subire maggiormente il danno connesso al blocco della rivalutazione monetaria in base agli indici Istat deciso dal governo Monti a partire dal 1° gennaio 2012, ma ottenendo soltanto un modesto “contentino” solo dal 1° gennaio 2014 in poi, sono stati soprattutto i titolari di pensioni medio-alte (ex magistrati, avvocati dello Stato, docenti universitari, ammiragli, generali, ambasciatori, notai, manager pubblici e privati, dirigenti bancari, piloti, giornalisti, ecc.).

Leggendo a fondo le 4 ordinanze pervenute al palazzo della Consulta dal tribunale di Palermo e dalla Corte dei Conti della Liguria e dell’Emilia Romagna non dovrebbe esservi alcun dubbio sulla incostituzionalità del blocco per contrasto con gli articoli 2, 3, 23, 36, 38, 53 e 117 della Costituzione, nonché con gli articoli 6, 21, 25, 33 e 34 della Convenzione europea per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle libertà fondamentali anche perché viene espressamente richiamato quanto scrissero – quasi profeticamente – proprio i giudici dell’Alta Corte nella loro ultima sentenza, la n. 316 del 2010, che ritenne legittimo il congelamento delle pensioni deciso nel 2008 dal Governo Prodi (lo stesso Governo aveva deciso anche nel 1998 un analogo blocco).

Infatti, nonostante la dichiarata conformità alla Costituzione della legge del 2008, la Corte con la stessa decisione n. 316, inviò, però, un fermo monito al legislatore ricordandogli che “la frequente reiterazione di misure intese a penalizzare il meccanismo perequativo esporrebbe il sistema ad evidenti tensioni con gli invalicabili principi di ragionevolezza e proporzionalità, perché le pensioni, sia pure di maggiore consistenza potrebbero non essere sufficientemente difese in relazione ai mutamenti del potere di acquisto della moneta”.

Di parere diametralmente opposto, però, i legali dell’INPS e l’Avvocatura dello Stato, per conto della Presidenza del Consiglio, che hanno ribadito la piena legittimità del blocco, sollecitando la bocciatura di tutte le eccezioni di presunta incostituzionalità.

La Corte ha ora davanti 3 possibili soluzioni davanti prima di emettere il suo verdetto finale, che sarà redatto dalla professoressa Silvana Sciarra:

1) respingere tutte le eccezioni, come chiedono il premier Matteo Renzi e il presidente INPS Tito Boeri, e lasciare tutto invariato;

2) accogliere in pieno le varie eccezioni, riadeguando le pensioni al costo della vita dal 2012 in poi;

3) accogliere le varie eccezioni, ma riadeguando le pensioni al costo della vita solo da oggi in poi senza quindi alcun effetto retroattivo a partire dal 1° gennaio 2012.

Questa terza e nuovissima soluzione é stata già sperimentata per la prima volta dai giudici della Consulta proprio pochi giorni fa con la sentenza n. 10 del 2015 che ha bocciato l’imposta Ires a carico dei petrolieri, ma senza concedere miliardi di euro di arretrati dal 2008 in poi con conseguente enorme risparmio per lo Stato.

Potrebbe essere questa una ragionevole via d’uscita per mettere fine al blocco della perequazione delle pensioni? In caso contrario, come farà la Corte Costituzionale a smentire se stessa visto che quanto scrisse nel 2010 si è poi puntualmente avverato?

In ogni caso per i gravi ritardi del Parlamento la Corte deciderà con soli 13 giudici dei 15 previsti dall’art. 135, 1° comma, della Costituzione e dall’art. 1 della legge 11 marzo 1953 n. 87.

Poiché il successivo art. 16 di questa legge prevede che “La Corte funziona con l’intervento di almeno 11 giudici”, una decisione presa da 13 giudici é assolutamente regolare sotto il profilo strettamente giuridico, ma non del tutto sotto quello “politico”.

Infatti se finisse 7 a 6 per una delle 3 varie soluzioni, il verdetto poteva essere, però, ribaltato sulla carta dai 2 giudici oggi ancora mancanti.

Non si comprende perché il Parlamento non rispetti alla lettera il dettato costituzionale e ci si attardi ancora. Difatti i 2 giudici costituzionali mancanti sono entrambi di nomina del Parlamento in seduta comune. Dovranno essere eletti i sostituti dell’avvocato Luigi Mazzella, ex Vice Presidente della Corte Costituzionale che ha lasciato la Consulta il 28 giugno dello scorso anno, e dell’onorevole avvocato Sergio Mattarella, che si é dimesso da giudice costituzionale il 2 febbraio scorso contestualmente alla sua elezione a Capo dello Stato.

Per la validità dell’elezione del successore di Mazzella occorre un numero di preferenze pari ai 3/5 dei componenti (cioè circa 570, sui circa 950 deputati e senatori), mentre per il successore del Presidente della Repubblica Mattarella occorrerà nelle prime tre votazioni un quorum più alto, pari ai 2/3 dei componenti nei primi tre scrutini (cioè circa 635, sui circa 950 deputati e senatori), mentre dal quarto scrutinio in poi scenderà ai 3/5.

E’ comunque intollerabile e poco democratico per un Paese civile che sia vacante da oltre 8 mesi un posto di giudice costituzionale e un altro da più di 1 mese.

Ed è paradossale che questo bell’esempio di illegalità venga proprio dal Parlamento! Che si aspetta allora a convocare deputati e senatori in seduta comune?