Pensioni d’Oro, Pierluigi Franz liquida in 2 mila parole e solidi argomenti le tesi del partito dell’odio

di Pierluigi Roesler Franz 
Pubblicato il 24 Novembre 2021 17:08 | Ultimo aggiornamento: 24 Novembre 2021 17:08
Pensioni d'Oro, Pierluigi Franz liquida in 2 mila parole e solidi argomenti le tesi del partito dell'odio

Pensioni d’Oro, Pierluigi Franz liquida in 2 mila parole e solidi argomenti le tesi del partito dell’odio

Pensioni d’oro, Pierluigi Roesler Franz chiude la bocca, con forti e dotti argomenti, a Ivo Caizzi in risposta al suo articolo su “Il Fatto Quotidiano”.

Il tema è diventato una bandiera del partito dell’odio guidato da Tito Boeri.

Continuano le diffamazioni, le falsità e le palate di fango sull’INPGI 1 – Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti italiani “Giovanni Amendola” – e sui giornalisti in pensione. Ne è una riprova l’odierno articolo su “Il Fatto Quotidiano” da parte di Ivo Caizzi, mio ex collega molti anni fa al Corriere della Sera. Unico giornalista che nel 1995 decise liberamente di optare per l’INPS.

Lasciando così definitivamente l’INPGI quando da ente pubblico fu privatizzato in Fondazione a seguito del decreto legislativo del governo Berlusconi del 30 giugno 1994. 

Ma perché Caizzi non spiega cosa è l’INPGI, definito un unicum nel sistema previdenziale italiano con sentenza n. 19497 del 16 luglio 2008 dalle Sezioni Unite civili della Cassazione, supremo organo interpretativo del diritto nel nostro Paese?

E perché non ne ricorda neppure la storia da quando è sorto con regio decreto n. 838 del 25 marzo 1926. Storia ben ricordata sin nei minimi dettagli nella recente sentenza n. 21764 del 29 luglio 2021  emessa sempre dalle Sezioni Unite civili della Suprema Corte?

Come sindaco dell’INPGI vorrei comunque porgli alcune domande. Se è acclarato che l’INPGI 1 per apgare puntualmente le pensioni è stato costretto ad intaccare il proprio patrimonio per 1 miliardo e mezzo di euro negli ultimi 12 anni.

E se ogni giorno perde circa 650 mila euro, ciò non è forse dovuto alla crisi gravissima dell’editoria che ha svuotato le redazioni di agenzie di stampa, quotidiani e periodici. Con la graduale scomparsa dei giornalisti lavoratori subordinati con pensionamenti e prepensionamenti in base a decreti firmati a ripetizione da vari ministri del Lavoro in applicazione della legge 416 del 1981. E pochissime nuove assunzioni e con la chiusura o sparizione di migliaia di edicole in tutto il Paese? (Fino al 2008 è stato proprio l’INPGI 1 ad accollarsi l’intero onere e per moltissimi anni è stato anche obbligato a regalare addirittura fino a 15 anni di scivolo di contributi previdenziali a testa senza aver ricevuto un solo euro dallo Stato)

Perché Caizzi continua ad ignorare che 70 anni fa l’INPGI 1 è stato riconosciuto dalla legge Rubinacci n. 1564 del 20 dicembre 1951 ente sostitutivo dell’INPS? Ed oggi è tuttora l’unica Cassa previdenziale privatizzata sostitutiva dell’A.G.O. – assicurazione generale obbligatoria – in Italia, che si è accollata centinaia e centinaia di milioni di euro per ammortizzatori sociali, contributi figurativi e oneri conseguenti ai fallimenti di aziende editoriali senza il dovuto ristoro da parte dello Stato? 

E non dimentica forse che la stessa legge Rubinacci prevedeva che l’INPGI incassasse dagli editori la medesima percentuale di contributi che avrebbero dovuto pagare all’INPS, mentre gli editori hanno, invece, versato all’ente di via Nizza per 65 anni una percentuale inferiore rispetto all’INPS, risparmiando così almeno 1 miliardo di euro? 

E perché insinua persino il sospetto di “pensioni d’oro” per i giornalisti in pensione quando invece essi hanno versato durante l’attività lavorativa contributi sul 100% delle loro retribuzioni. A differenza di quanto molti anni fa hanno, ad esempio, pagato solo in misura del 60% i dirigenti all’INPDAI (ente previdenziale andato in default una ventina d’anni fa e poi confluito nell’INPS)? 

E come mai il collega Caizzi ed altri soloni e presunti “esperti” della materia, docenti universitari compresi, continuano senza alcuna cognizione di causa a sostenere pervicacemente e a spada tratta, ma a vanvera, che il sistema retributivo ha favorito le “pensioni d’oro” dei giornalisti, mentre, conti alla mano, è stato dimostrato l’esatto contrario, cioé che nel 95% dei casi i giornalisti ci hanno rimesso?

Infatti il calcolo con il sistema contributivo fortemente propugnato da simili “esperti” sarebbe stato, invece, un boomerang per l’INPGI 1 che avrebbe dovuto pagare pensioni di importo ben più alto! 

E sempre conti alla mano i pensionati INPGI, grazie al blocco della perequazione per circa 9 anni e ai ripetuti tagli – alcuni di legge, altri con delibere dell’ente confermate dai ministeri vigilanti (l’ultimo per il triennio 1/3/2017-29/2/2020 convalidato dal Tar del Lazio e dal Consiglio di Stato) hanno consentito all’INPGI 1 di poter risparmiare complessivamente circa 65 milioni di euro, che sono stati nel frattempo già utilizzati dall’istituto di via Nizza proprio per pagare le pensioni nell’ultimo biennio. 

Quanto ai trattamenti pensionistici dei giornalisti che – come ha erroneamente quanto incredibilmente sostenuto ieri anche la Corte dei Conti nel documento della sua audizione davanti alle Commissioni riunite Bilancio del Senato e della Camera – sarebbero decisamente privilegiati nel confronto con altre gestioni del comparto privato e pubblico, non sono, invece, forse in media inferiori a quelle dei magistrati, degli avvocati dello Stato, dei professori universitari, degli ambasciatori, dei generali, degli ammiragli, dei manager privati e pubblici, della Banca d’Italia, del Fondo Volo o dei telefonici agganciate alla cd. “clausola oro”?

Perché Caizzi, ad esempio, non ricorda la legge n. 58 del 1992 che ha regalato ai dipendenti e ai dirigenti dei pubblici servizi di telefonia e di società concessionarie il riscatto dei contributi previdenziali presso altri enti pensionistici con costo assurdamente per metà a carico dello Stato, cioé di “Pantalone”? 

Se ne avvalse, ad esempio, un notissimo giornalista ora scomparso che già percepiva dall’INPGI 1 una pensione di 135 milioni di lire l’anno, il quale passò al Fondo telefonici e grazie a questa legge la sua pensione con una “bacchetta magica” divenne effettivamente “d’oro”, ma a carico dello Stato, con un incremento magico del 300%, lievitando così “d’incanto” a 545 milioni di lire l’anno. 
E i diecimila miliardi di lire che lo Stato nei soli primi 10 anni di applicazione della legge n. 336 del 1970 dovette pagare per il grazioso “regalo” di 7 anni di contributi INPS in favore dei soli dipendenti pubblici come beneficio combattentistico, ma con espressa esclusione dei dipendenti privati che avevano anch’essi combattuto nella Seconda Guerra mondiale?

E i 7 anni di contributi regalati nel 1993 – e paradossalmente addirittura per l’effetto di Tangentopoli – ai portaborse degli uomini politici, che costarono allo Stato ben 74 miliardi di lire? 

E vogliamo forse dimenticare lo scandalo dei 100 miliardi di lire regalati dallo Stato nel 1991 a ben 2 mila consiglieri di Cassazione che ricevettero 50 milioni di lire a testa come ricalcolo dei loro stipendi in base alla cosiddetta legge sul “galleggiamento e sul trascinamento” – poi per fortuna meritoriamente abolita dall’allora premier e oggi Vice Presidente della Corte Costituzionale Giuliano Amato – per effetto della miracolosa reintegrazione in servizio da parte del Consiglio Superiore della Magistratura a distanza di una quindicina d’anni di un giudice della capitale che era stato arrestato nel 1973 per essersi appartato con un minorenne nel bagno di un cinema nei pressi del Gianicolo e sospeso dalle funzioni e dallo stipendio?

Ebbene nessuno di questi 2 mila giudici ha poi rimborsato nulla dell’assurda regalìa.

E i vitalizi regalati da “Pantalone” a molti deputati e senatori – anche giornalisti – in aggiunta ad una pensione arrivata dal cielo grazie ad un’interpretazione di puro favore dell’art. 31 dello Statuto dei lavoratori (legge n. 300 del 20 maggio 1970) da parte delle assemblee di Montecitorio e di palazzo Madama?

Per di più costoro fino al 1999 si sono visti assurdamente pagare dallo Stato – o dall’INPGI 1 per quanto riguarda i soli giornalisti – addirittura la quota che doveva essere trattenuta per legge come lavoratori se fossero rimasti in servizio  (per la cronaca questa norma cambiò solo dopo una meritoria campagna di stampa condotta da Vittorio Feltri su “Il Giornale”).        

Insomma, di quali pensioni “d’oro” parla il collega Caizzi senza, però, documentarsi minimamente? 
E perché non ricorda che lo Stato – a differenza di quanto ha sempre puntualmente restituito all’INPS complessivamente circa 5 miliardi di euro, pari a circa 10 milamilairdi di vecchie lire – non ha, invece, mai rimborsato un solo euro all’INPGI 1 per aver ottemperato all’art. 31 dello Statuto dei lavoratori?

Eppure non sono stati tantissimi i giornalisti di ogni partito eletti a Montecitorio e a Palazzo Madama, o come Governatori di Regioni, consiglieri regionali ed anche Sindaci di grandi città che ne hanno beneficiato in 51 anni e mezzo? E a costoro non si aggiungono poi i numerosi eurodeputati, come il fondatore e primo direttore de “Il Foglio”?

E perché l’INPGI 1 non è stato mai ristorato di queste spese obbligatorie che hanno inciso pesantemente sui suoi bilanci?   

Caizzi si è persino dimenticato di ricordare che l’INPGI 2, che assicura con apposita gestione autonoma e bilancio separati, l’assistenza e le pensioni ai giornalisti lavoratori autonomi e che è amministrato dagli stessi vertici dell’INPGI 1, naviga invece nell’oro con forti utili annuali, le casse piene e un boom di iscritti? 

In conclusione, l’incomprensibile campagna di stampa di Caizzi – e quella di altri colleghi ed “esperti” che la pensano erroneamente come lui – si prefigge solo di additare (ingiustamente e assurdamente) l’INPGI 1 al pubblico ludibrio, mentre l’ente che da 95 anni ha, invece, garantito con le proprie forze le pensioni dei giornalisti dovrebbe essere apprezzato dagli italiani per l’importante ruolo svolto per la collettività, per garantire un giornalismo autonomo e indipendente e un’informazione corretta e compiuta, come prescrive l’art. 21 della Carta repubblicana, e per aver svolto anche le funzioni di bancomat sia allo Stato, sia alla FIEG, mentre la politica è stata per decenni solo a guardare.
 

Ritengo poi utile ricordare a Caizzi un particolare di non poco conto sull’INPGI 1 prima che si possa parlare di un suo dissesto. E cioè che lo Stato è stato sempre al corrente giorno dopo giorno di quanto succedeva all’ente di via Nizza sia quando era ente pubblico sia da ente privatizzato. Perché è stato da sempre amministrato sotto il pieno controllo governativo.

Come si può quindi parlare allora di “privatizzazione” in senso stretto?  Attualmente tra i 16 componenti del CdA siedono con diritto di voto due rappresentanti governativi, uno nominato dalla Presidenza del Consiglio, l’altro dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. E anche tra i sette componenti del Collegio Sindacale dell’INPGI, tra cui il sottoscritto, vi sono tre rappresentanti governativi (il posto di Presidente del Collegio è riservato al rappresentante del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, mentre dei restanti 2 sindaci ministeriali una rappresenta la Presidenza del Consiglio e l’altra il MEF, Ministero dell’Economia e delle Finanze).    

L’INPGI 1 e l’INPGI 2 sono vigilati dai ministeri del Lavoro e delle Politiche Sociali e dell’Economia e delle Finanze e sono sottoposti all’esame della Sezione Controllo Enti della Corte dei Conti che annualmente riferisce al Parlamento con una propria dettagliata relazione (sono tutte visibili dal 1996 al 2018 che é l’ultima approvata con determinazione n. 1 del 12 gennaio 2021, cliccare qui.  Tuttavia la Corte dei Conti non ha ancora inviato le relazioni ai bilanci del 2019 e 2020).  

A sua volta la COVIP (Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione) vigila sugli investimenti finanziari e sulla composizione del patrimonio dell’INPGI 1 e dell’INPGI 2, nonché delle altre Casse professionali di previdenza privatizzate. Anche i rendiconti annuali dell’INPGI 1 e dell’INPGI 2 sono sottoposti per legge (decreto legislativo n. 509 del 1994) a revisione contabile indipendente e a certificazione da parte dei soggetti in possesso dei requisiti prescritti. Negli ultimi sei anni, cioè per i bilanci 2015, 2016, 2017, 2018, 2019 e 2020, tale incarico è stato svolto dalla Società di revisione E&Y Spa (già Reconta Ernst & Young S.p.A), mentre in precedenza fino a tutto il 2014 analogo lavoro era stato svolto dalla Società di revisione PricewaterhouseCoopers Spa.  

Da 26 anni tutti i bilanci dell’INPGI sono stati certificati, come prevede la legge, da società preposte alla revisione contabile indipendente e le cui risultanze sono pubbliche e non hanno mai dato adito ad alcun rilievo. Sono stati inoltre sempre predisposti anche i bilanci tecnico-attuariali INPGI 1 e INPGI 2 (negli ultimi anni li aveva elaborati un professionista esterno indipendente, l’attuario prof. Marco Micocci), che sono stati puntualmente inviati ai ministeri vigilanti. L’ultimo bilancio che fotografa la situazione INPGI 1 al 31 dicembre 2020 è stato predisposto dallo stesso professionista.

A vigilare sull’efficienza, sull’equilibrio e sull’utilizzo dei fondi disponibili dell’INPGI 1 e dell’INPGI 2, é, invece, preposta per legge la Commissione parlamentare bicamerale per il controllo sull’attività degli enti gestori di forme obbligatorie di previdenza e assistenza sociale che ha sede a Roma a palazzo San Macuto ed è composta da deputati e senatori (l’attuale Presidente è il senatore professor Tommaso Nannicini).    

Pertanto i Ministeri vigilanti hanno, di concerto, il potere di approvare definitivamente oppure di respingere o approvare subordinatamente a specifici emendamenti tutti i provvedimenti predisposti dagli organi amministrativi dell’INPGI in materia di bilancio e di previdenza. Analogamente sono trasmessi alla COVIP (Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione) gli atti di sua stretta competenza. A partire dal 1992 ad oggi i verbali di tutte le sedute degli organi collegiali dell’INPGI (Consiglio Generale, Consiglio di Amministrazione e Comitato Amministratore) sono stati stenografati con lo stesso sistema in funzione al Senato, mentre tutti i verbali del Collegio Sindacale vengono trasmessi alla Sezione Controllo Enti della Corte dei Conti e ai Ministeri vigilanti del Lavoro e delle Politiche Sociali e dell’Economia e delle Finanze assieme alle delibere che necessitino di approvazione adottate dal CdA e dal Consiglio Generale e/o dal Comitato Amministratore della Gestione Separata. Da ciò emerge che la politica è stata sempre informata da decenni, giorno dopo giorno, di tutto ciò che accadeva all’INPGI 1. Si è sempre operato alla luce del sole. Nessuno ha tenuto nascosto nulla. C’è da chiedersi, però: è normale che lo Stato abbia dormito per tutto questo tempo senza intervenire quasi mai in favore dell’INPGI 1 e costringendo così l’ente a prosciugare il suo patrimonio? Tutto lascia, però, supporre che ciò non sia dovuto ad un improvviso colpo di sonno.  

Va quindi approvato senza modifiche l’art. 29 del disegno di legge finanziaria presentato dal premier Mario Draghi al Senato (A.S. 2448) con il beneplacito del Capo dello Stato professor Sergio Mattarella, saggio giurista e Garante supremo della Costituzione, che io per primo intendo di nuovo ringraziare pubblicamente – ma dovrebbero farlo indistintamente tutti i giornalisti – prevede il passaggio dal 1° luglio 2022 di tutte le attività e passività INPGI 1 nell’INPS, compresi 100 dipendenti dell’ente con la salvaguardia delle pensioni attuali dei giornalisti e con l’adozione del criterio del pro rata per i trattamenti pensionistici futuri per chi è ancora al lavoro, mentre l’INPGI 2 resterebbe tranquillamente in vita continuando a svolgere i suoi attuali compiti istituzionali, previa adozione di un nuovo Statuto.
Infine, vorrei dare un consiglio finale e rivolgere un’ultima domandina ad Ivo Caizzi. 
Caro collega, goditi tranquillamente la tua pensione INPS che ti sei scelto liberamente, ma lascia vivere in pace senza tormentarli più, né metterli in angoscia migliaia di tuoi colleghi titolari di pensioni INPGI e le loro famiglie! 
Se intendessi – ma mi auguro proprio di no – tornare sull’argomento, rispondi prima a questa domandina: che significa aver riconosciuto 70 anni fa all’INPGI 1, da 26 anni unico ente previdenzale privatizzato, la sostitutività dell’INPS? Essere poi ristorato dallo Stato? O, invece, essere spremuto dallo Stato e poi gettato a mare, come è avvenuto finora?