Pensioni giornalisti. Giovani leoni vs lupi grigi si scannano nel nome di Peron

di Pierluigi Roesler Franz
Pubblicato il 7 agosto 2015 11:04 | Ultimo aggiornamento: 7 agosto 2015 11:04
Pensioni giornalisti. Giovani leoni vs lupi grigi si scannano nel nome di Peron

Juan Peron. la nuova stella polare dell’Italia

ROMA – Sulle pensioni presenti e future, fra i giornalisti in Italia si è aperto un acceso confronto: di ideologia e di interessi. La sinistra ha commesso un grave errore, e non solo fra i giornalisti, per pura demagogia, di mettere le generazioni una contro l’altra. Invece di aprire un processo di auto analisi nel tentativo di capire perché da quando si è alternata al potere con Berlusconi (11 anni la sinistra, 9 Berlusconi fra il 1992 e il 2012), Pd e alleati hanno scelto la strada facile del giovanilismo, del diritto contro il dovere, del diritto mio che deve prevalere sul diritto altrui, a questo fine trasformato in privilegio, fermandosi a un passo da invocare la camera a gas per gli over 50, per lasciare spazio a schiere di fannulloni in cerca di un posto fissoe garantito. Largo ai giovani: lo disse anche Mussolini, non portò fortuna né a lui né all’Italia, ma gli italiani hanno purtroppo la memoria corta.

Da Mussolini a Juan Peron il passo è breve e nell’Italia del terzo millennio, svanito il mito comunista, ecco che avanza la sua evoluzione naturale, il giustizialismo all’italiana.

Un esempio del feroce conflitto fra generazioni che imperversa attorno alle pensioni e all’Istituto di previdenza dei giornalisti, Inpgi è dato da due articoli che riproduco qui di seguito.

Il primo è di Alessandra Costante, Segretario dell’Associazione ligure giornalisti e componente di segreteria della Fnsi, che, con immagine efficace quanto odiosa,  definisce “lupi grigi” migliaia di giornalisti pensionati INPGI, come me.

L’altro è la replica di Paolo Mastromo, giornalista e manager di marketing, che le risponde per le rime.

Nella sua violenta aggressione, Alessandra Costante dimostra non solo di sapere ben poco delle pensioni e del pianeta INPGI, ma soprattutto di non saper fare la giornalista perché ha del tutto ignorato una notizia fondamentale. Difatti, quasi per partito preso, si è schierata tra coloro che continuano pervicacemente a non voler ricordare ai giovani che, da un lato, i giornalisti pensionati INPGI già subiscono da 4 anni e mezzo il blocco della perequazione sui vitalizi con conseguenti pesanti riduzioni e danni perenni, mentre, dall’altro, mille giornalisti (ex legge 147/2013) da 1 anno e mezzo hanno già avuto tagliata la loro pensione se supera i 91 mila 250 euro lordi l’anno. Per effetto di questi tagli, decisi da Governo e Parlamento, l’INPGI – senza, però, dire neppure grazie ai giornalisti in pensione – ha così beneficiato di 20 milioni di euro (circa 39 miliardi di vecchie lire). E non mi sembra poco.

Con la riforma, decisa il 27 luglio 2015 dal CdA dell’Istituto, che dovrà essere convalidata dai ministeri del Lavoro e dell’Economia e Finanze, tutti i pensionati da 6 mila euro fino a 91 mila 250 euro lordi annui avranno tagliata la pensione a partire dal 1° gennaio 2016, mentre sarà prorogato per 5 anni dal 1° gennaio 2017 (cioé allo scadere della legge Letta n. 147 del 2013) al 31 dicembre 2021 il taglio sulle pensioni che superino i 91 mila 250 euro lordi l’anno.

Cominciamo con la appassionata arringa di Paolo Mastromo.

“Mi spiace, Alessandra; nel tuo furore contro i lupi grigi hai dimenticato (dimenticato?) il meglio. Io non occupo cariche in alcuna associazione sindacale o istituto da cui traggo gettoni di presenza, stipendi o prebende varie. Quindi mi permetto di considerarmi “indipendente” rispetto a tutti i temi che tu tratti in questo proclama (l’ennesimo…) contro coloro che difendono i loro diritti (che, chissà per quale motivo, vengono considerati “privilegi”).

I punti, ridotti all’osso, sono tre:

1. è una sciocchezza paragonare il trattamento Inpgi a quello Inps e da questo fare discendere “ingiustizie” varie. Ciascuno di noi (anche tu, immagino) vive in un regime giuridico identificato dalla propria situazione. Nessuno si meraviglia che un centralinista di un’azienda percepisca 800 euro nette al mese e che il suo amministratore delegato di euro nette al mese ne percepisca magari quindicimila.

Tuttavia, andati costoro in pensione in base agli stipendi che hanno percepito per l’intera vita, ai contributi versati in base alle leggi esistenti e in vigore, ecco esplodere lo scandalo: gli amministratori delegati hanno una pensione troppo alta! Ma non ho sentito, fino a oggi, nessuna proposta di legge volta a cambiare “per legge” – per esempio – la progressione delle pensioni.

Noi italiani siamo così: siamo dei miserabili. Vogliamo la libertà, sempre e comunque, di criticare non in base alle leggi bensì in base a quello che pare “giusto” a ciascuno di noi, secondo le emozioni che proviamo volta per volta. In questo modo ci prendiamo il lusso e la convenienza di rivolgerci ora alle leggi ora all’etica, e abbiamo sempre ragione.

2. la solidarietà. Ho detto e scritto più volte (… quindi ci sono le prove…) che chi più ha più deve dare. E in ciò sono in disaccordo con altri colleghi i quali considerano che la solidarietà debba essere un atteggiamento “del singolo” e non possa essere imposta per legge. So bene che questi “altri colleghi” hanno ragione; perché in effetti è così, non si può essere obbligati per legge alla solidarietà. E soprattutto non si può obbligare alla solidarietà gli alti piuttosto che i bassi, i bruni piuttosto che i biondi, i pensionati piuttosto che i lavoratori attivi (sempre di redditi parliamo, e se dobbiamo tassare “chi ha di più” dovremmo tassare tutti coloro “che hanno di più”, e non solo alcuni).

Quindi, sulla “solidarietà per legge” finisco persino per essere d’accordo, considerando i tempi. Tuttavia, vorrei che coloro che sono “costretti per legge” alla solidarietà avessero delle certezze. Quanto devono pagare? In che modo? Per sempre o solo per un periodo? Vorrei, insomma, che le persone incolpevoli cui vengono messe le mani nelle tasche, dal momento che sono persone e che non hanno alcuna colpa, ricevessero il trattamento dignitoso cui hanno diritto.

Al contrario, da alcuni anni la parola “pensionato” sta assumendo il significato di “parassita”. Di conseguenza, trattandosi di parassiti, non hanno diritti perché tutto ciò che hanno è immeritato e così è giusto che finiscano per rappresentare il bancomat di chiunque. Non dipende da quanto hanno versato e da quanti anni hanno lavorato; dipende da quale è il bisogno al momento.

Se occorrono cento milioni subiranno un prelievo di cento milioni ; se servono mille il prelievo sarà di mille. Tu ti affanni, Alessandra, a fare conti assolutamente inutili, oltre che ipocriti. Non c’è nessuno, in Italia, non solo i giornalisti, che di pensione riceve esattamente quanto ha versato negli anni di lavoro. E quindi fare il gioco delle tre carte per dimostrare che una categoria o un profilo professionale si trovi in una condizione di vantaggio o di svantaggio rispetto ad altri, non solo è scorretto ma è chiaramente pregiudiziale (nel senso semantico, che tu prima giudichi che qualcuno ha torto e poi motivi la decisione che hai già preso). Ciò che dico è roba di questi mesi: la Corte Costituzionale ha ribadito (lo aveva già detto altre volte) che non puoi bloccare la perequazione delle pensioni perché questa misura – tecnicamente – non è e non può essere una misura straordinaria ed eccezionale – come una patrimoniale, per intenderci – perché si riverbera sulla vita economica delle persone per tutta la vita.

Il governo ha detto: “Sì, va bene ma non abbiamo i soldi e diamo quello che possiamo, come e a chi diciamo noi”. Di conseguenza, va bene la solidarietà ma che almeno non sia un furto palese, con l’aggravante di sentirci dire che – alla fine – i ladri siamo noi.

3. Tu fingi (fingi?) di non sapere che l’Inpgi è tecnicamente fallito e che la “riforma” proposta è semplicemente dilatoria. La categoria giornalistica come l’abbiamo sempre intesa è morta. Non è un dramma: anche i bottai, i carrettieri e gli spadari non esistono più. È un dato di fatto, il mondo cambia. Non è una colpa di qualcuno. Però è così. Bisogna quindi salvaguardare le legittime aspettative di quanti non hanno fatto niente di male e oggi si trovano di fronte all’ipotesi che il loro istituto di previdenza autonomo chiuda i battenti. Stiamo parlando non solo dei giornalisti ma di medici, avvocati, architetti, e così via (leggiti questo articolo di Repubblica di quattro anni fa). Bisogna quindi garantire la pensione a chi ne ha già maturato i requisiti e bisogna salvaguardare la possibilità di arrivare alla pensione per quanti si trovano all’inizio o a metà del loro cammino professionale.

La tua posizione – che oggettivamente prevede di tacitare i lupi grigi affinché gli amministratori di un ente fallito continuino a percepire i loro emolumenti mentre l’Istituto va in malora – è sconsiderata. Fallire fra cinque o dieci anni (o magari fra venti, quando i lupi grigi saranno tutti morti) anziché fallire subito, non aiuta niente e nessuno, se non gli amministratori dell’Inpgi. A mio parere la battaglia che i giornalisti (tutti, pensionati e lavoratori attivi) devono combattere è proprio questa: non abbiamo (più) le forze (massa critica, monte stipendi…) per gestirci una previdenza autonoma. Questo è un dato di fatto, non è possibile girarci intorno”.

A provocare l’intervento di Paolo Mastromo è stato questo articolo di Alessandra Costante:

“Tutti all’Inps? No, all’Inps vacci tu! In questi giorni di fervente dibattito sul welfare del giornalismo italiano tra le varie proposte strampalate che attraversano il nostro piccolo mondo antico ce ne è una che rappresenta una vera e propria mascalzonata: l’Inpgi non sta in piedi, niente riforma come indicato dal Cda dell’istituto di previdenza, ma andiamo tutti all’Inps.

A portare avanti questa follia è un gruppetto di colleghi in pensione da molti anni, gli stessi che si oppongono “fieramente” ad ogni contributo di solidarietà, anche se si tratta di una quindicina di euro al mese per quanto riguarda le pensioni medie. [Ma non è proprio così].

Gli stessi che si oppongono ad ogni regola che ponga un tetto al cumulo tra pensione e reddito per chi, già in pensione, continua a lavorare nelle aziende in cui era stato fino al giorno prima del pensionamento. Un gruppo di agitatori, isolati anche dal sindacato di base dei giornalisti pensionati della Fnsi, l’Ungp, che è d’accordo sulla riforma, ma chiede tutela per le fasce deboli e un contributo anche da parte degli amministratori e sindaci. Insomma un taglio delle indennità che percepisce chi ha incarichi di responsabilità nell’Istituto: un punto di vista condivisibile purché non danneggi l’efficienza della struttura operativa dell’Inpgi.

Ma questi sono discorsi ragionevoli. Diverso il tono dei paladini del “tutti all’Inps”. Non personalizziamo, chiamiamoli semplicemente “lupi grigi”, colleghi che sono in pensione da molti anni e viaggiano su redditi di tutto rispetto, superiori alla media che si attesta sui 65 mila euro lordi annui. Loro, i “lupi grigi”, hanno pensioni da 90 mila euro in su. Da un’analisi Inpgi del volume medio degli importi dei trattamenti pensionistici erogati dall’Istituto, emerge che a parità di parametri – la media retributiva pensionabile – sulla base di trent’anni di contribuzione viene corrisposto un importo di pensione che, se maturato nell’ambito della gestione Inps, avrebbe richiesto invece 40 anni di contribuzione. In sostanza all’Inps per avere la stessa pensione dell’Inpgi si deve lavorare 10 anni in più.

Quindi chi è già in pensione con il sistema Inpgi dovrebbe avere la decenza di non consigliare a chi sta lavorando proposte scellerate come: “andiamo, anzi, andate tutti all’Inps” facendosi scudo dei cosiddetti diritti acquisiti. Per capire meglio di cosa stiamo parlando facciamo alcuni esempi (a titolo esemplificativo) che potrebbero corrispondere ai profili di alcuni “lupi grigi”.

Il primo caso è di un giornalista che con una media retributiva pensionabile di 127 mila euro, con 35 anni di anzianità contributiva avrebbe maturato presso la gestione Inps un assegno di 60 mila euro lordi annui, mentre percepisce dall’Inpgi una pensione di 90 mila euro lordi all’anno. 30 mila in più della gestione Inps.

Un secondo caso potrebbe riguardare un collega che con 117 mila euro di media retributiva pensionabile, sempre con 35 anni di contribuzione, avrebbe maturato all’Inps una pensione di 56 mila euro, mentre percepisce dall’Inpgi un assegna di 88 mila euro lordi all’anno. 32 mila in più rispetto all’Inps. Peraltro questo giornalista beneficia del trattamento da 15 anni essendo andato in pensione a 55: agli esordi la legge 416 prevedeva scivoli fino a 15 anni.

Visto che i “lupi grigi” parlano non di pensioni d’oro, ma di contributi d’oro, i loro versamenti contributivi corrispondono all’assegno pensionistico? Non mi sembra proprio perché in tutti i casi il gettito contributivo versato dai giornalisti nel corso dell’intera vita lavorativa è comunque inferiore a quello versato, a parità di parametri, dai lavoratori iscritti alla gestione Inps. E anche le aziende versano di più per ogni addetto rispetto a quelle iscritte all’Inpgi.

Terzo caso: un giornalista con 90 mila euro di media retributiva e 40 anni di contributi avrebbe maturato presso la gestione Inps una pensione di 57 mila euro mentre all’Inpgi ne percepisce 83 mila, 26 mila in più della gestione Inps.

Ma allora cosa vogliono i “lupi grigi” se non capitalizzare i profitti e socializzare le perdite? Una dimostrazione plastica di totale mancanza di solidarietà intergenerazionale. Solo a titolo di esempio nei tre casi descritti che rappresentano però situazioni reali, il contributo di solidarietà comporterebbe la perdita di 40 euro mensili rispetto a pensioni mediamente superiori ai 4 mila euro netti mensili.

E questi paladini dei diritti acquisiti hanno il coraggio di parlare contro la riforma dell’Inpgi perché “taglia le pensioni conquistate con contributi d’oro”?

E anche qualche sedicente re dei poveri, prima di parlare potrebbe dire a quanto ammonta la sua pensione e se non prova un po’ di imbarazzo nei confronti di coloro di cui si è strumentalmente proclamato difensore.

Per i colleghi che devono ancora andare in pensione Inpgi e Inps non sono la stessa cosa. Non lo saranno neppure dopo la riforma. Anche con il taglio del rendimento (dal 2,66 al 2,30) delle pensioni, nel nostro futuro ci sarà comunque un assegno superiore del 28% rispetto a quello dell’Inps. E anche l’età, seppure progressivamente alzata, non sarà mai quella dei quasi 67 anni. Cari “lupi grigi” sapete una cosa? I diritti non si sono estinti con il vostro pensionamento”.