Prescrizione roulette. Processi infiniti e imputati (e criminali) sempre liberi

di Simon Pietro Ciotti
Pubblicato il 13 Novembre 2019 11:48 | Ultimo aggiornamento: 13 Novembre 2019 11:48
Prescrizione roulette. Processi infiniti e imputati (e criminali) sempre liberi

Faldoni infiniti in un’aula di tribunale (Foto archivio Ansa)

Il cittadino curioso che chieda ad un avvezzo alle questioni penali come si calcoli la prescrizione provocherebbe un qualche imbarazzo.

Risponderebbe l’esperto che, al momento, i metodi sono tre e che, con l’entrata in vigore della annunziata “abolizione” della prescrizione – il primo gennaio 2020, chissà – diventeranno quattro.

La pluralità dipende dal fatto che ogni nuova norma in materia si applica soltanto ai fatti di reato compiuti dopo l’entrata in vigore. In sostanza, l’abolizione varrà solo per le condotte del 1 gennaio 2020 e successive.

Il catalogo è questo. Fino al 2005 il calcolo è regolato da una serie di griglie, 5, 10, 15 anni di pena, etc, ma contano le attenuanti; se queste ci sono – ne basta una – o se prevalgono sulle aggravanti nel cosiddetto giudizio di comparazione, si può passare ad una prescrizione più breve. Tuttavia, esiste un “allungamento”, l’interruzione, legata ad alcuni passaggi processuali, che, nella legge in esame, determina un aumento fino alla metà.

In un periodo di garantismo, uno dei rari, si è voluto ridurre il tempo della prescrizione, prevedendo l’aumento, per i casi di interruzione, solo in un quarto.

La legge Cirielli, però, elimina la valutazione delle attenuanti: il termine di prescrizione si calcola in base alla pena massima prevista; esistono, comunque, dei minimi.

Fin qui, il garantismo. Senonché, è iniziata una stagione di aumenti di pena massima per buona parte dei reati: con il criterio della Cirielli, è evidente che se passo da una pena massima di sei anni ad una di otto, la prescrizione, da sette anni e sei mesi arriva a dieci anni. Si consideri la corruzione per atto contrario ai doveri di ufficio: da una pena massima di cinque anni, nel 2012 si è passati a otto, per poi toccare i dieci anni nel 2015. Insomma, oggi la prescrizione è di dodici anni e sei mesi, senza contare il meccanismo delle aggravanti.

Siccome non sembrava abbastanza, sono intervenute, a cascata, norme che raddoppiano il termine di prescrizione per altri reati, talmente tanti che qui è impossibile elencarli.

Ancora non bastava. Nel 2017 il legislatore si è occupato della sospensione, un istituto nel quale la sostanza corrisponde alla denominazione: dopo una sentenza di condanna (dal termine per il deposito, in realtà), è prevista una sospensione di un anno e sei mesi; se la decisione è confermata in questo tempo, ne scatta un’altra, di identica durata, fino al giudizio definitivo.

Rendendosi conto che, talvolta in appello qualche innocente viene giudicato innocente, le norme scomputano il tempo di sospensione; per il legislatore del 2017, evidentemente, la prescrizione è preferibile alla assoluzione.

Siamo arrivati al 1 gennaio 2020. Pudicamente, si gioca sulla sospensione: dopo la sentenza di primo grado – non conta più se di assoluzione o di condanna – la giustizia fa il suo corso, all’infinito.

La cosa ancora più incredibile è che il meccanismo di calcolo della Cirielli non è toccato; se prima il termine era regolato sul passaggio in giudicato, normalmente tre gradi di giudizio (a parte una interpretazione del giudice legislatore sezioni unite della Cassazione sulle conseguenze della inammissibilità), gli stessi termini si applicheranno in futuro fino alla decisione del primo. Insomma, per tornare all’esempio sulla corruzione, i dodici anni e sei mesi non son più il termine di prescrizione per la conclusione del giudizio, ma soltanto del primo grado.

Il catalogo è chiuso; il quarto meccanismo di calcolo, per i fatti successivi al 31 dicembre, lascia interdetti: non esisteranno più innocenti o vittime, definitivamente accertate, e forse nemmeno più imputati. Si direbbe che la formula di giudizio prediletta sia la morte del reo.

Come al solito, agli apprendisti stregoni  qualcosa sfugge. I principi costituzionali richiedono per la pena una sentenza passata in giudicato e proteggono da interventi jugulatori su custodia cautelare e termini massimi della stessa.

C’è da temere che avremo processi infiniti ed imputati, magari di gravi reati, liberi, senza che mai rischino di scontare la pena.