Quando si romperà il contratto Lega-M5s? Salvini e Di Maio alla prova del fuoco

di Giovanni Valentini
Pubblicato il 28 giugno 2018 11:45 | Ultimo aggiornamento: 28 giugno 2018 11:45
Quando si romperà il contratto Lega-M5s? Salvini e Di Maio alla prova del fuoco

Quando si romperà il contratto Lega-M5s? Salvini e Di Maio alla prova del fuoco

Quando si romperà il contratto Lega – M5s? si chiede Giovanni Valentini in questo articolo pubblicato sulla (dalla “Gazzetta del Mezzogiorno”. Non s’era mai vista, almeno negli ultimi trent’anni di vita politica italiana,[App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui,-Ladyblitz clicca qui –Cronaca Oggi, App on Google Play] una maggioranza più scomposta e litigiosa di quella formata dal Movimento 5 Stelle e dalla Lega dopo le elezioni del 4 marzo scorso. E non è soltanto per l’eterogeneità che la caratterizza, a causa della diversa estrazione e del rispettivo orientamento per così dire ideologico. Ma anche per l’invadenza con cui Matteo Salvini calpesta pressoché quotidianamente le prerogative del presidente del Consiglio, quelle del vicepremier Luigi Di Maio e degli altri ministri che fanno parte del governo giallo-verde.

Con l’irruenza e la spavalderia che lo contraddistinguono, un giorno il leader leghista e ministro dell’Interno interviene sulla politica estera, scavalcando il ministro competente e lo stesso premier; un altro giorno interferisce con quello dell’Economia sulla “flat tax”, sul bilancio e sull’euro; e un altro ancora con quello della Sanità sulla delicata questione dei vaccini obbligatori. Nella sua bulimia comunicativa, ambizione personale o ansia di potere che sia, in questo modo Rambo-Salvini cerca di rafforzare il proprio consenso ma contemporaneamente rischia di indebolire la tenuta della maggioranza. È un leader pigliatutto che ora sta marciando alla conquista della Rai, centro nevralgico del nostro sistema mediatico, come e peggio di Silvio Berlusconi che ai suoi tempi occupò “manu militari” il servizio pubblico radiotelevisivo. Non a caso l’offensiva leghista ha già cominciato a suscitare malumori e preoccupazioni nelle file grilline, in una sindrome di subalternità che tende a invertire i rapporti di forza elettorali.

Si sapeva fin dall’inizio, del resto, che questa è una compagine appesa al filo di un “contratto”, condizionata quindi al rispetto degli impegni e degli obiettivi fissati in un patto che non è frutto di una convergenza o di un’intesa programmatica, bensì di un matrimonio d’interesse o di convenienza. Il pragmatismo che la ispira, al limite a volte dell’improvvisazione e a volte della spregiudicatezza, denota un deficit di cultura politica, di competenza e di preparazione che non depone certo a suo favore. Basti un esempio rivelatore: chi dice che certi vaccini andranno somministrati “solo in caso di epidemia”, mostra una tale ignoranza sulla loro funzione preventiva da rasentare l’irresponsabilità.    

Quanto potrà durare, dunque, una maggioranza siffatta? Sebbene i risultati delle recenti amministrative non abbiano modificato per il momento gli equilibri fra i due partners a vantaggio della Lega, eventualità che avrebbe potuto minare il patto di governo e indebolire l’esecutivo guidato da Giuseppe Conte, l’interrogativo incombe all’orizzonte come una spada di Damocle. La prossima scadenza sarà quella delle elezioni europee in programma a maggio 2019, nelle quali si voterà – come sempre – con il sistema proporzionale e Salvini potrà eventualmente smarcarsi dalla coalizione con Silvio Berlusconi per tentare l’en plein, assumendo definitivamente la leadership del centrodestra sull’onda della propaganda “sovranista”, xenofoba e anti-europea.

Se non interverranno imprevisti o incidenti di percorso, sarà quello il banco di prova per misurare la tenuta dell’alleanza giallo-verde. Da qui ad allora, si giocherà insomma sul tavolo europeo la partita fra Lega e Movimento 5 Stelle: sia sul piano dell’immigrazione sia sul piano economico-finanziario. A fine anno, intanto, terminerà il “quantitative easing” con cui la Bce, sotto la guida di Mario Draghi, ha acquistato i titoli di Stato dei Paesi dell’Unione e in particolare quelli dell’Italia, gravata – com’è noto – da un colossale debito pubblico. Per noi, insomma, il momento della verità potrebbe arrivare molto presto, compromettendo i nostri conti pubblici e anche quelli privati, insieme alla stessa appartenenza all’eurozona.

Non è, evidentemente, uno scenario rassicurante. Né si tratta di una questione contingente, di ordinaria amministrazione. La maggioranza giallo-verde dovrà assumersi la responsabilità di scegliere, in buona sostanza, se restare nel sistema capitalistico occidentale oppure imboccare una strada alternativa, incerta e insidiosa, che potrebbe attrarre il nostro Paese nell’orbita della Russia di Putin e relegarlo ai margini dell’Europa.    

Ma per compiere eventualmente una svolta del genere occorre passare da un “contratto di governo”, circoscritto negli impegni e negli obiettivi, a un accordo programmatico fondato su una visione del mondo e della società. E magari, ancor prima, affrontare una verifica elettorale che consenta agli italiani di pronunciarsi attraverso il voto su un’opzione storica che riguarda il futuro di tutti noi, dei nostri figli e nipoti. Sarebbe impensabile, e inaccettabile, che le forze populiste non sottoponessero preventivamente una scelta di tale portata a quel “popolo sovrano” a cui si sono presentate divise e contrapposte.