Quirinale grandi manovre…e Draghi pensa all’economia

di Giuseppe Turani
Pubblicato il 10 novembre 2014 6:56 | Ultimo aggiornamento: 9 novembre 2014 21:05
Quirinale grandi manovre...e Draghi pensa all'economia

Mario Draghi: ha fatto scrivere da Scalfari che lui al Quirinale non ci pensa

Giuseppe Turani ha pubblicato questo articolo anche su Uomini & Business.

Ormai non ci sono più dubbi. Entro gennaio al massimo il presidente Giorgio Napolitano lascia il Quirinale e si ritira a vita privata. E’ appena il caso di sottolineare che è stato un gradissimo presidente, al di là dei nostri meriti. Ma ormai è sulla porta d’uscita. E quindi la politica italiana, che già è molto complicata, diventa ancora più labirintica. E imprevedibile. Si dice, ad esempio, che Renzi cerchi un inquilino (o inquilina) del Quirinale docile ai suoi desideri.

Può essere. Ma questa ricerca non servirà a nulla. In realtà la politica italiana è talmente scaduta negli ultimi tempi che è stato inevitabile vedere il presidente assumerà più di una volta l’iniziativa per sbloccare la situazione. Niente lascia supporre che nell’immediato futuro le cose possano cambiare. Dovremo abituarci a avere un Presidente della Repubblica interventista, chiunque esso sia. Anche perché, se qualcuno si prende la briga di andare a rileggersi bene la Costituzione, pur non essendo la nostra una repubblica presidenzialista, al Presidente sono stati riservati molti poteri.

Ad esempio, è il Quirinale che decide quando sciogliere le Camere. E’ sempre il Quirinale che promulga tutte le leggi (il Parlamento può obbligarlo a promulgare anche quelle che non  gli piacciono, ma è una strada complicata). E’ ancora il Quirinale che incarica il presidente del Consiglio: e può fare la scelta che vuole, salvo che l’incaricato ottenga poi la maggioranza alla Camera. E’ ancora il Quirinale che nominai ministri su proposta del presidente del consiglio.

Come si vede la lista è lunga. Ma, poteri a parte, sarà la situazione politica a richiedere che il Presidente non sia un semplice spettatore. Infatti, se l’idea di fondo degli ultimi dieci anni è stata quella di arrivare a un bipolarismo perfetto, siamo ancora lontanissimi da quell’obiettivo.

Oggi, tanto la destra quanto la sinistra appaiono come costruzioni in progress. A sinistra il Pd sembra godere del favore dei cittadini, ma è molto diviso al suo interno e non ha un programma riformatore ben definito. Al punto che spesso si ha la sensazione che vada avanti alla giornata, magari facendo anche cose che urgenti non sono, ma che appaiono come le più immediatamente realizzabili.

A destra c’è un disastro. Per molte ragioni la guida di Berlusconi a molti è sempre sembrata pessima. Lascio immaginare che cosa può essere una destra guidata da Matteo Salvini, con dentro Casa Pound, la Meloni, e alleata in Europa con Marine Le Pen. E decisa a portarci fuori dall’euro e a avviare una politica economica che non potrà che portare a una situazione argentina, con il corollario di una messa in crisi di molti diritti civili a cui ci siamo abituati.

Ma, in ogni caso, nei primi mesi dell’anno prossimo, forse già fra gennaio e febbraio, un nuovo Presidente della Repubblica andrà trovato e votato. I due protagonisti (Renzi e Berlusconi) dicono che su questo punto non c’è un accordo fra di loro (ma invece probabilmente c’è). D’altra parte il nuovo inquilino del Quirinale non può essere eletto senza l’accordo almeno fra Forza Italia e Pd. Il problema è che entrambe le formazioni non sembrano in grado di garantire la compattezza del voto dei propri parlamentari.

E qui entra in gioco il movimento 5 stelle, dall’interno del quale molti lanciano segnali  perché vorrebbero partecipare alla partita, stanchi, come ha scritto qualcuno, di stare con il naso incollato sulla vetrina della politica a vedere gli altri che la fanno e loro no.

I voti dei grillini dovrebbero servire a sostituire eventuali defezioni nei due campi principali. Ma di deciso non c’è niente. Intanto perché non si sa che cosa sceglierà di fare, alla fine, il comico genovese. E poi perché questo è un passo molto pericoloso per il m5s: se si mette a trattare con Forza Italia e Pd, rischia di essere omologato ai partiti contro i quali ha sempre tuonato. E rischia quindi di perdere consensi in misura rilevante (come del resto sta già avvenendo). Una soluzione, per i grillini, sarebbe quella di riuscire a far passare un proprio candidato (tipo Rodotà). E magari saranno anche così abili da scegliere un nome indipendente e rispettabile (ma che dovrà a loro gratitudine se andrà a occupare il miglior posto di lavoro esistente in Italia). Ma magari insisteranno su qualche loro candidato balordo.

La partita, insomma, è ancora tutta da giocare. I guai dell0’economia, intanto, sono momentaneamente accantonati: tanto, si dice, ci pensa Draghi.