Recessione, la ricetta di Turani: aprire tutti i cantieri con la ruspa di Salvini, piantonare Toninelli…

di Giuseppe Turani
Pubblicato il 2 dicembre 2018 6:00 | Ultimo aggiornamento: 1 dicembre 2018 23:38
Recessione, la ricetta di Giuseppe Turani (nella foto): aprire tutti i cantieri con la ruspa di Salvini, piantonare Toninelli...

Recessione, la ricetta di Turani: aprire tutti i cantieri con la ruspa di Salvini, piantonare Toninelli…

Avevano orgogliosamente annunciato di aver sconfitto la povertà. Invece si ritrovano con un inizio di recessione, dopo qualche anno di bonaccia. Gli occupati calano e gli imprenditori del Nord cominciano a perdere la pazienza: vogliono la crescita, non quella a parole, ma quella nei fatti. Il quadro tracciato da Giuseppe Turani in questo articolo pubblicato anche su Uomini & Business, è desolante.

Purtroppo, la congiuntura si è messa al brutto e c’è poco da fare. Le previsioni sono tetre: Pil in calo nel terzo trimestre, e anche nel quarto e nel primo del 2019. Insomma, una recessione, piena, completa, prolungata. Di fatto, siamo in emergenza. Dire che la colpa è di “quelli di prima” non è vero e comunque serve a niente. È adesso che bisogna agire. Già i disoccupati crescono al ritmo di 600 al giorno.

Il governo, invece di recitare le sue consuete litanie, dovrebbe fare qualcosa. E in fretta.

La prossima settimana, quindi, comincia una specie di calvario per la maggioranza di governo. Il Parlamento comincerà a discutere la legge di stabilità (già superata dai fatti, però), e nello stesso giorno, 3 dicembre, a Torino si riuniranno gli Stati generali della Confindustria e dei commercianti. Che cosa vogliono? Sinteticamente, crescita e ancora crescita. Più in dettaglio, vogliono tutto: la Tav, il terzo valico, la Gronda. Vogliono i cantieri aperti e gente al lavoro. Non vogliono più sentire i se e i ma dei 5 stelle. L’inizio della recessione li renderà probabilmente ancora più espliciti, decisi.

Ma questo sarà solo una sorta di prima della Scala, con gente molto ben educata e elegante, discorsi forbiti.

Per il 13 dicembre, a Milano questa volta, sono attesi gli artigiani veneti, decisamente furibondi. Gli organizzatori dicono che sono già stati prenotati 1.200 pullman per invadere la capitale lombarda. Alla fine, forse, saranno solo la metà, ma è più che sufficiente. Decine di migliaia di artigiani del Nord Est.

Il senso di tutto ciò è chiarissimo: il Nord produttivo (che i 5 stelle scioccamente già chiamano il Nord degli affari) vuole misure per la crescita, opere pubbliche, treni veloci, strade. Vuole rimanere in Europa e rimanerci da protagonista.

Il Governo, prigioniero delle sue stesse promesse (quota 100 e reddito di cittadinanza) avrà non poche difficoltà a accogliere queste proteste. Ma è la prima volta che gli industriali e gli artigiani scelgono la protesta di piazza. Difficile, se non impossibile, ignorarli.

Il rischio è quello di avere un governo, votatissimo, ma isolato da chi distribuisce gli stipendi e manda avanti il paese. Un governo che rischia di essere travolto dagli eventi.

Le cose da fare sarebbero semplici, se fossimo alle prese con gente normale:

1- Con procedura d’urgenza, scavalcando un po’ di burocrazia e di norme, rendere cantierabile tutto ciò che può essere cantierabile: il che significa aprire in due giorni tutti i cantieri già finanziati, ma imprigionati dalle norme burocratiche. Con un po’ di coraggio si può fare. Spedire quattro carabinieri da Toninelli con l’ordine tassativo (pena arresto immediato per sabotaggio della nazione) di avviare la ripresa a pieno ritmo dei lavori alla Tav, alla Gronda e al terzo valico. Il ministro va naturalmente piantonato nel suo ufficio. Se strada facendo si incontra Laura Castelli che protesta, arrestarla (per schiamazzi, disturbo alla quiete pubblica, qualunque cosa va bene, basta toglierla dalla circolazione). Spedire i bersaglieri a proteggere il cantiere Tav e anche tutti gli altri, se si rendesse necessario: nessuno osa picchiare i bersaglieri in Italia.

2- Poi, la cosa più difficile: prendere tutte le sciocchezze della manovra (quota 100, reddito e pensione di cittadinanza), tirare una bella riga con pennarello rosso e girare quei denari a investimenti pubblici: strade, ponti, ferrovie. Decine di migliaia di persone al lavoro nel giro di una settimana.

Si può fare? Certo. Basterebbe un governo di gente seria. L’idea che si devono dare soldi alla gente, così vanno a fare spesa e rimettono in piedi l’economia è ridicola. Meglio aprire, subito, qualche migliaio di cantieri. Usiamo finalmente queste benedette ruspe, oggi inoperose sotto i loro capannoni.

Salvini, se ci tiene, potrà guidare la prima. Di Maio, con il suo passato da manovale edile, può dare una mano: un secchio di calcestruzzo dovrebbe saperlo portare.

Scommetto, però, che non faranno niente. La colpa è di quelli di prima, portiamo il deficit al 2 per cento (forse all’1,8), non arretriamo di un millimetro, ma di quale metro sì.

L’importante è arrivare vivi alle elezioni europee. Con Salvini sicuro vincente, Di Maio catastrofico perdente, Pd astenuto e assente.