Referendum Tav: Salvini incastra Di Maio. Ma perché solo in Piemonte?

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 11 dicembre 2018 12:16 | Ultimo aggiornamento: 11 dicembre 2018 12:16
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Referendum Tav: Salvini incastra Di Maio. Ma perché solo in Piemonte?

Se la commissione di esperti per valutare costi e benefici, se il confronto con la Francia e l’Europa e poi l’analisi degli esperti internazionali non fossero sufficienti per un sì o per un no, perché non affidare la decisione ad un bel referendum? E’ l’idea di Matteo Salvini che sul tema Tav, la contestata linea Torino-Lione, incastra il collega vicepremier Luigi Di Maio, offrendogli però allo stesso tempo anche una via di fuga, buttando, come si dice nel calcio, ‘la palla in tribuna’.

Nonostante le certezze del direttore Marco Travaglio (vedi la questione vignetta di Vauro respinta sulla questione), è grande la confusione sotto il cielo 5Stelle sul tema Tav. E la paura di bissare l’esperienza del Tap è forte tanto tra gli eletti quanto tra gli elettori. Fieramente per il no alla Torino-Lione in campagna elettorale, con annessi blitz ed esternazioni varie, il delicato dossier è stato affidato, una volta arrivati al governo, ad uno dei ‘big’ del Movimento: quel Danilo Toninelli diventato quasi per questo ministro delle Infrastrutture. Ministro che non è mai stato per il sì una volta arrivato in cabina di regia, ma che ha decisamente virato verso la scomodissima posizione del forse. Un ‘forse’ che toccava ad una commissione ad hoc dirimere e che invece è sempre stato ed è un deciso sì nella metà verde del governo grillo-leghista. Non è infatti un mistero che la Lega e il suo ‘capitano’ Salvini siano da sempre favorevoli alla realizzazione dell’opera.

Un tris di posizioni difficile, anzi difficilissimo da gestire. Da una parte la base del Movimento e i sindaci come la Appendino apertamente contrari e, dall’altra, le manifestazioni dei movimenti Sì-Tav e, soprattutto, le associazioni degli imprenditori a chiedere che si vada avanti. Il compito di un governo sarebbe quello di decidere, essendo il suo ruolo proprio quello di chi deve discernere tra gli interessi particolari per favorire quello generale, della Nazione. Ma l’esecutivo bicefalo non brilla su questo tema e laddove il contratto non contiene tutte le risposte la linea è quella di ‘buttarla in caciara’. Un altro modo, romano, di buttare la palla in tribuna.

Allora il referendum “potrebbe essere una strada se dall’analisi sui costi e benefici non dovessero arrivare risposte chiare” suggerisce Salvini. Una strada che l’alleato grillino non può non sposare visto il congenito innamoramento per la cosiddetta democrazia-diretta. “Devono essere i cittadini di una comunità a chiederlo, così prevede la legge. Ci sono state manifestazioni Sì-Tav e No-Tav: se le comunità chiedono un referendum chi siamo noi per opporci?” risponde Di Maio, dimenticando che loro sono, sarebbero, il governo.

Di Maio inchiodato quindi su una posizione non sua, costretto a dire sì ad un eventuale referendum che potrebbe rivelarsi per lui un boomerang, ma che è anche un modo di spostare l’onere della decisione sugli italiani e il momento della decisione, continuamente rinviato, a data da destinarsi. Comunque dopo le prossime europee.

Perché, però, limitare allora al solo Piemonte il quesito, come  sembra nell’animo di chi in queste ore parla di referendum? La Tav è senza dubbio un’opera di interesse nazionale e non certo locale, tanto è vero che fa parte di un cosiddetto corridoio che deve attraversare tutta l’Europa. Un referendum, se va fatto, va fatto in tutta Italia. Anche chi abita a Roma, a Bari o a Palermo è infatti interessato alla questione di come il suo Paese è collegato con il resto del continente.