La Regione Lazio non ha il regolamento per funzionare ma una nuova rivista in carta patinata sì

Pubblicato il 5 Luglio 2010 8:33 | Ultimo aggiornamento: 26 Febbraio 2020 10:09

Conquistare la prima pagina di un quotidiano nazionale con una notizia locale è una cosa molto difficile. La regione Lazio è riuscita nell’impresa, domenica 29 giugno 2010, con il Corriere della Sera, che ha pubblicato l’articolo di Sergio Rizzo “Lazio, quando spendere è una scelta bipartisan”. Colpito e affondato, è il caso di dire. E a poco servono le precisazioni che si tratta di una operazione a costo zero (ma la carta la Regione non la paga?). Del resto, come sostiene Rizzo, “fossero anche soltanto pochi euro”, tra le esigenze prioritarie del cittadino laziale non sembra esserci proprio l’attesa spasmodica di “Crl La rivista del Consiglio regionale del Lazio”. E, a ben vedere, neppure tra quelle del consiglio regionale e della regione nel suo complesso, che peraltro straborda di inutili riviste ed opuscoli patinati, il cui unico scopo è il guadagno delle tipografie che le stampano e dei politici, quasi mai fotogenici, ritratti e intervistati in forme più che accomodanti. Altro che “manifestazione del diritto alla informazione, quale diritto fondamentale di ogni individuo, che la regione Lazio è chiamata a garantire ai sensi dello Statuto” (peraltro su cosa ci “azzecchi” la Regione con un diritto costituzionale fondamentale, come il diritto alla informazione, si sta interrogando la migliore dottrina).

I problemi del Consiglio Regionale del Lazio sono molteplici e tra questi non rientra l’assenza di un periodico bimestrale. Non esiste un regolamento degno di questo nome. Il testo vigente risale agli anni settanta ed è veramente preistorico. Si dovrebbero affrontare discorsi complessi quali i contrappesi da introdurre per temperare la forma maggioritaria di governo, che annulla l’assemblea rappresentativa o lo statuto delle opposizioni che, nell’attuale sistema, si limitano a raccogliere le briciole che cadono dal piatto. Nel frattempo si potrebbe (è stato invano proposto nella precedente legislatura), riprendere dalle regole del Senato e della Camera, oggetto di profonde innovazioni in questo trentennio, utili spunti per riformare o introdurre importanti istituti. Per esempio. La introduzione di un numero minimo di consiglieri per formare un gruppo e la limitazione del numero delle commissioni consiliari. Tanto per dare un senso a questa storia, quella dei “settanta sederi, settanta poltrone” (oggi 73, se il giudice amministrativo non ne taglierà 3 a settembre), per ricordare una affermazione di un autorevole esponente della attuale opposizione. Anche se (come è noto) questa storia un senso non ce l’ha.

Senza regolamento non esiste neppure una burocrazia parlamentare di supporto capace di interpretarlo ed applicarlo. Le sedute cominciano con ore di ritardo sul calendario. Le commissioni, che dovrebbero essere i collegi specializzati, sembrano un mix tra un mercato rionale e un consiglio municipale. Il Consiglio dovrebbe essere la vetrina della società regionale, non perdersi dietro interessi microscopici. La dialettica maggioranza governo è senza regole, perlopiù astiosa, battibeccante, su questioni quasi sempre marginali (sulla gestione delle ciliegie della torta, quasi mai sulle strategie assessorili). L’opposizione è inesistente, consociativa, salvo eccezioni rare, tacitata dallo scambio microsettoriale.Tutti parlano senza sapere di cosa, in attesa della mediazione politica che alla fine accontenterà tutti. Sarebbe veramente difficile impegnare un giovane laureando in scienze politiche in una tesi sul funzionamento del consiglio regionale del Lazio. Bisognerebbe aggiungere il sottotitolo “un caso crisi della democrazia rappresentativa”. E queste sarebbero veramente riforme a costo zero, che darebbero benefici molto importanti.

Le procedure di spesa, legislative e amministrative, sono fuori controllo, gestite con opacità e approccio “mandarino” da segmenti dell’amministrazione che sfruttano rendite di posizione acquisite nel passato. L’esecutivo cerca di recuperare avvalendosi, impropriamente, di società di consulenza (Ernst & Young). Il Consiglio potrebbe svolgere un ruolo importantissimo, attraverso le commissioni permanenti (e in particolare la commissione bilancio), se si dotasse di adeguate strutture di supporto e norme regolamentari adeguate. Ma l’attrazione per il galoppino incompetente è forte e bipartisan.

Resta un problema. Con queste riforme non si conquisterebbero le prime pagine nazionali e la regione Lazio non riesce a farne a meno. Ancora si ricorda quella del 29 febbraio 2009, questa volta della Repubblica, in cui Carlo Picozza raccontava della festa di San Valentino con Franco Califano offerta dal Presidente Marrazzo ai dipendenti a spese dei contribuenti. Lo stile raffinato sembra essere il tratto unificante del passaggio di legislatura.