Opinioni

Renato Brunetta. Jobs Acts di Matteo Renzi, luoghi comuni e banalità

Renato Brunetta. Il Jobs Acts di Matteo Renzi, luoghi comuni e banalità

Renato Brunetta. Il Jobs Acts di Matteo Renzi è un elenco di luoghi comuni e banalità

Jobs Act. Il documento proposto da Matteo Renzi sembra come al solito una elenco di luoghi comuni e di banalità, in quanto tali non supportate da scelte e dati.

La riduzione delle tasse sul lavoro non si comprende come possa essere compensata con le tasse sugli strumenti finanziari.

Non si dice nulla sui numeri ovviamente. “Il vincolo di ogni risparmio di spesa corrente che arriverà dalla revisione della spesa alla corrispettiva riduzione fiscale sul reddito da lavoro” non vuol dire nulla se non si stimano i risparmi correttamente per anno e se non si presenta una piano per ridisegnare il settore pubblico.

In questo momento Matteo Renzi sembra propenso invece a difendere i Comuni e il pubblico impiego che hanno rappresentato le aree di maggior crescita della spesa negli ultimi anni.

Sulla agenda digitale si parla di cose già in cantiere da tempo, ma non si fa riferimento all’innovazione organizzativa e alla semplificazione dei processi e all’accessibilità dei servizi.

Va bene l’eliminazione dell’iscrizione al registro delle imprese, ma il costo è ridicolo rispetto ai costi delle imprese. Assolutamente simbolico.

Eliminazione della figura del dirigente a tempo indeterminato nel settore pubblico. Proposta che mostra che non conosce la pubblica amministrazione, neanche quella del proprio comune. Si accede per concorso alla dirigenza pubblica e solo negli enti locali c’era l’uso di reclutare tutti i dirigenti senza concorso e il d.lgs. 150/2009 ha limitato la fiduciarietà della dirigenza ad una percentuale del 10%. Per il resto si informa che esiste l’art. 97 della Cost.

Le proposte sulla burocrazia sono un vero potpourri povero di sensazioni. Si confonde la razionalizzazione della spesa (come i residui del Ministero dell’Ambiente). La certezza del procedimento amministrativo esiste da anni e le norme sulle conferenze dei servizi sono state modificate decine di volte.

Per semplificare veramente serve ridurre i livelli di governo e accorpare le competenze, oggi frammentate. Sulle “regole” va bene l’idea dei testi unici, che risale comunque agli anni ’90, mentre non si comprende quali contratti di lavoro flessibile voglia abolire. Stiamo scontando i danni del ministro Elsa Fornero che nel momento di recessione ha bloccato anche i contratti brevi, peggiorando la situazione occupazionale soprattutto giovanile. In un momento di crisi di fiducia non si possono limitare i contratti flessibili. Si invita Renzi a leggere i rapporti dell’Istat sull’occupazione, soprattutto giovanile.

L’assegno universale non si comprende come possa essere finanziato. Non c’è traccia di numeri.

Sarà l’abitudine ai bilanci degli enti locali.

Il problema della formazione professionale, di competenza regionale purtroppo, non è quello di avere la rendicontazione on line, ma di avere costi standard sul lato dell’input, ma soprattutto raccordo con il sistema produttivo e misurazione dell’efficacia della formazione in termini di placement.

L’agenzia unica federale in materia di occupazione sembra una duplicazione di spesa e competenze rispetto a competenze del Ministero del lavoro, dell’Isfol e di Italia lavoro. Aumenta la confusione sui soggetti competenti in materia di lavoro.

La proposta di una legge sulla rappresentanza sindacale non dice nulla sui contenuti e invade competenze delle parti sociali.

Al di là dei contenuti scarsi, il Jobs Act di Matteo Renzi ha avuto un merito: aprire la discussione sul tema del lavoro.

Tuttavia, ricordiamo che il lavoro è una derivata, che dipende, cioè, dalla crescita economica. Se, poi, le regole del lavoro sono efficienti, flessibili, meritocratiche e trasparenti un punto di crescita economica in più porta con sé la creazione di nuovi posti di lavoro, mentre se le regole del mercato del lavoro sono rigide, desuete e inefficienti, ci vuole molta crescita per produrre occupazione (è il concetto di “elasticità” del lavoro rispetto alla crescita).

In momenti storici di crisi grave come quella attuale, pertanto, non basta rivedere le regole del mercato del lavoro. Serve uno shock economico. Serve uno shock perché la nostra economia e il nostro tessuto sociale hanno subito una guerra.

Cinque-sei anni di guerra finanziaria-speculativa che abbiamo perso. E adesso servono medicine, medicine forti: rooseveltiane, keynesiane, neokeynesiane.

New deal, altro che Jobs Act.

In momenti come questo le regole vanno spezzate, vanno rotte. Dopo la grave crisi del 1929, Roosevelt fece proprio questo: cambiò le regole.

Ebbe il mondo contro, ma andò avanti lo stesso. Dopo anni la Corte suprema degli Stati Uniti diede ragione a chi aveva fatto ricorso contro l’interferenza del governo federale su materia di competenza dei governi dei singoli Stati federati, ma intanto, il keynesismo di fatto (i lavori) erano stati fatti e lo shock c’era stato. I nostri governanti dovrebbero riflettere su questo punto. E prendere esempio.

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