Calcio, Serie A, Carpi beffa Lotito, ingiusto filosofo ma grande manager

di Renzo Parodi
Pubblicato il 2 Maggio 2015 10:42 | Ultimo aggiornamento: 2 Maggio 2015 10:45
Il Carpi beffa Lotito, ingiusto filosofo del calcio e grande manager

Claudio Lotito. La gaffe sul Carpi non offusca la sua bravura come imprenditore del calcio

Sia lode e gloria al piccolo grande Carpi, benefico eversore delle gerarchie (pre)costituite. Con un gigantesco sberleffo al palazzo del pallone ha già conquistato con quattro turni di anticipo la promozione in serie A. Alla faccia di Lotito, come hanno scritto i suoi tifosi su un beffardo striscione esibito allo stadio. Ora tifo perché ce la faccia pure il Frosinone che il presidente della Lazio nonché consigliere federale – tetragono sul ponte di comando – aveva accomunato al Carpi nella celebre telefonata registrata dal ds dell’Ischia, Iodice.

Nella quale Lotito, parlando ex cathedra, aveva ammonito l’interlocutore sui disastri finanziari che l’ingresso nella massima serie di due minuscole realtà come Carpi e Frosinone avrebbe provocato. Vade retro! Carpi e, forse Frosinone, invece hanno fatto dieci passi avanti e toccherà sopportarle per almeno una stagione. L’aristocrazia, peraltro largamente presunta, del pallone dovrà farsene una ragione. E pure Lotito che al riparo del suo latinorum si è quasi impadronito della sfera che rotola.
Applaudo il Lotito presidente, che ha ripulito i meandri laziali da tanta spazzatura, attirandosi le ire dei tifosi professionisti abituati a spadroneggiare in curva Nord. Mi tolgo il cappello dinnanzi alla competenza calcistica del numero Uno biancazzurro e del suo staff tecnico che con spesa moderata e sopportabile hanno allestito una squadra bella e frizzante che sta sgretolando le certezze dell’avvio del campionato.

Chi avrebbe pronosticato la Lazio davanti alla Roma, tre mesi fa? Per il resto, mi dissocio ed esecro la filosofia e la pratica padronale del patron laziale, convinto com’è, Lotito, che il calcio debba vivere di risultati e di denaro (peraltro è in buona compagnia) senza lasciare spazio all’abilità imprenditoriale dei suoi colleghi presidenti. E a quell’alea legata alle mille variabili del pallone che ammanta di fascino lo sport della pedata.
Questo atteggiamento si evince dalla storica telefonata, che getta una luce sinistra su tutto il movimento calcistico nostrano, luce pleonastica, perché anche al buio si vedeva e si vede benissimo dove e perché sta deragliando il nostro calcio. Sempre più asservito al dio denaro delle televisioni, che fanno a disfano a piacimento e alla faccia dei tifosi, elemento sempre più ininfluente e ignorato del pianeta rotondo, col bel risultato di svuotare gli stadi e mortificare la passione popolare di milioni persone, trattate alla stregua di vacche da mungere, al botteghino o i teleschermi. Un calcio che sta scivolando nelle mani di più o meno rassicuranti di tycoon stranieri, che nulla si curano delle nostre tradizioni, tanto meno della bandiera e del cuore dei tifosi – i veri azionisti dei club – e puntano al business puro e duro e tanto meglio se con esso si materializzeranno i risultati sul campo, ma non è questo il must assoluto.

Il lungo e spero non troppo prolisso preambolo per entrare in “medias res”, come direbbe Lotito, e raccontarvi le mie impressioni sul campionato che sta infilando la dirittura d’arrivo. Nessun dubbio sulla squadra che taglierà per prima lo striscione, fin dal girone d’andata. Un punto a Genova e Madama Juventus farà bingo, indipendentemente dal risultato della Lazio a Bergamo. Scudetto strameritato, direi sbranato a morsi, sebbene con lo stile educato del suo allenatore. Cacciato dal Milan come un cane, Allegri, sebbene avesse esordito vincendo lo scudetto, e immagino dolorosamente rimpianto. Onore al merito a Marotta che lo scelse dopo lo schiaffo di Conte.

Il Milan, già. Pare imminente l’annuncio che Silvio Berlusconi ha ceduto la maggioranza azionaria della sua amata creatura al tycoon thailandese Bee Thaechaubol. Svolta epocale, storica, forse ineludibile dopo la stagione in caduta libera della squadra e la montagna di debiti accumulata con acquisti strampalati e i inutili. Inzaghi in panca era ben più di un rischio, persino nel calcio la gavetta è necessaria e le eccezioni (Montella a Firenze, comunque transitato dall’esperienza di Catania) confermano la regola. Non ci si improvvisa allenatori di serie A, figurarsi del Milan, col carico di responsabilità che il ruolo comporta. Azzardato rinunciare a Seedorf, che l’esperienza l’aveva, a pro di un parvenu dotato soltanto, per ora, di un grande amore per i colori rossoneri e di una immensa presupponenza di sé. Punto e a capo, dunque. Meglio per tutti.Augurabile che il passaggio del club in mani straniere comporti la conferma di Adriano Galliani che quando ha potuto lavorare in pace ha dato grande prova di sé.

La coda del campionato promette peraltro ancora parecchie emozioni, soprattutto in testa, visto che in fiondo la lotta salvezza è ristretta a Atalanta, Cesena e Cagliari, con gli orobici quasi in salvo. La caduta fragorosa (ma non sorprendente visti i precedenti), del Napoli a Empoli, spalanca a Lazio e Roma la corsia maestra per il testa a testa finale. La Lazio marcia con un punto di vantaggio sui cigini ma sconterà un finale complicato: Sampdoria e Napoli in trasferta e in mezzo il derby con la Roma. Il Napoli realisticamente può dedicarsi soltanto alla difesa del quarto posto, augurandosi che il nodo allenatore venga sciolto subito da Benitez, secondo il saggio desiderio del presidente de Laurentiis. Ritengo che lo spagnolo saluterà per tornare in Inghilterra, al Manchester City. Ragioni familiari e non (il feeling col presidente si è incrinato, i programmi della società non sono abbastanza ambiziosi) lo spingono verso i Blues. Sinisa Mihajlovic è pronta a subentragli , augurandosi, lui e la Sampdoria, che l’avventura genovese si concluda con la qualificazione in Europa League. La lotta è feroce, la Sampdoria è ancora quinta, nonostante i tre miseri punti raccattati nelle ultime cinque gare e dovrà guardarsi dai cugini del Genoa, maramaldi a san Siro sul fantasma del Milan, ma animati da un mix perfetto di spirito e materia, leggi mentalità e gambe. Occhio al Torino che ha pareggiato largo a Palermo e vola sulle ali della vittoria nel derby. L’Inter sta sotto a tutte in classifica, anche alla Fiorentina che ha pagato in campionato le fatiche di coppa, ma affronterà un finale meno duro delle rivali. Mancini non si è rallegrato molto per i 3 punti di Udine, la squadra non ha mordente né mestiere e solo le elargizioni arbitrali le hanno spianato la strada alla vittoria.

A proposito di arbitri. Chi mi segue sa che non manco mai di esecrare un regolamento per molti aspetti assurdo che costringe arbitri, assistenti, e collaboratori vari a slalom impervi fra regole, regolette, codicilli, postille, subordinate che, ampliando la discrezionalità di chi fischia, lo condanna inevitabilmente a sbagliare parecchio. E tuttavia c’è errore ed errore. Nelle ultime giornate le interpretazioni a capocchia da parte dei fischietti stanno moltiplicandosi, sempre però a favore delle Grandi. Non ho dimenticato gli allucinanti arbitraggi degli ottavi di Coppa Italia che qualificarono Napoli, Roma e Inter e starò con gli occhi bene aperti e la penna intinta nel curaro.

Seguo professionalmente il calcio da quarant’anni e comprendo quando l’arbitro sbaglia perché è un essere umano o quando invece interpreta la regola per schivare dei guai. Si sa come vanno le cose, chiamatela sudditanza psicologica o come volete ma l’effetto è sempre lo stesso. Nel dubbio le Grandi ricevono un trattamento più dolce.

Vengo ai fatti. La Sampdoria ha avuto appena 2 rigori a favore e sei contro – peggiore score comparato di tutta la serie A – e nelle partite casalinghe pareggiate contro Cesena e Verona gli arbitri Giacomelli e Irrati, piazzati in posizione ideale per giudicare le rispettive azioni di gioco, le hanno negato due rigore solari (falli su Eder e Regini). Ci aggiungo le mancate espulsioni di Rodriguez a Firenze (Banti) e di Britos a Napoli (Doveri), quando il punteggio era ancora aperto.

Altrettanti errori avevano colpito il Genoa.

A Torino l’internazionale Banti ha sì decretato due rigori contro la Juve, ma ha omesso di ammonire Chiellini nella seconda occasione, come da regolamento. Lo conosce il regolamento il signor Banti che stava a tre metri dall’azione? E per di più ha permesso a Chiellini di riempirlo di contumelie come a nessun altro calciatore avrebbe consentito. Tutto documentato e visibile negli highlights della gara. Per combinazione Chiellini era diffidato e avrebbe saltato Sampdoria-Juventus. A pensar male, con quel che segue (vedi Andreotti)…

La Sampdoria non ha mai alzato la voce contro gli arbitri, Mihajlovic per principio non commenta mai le loro prestazioni. Mai. Solo dopo l’ennesimo pestone sui calli, il presidente Ferrero si è azzardato a dichiarare: <Vorremmo uniformità di giudizio negli arbitraggi. E basta>. Ecco, appunto. Se era rigore quello di Udine (ancora Banti) perché non fischiare quelli di Genova? E gli esempi sono parecchi di più degli episodi che ho citato. Uniformità di interpretazione delle regole, insomma,. Con un pizzico di buonsenso quando spingerebbero nella direzione sbagliata. Questo chiedo agli arbitri che non saranno i migliori del mondo ma sono persone sostanzialmente oneste. Che però vogliono fare carriera. E qui sta il punto. Se anche per loro valesse la dottrina Lotito con quale libertà d’animo gli arbitri scenderebbero in campo? Giro la domanda al duo Nicchi-Messina. Tocca a loro rassicurarli e permettergli di lavorare sereni.