Genoa, Sampdoria: derby disperato dove il calcio italiano è nato

di Renzo Parodi
Pubblicato il 14 Novembre 2012 9:00 | Ultimo aggiornamento: 15 Novembre 2012 10:56

GENOVA – GenoaSampdoria si gioca domenica 18 al Luigi Ferraris, derby della Lanterna numero 105 in gare ufficiali.

E’ già stato ribattezzato il derby dei disperati. Sampdoria e Genoa, divise da un solo punto in classifica, annaspano in fondo alla classifica. Vengono rispettivamente da sette e cinque sconfitte consecutive e per l’allenatore Ciro Ferrara (e il ds Pasquale Sensibile) la stracittadina è l’estrema occasione. Se la Sampdoria perde, saltano entrambi. Il vicepresidente esecutivo, Edoardo Garrone, ha esaurito la pazienza.

Iachini, l’allenatore dlela promozione, inopinatamente silurato in estate da Sensbile a beneficio di Ferrara, (o Delio Rossi) sono i candidati alla sostituzione del tecnico, mentre Perinetti potrebbe subentrare a Sensibile nel ruolo di direttore sportivo. Un cambio in corsa, in attesa del mercato di riparazione di gennaio. Mercato sul quale andrà pesantemente anche il Genoa, lo ha promesso Enrico Preziosi. Il presidente rossoblù ha confermato fiducia a Delneri, che pure da quando ha sostituito De Canio non ha portato a casa un solo punto. «Fa il minestrone con le verdure che ha», lo ha giustificato.

Ieri una delegazione di tifosi sampdoriani del club Fedelissimi (il più folto e antico) ha incontrato Ferrara e il capitano della squadra, Daniele Gastaldello, ai quali ha chiesto il massimo impegno nel derby. In cambio alla squadra sarà garantita pace sociale fino a domenica.

Preoccupazioni sono state espresse dalla Digos per l’ordine pubblico. I precedenti tra le due tifoserie non lasciano tranquilli, A giugno, durante i festeggiamenti per la promozione in A della Sampdoria, tre tifosi blucerchiati furono accoltellati da un supporter genoano, ora accusato di tentato omicidio. Si temono ritorsioni. E la pessima posizione in classifica di entrambe le squadre fa temere disordini.  

Sotto potete leggere la prima parte della ricostruzione della storia calcistica di Genova e delle sue squadre, da fine ‘800 alla seconda guerra mondiale, cui seguirà la parte dedicata agli ultimi 60 anni.

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• In principio fu il Genoa cricket and football club, eppure la prima notizia rintracciabile su una gara dello sport allora sconosciuto in Italia, sport di derivazione inglese chiamato football, apparve sul Secolo XIX del 3 agosto 1897 e curiosamente non riguarda la squadra primigenia ma un non meglio identificato Liguri Football Club.

Leggiamo la scarna cronaca dell’epoca:

«Football. Alcuni mesi fa diversi giovanotti della nostra città, onde dare incremento a questo interessante giuoco, fondarono una nuova società che prese il nome di Football Club Liguria, la quale conta ora numerosi soci. Procedono attivamente le esercitazioni dirette da provetti giuocatori e si spera tra poco di assistere ad importanti gare».

Di quel club si perdono rapidamente le tracce ma è accertato che darà frutti copiosi il seme gettato da James Richardson Spensley, “o mëgo ‘ngleise”, il dottore inglese, sbarcato a Genova nel 1896 come medico addetto alle cure degli equipaggi delle navi di Sua Maestà Britannica presenti nel porto della Superba.

Si deve a questo personaggio di multiforme ingegno e di interessi sconfinati – era appassionato di esoterismo e fondò i boy scout italiani – se quel bizzarro sport importato dal Regno Unito attecchisce robusto nella città della Lanterna e produce, per emulazione e per volontà di sfida, altre realtà cittadine.Diffondendo quella rivalità ferocissima che è giunta fino ai giorni nostri.

Si deve alla passione sconfinata di Spensley per lo sport nella sua accezione più britannica – ossia come esercizio fisico che si traduce in addestramento per la mente e in sano spirito di competizione – se il calcio sfonda i confini italiani e tracima tra un gruppo di gentiluomini britannici (industriali, manager, lavoratori specializzati) trapiantati all’ombra della Lanterna con le rispettive aziende, principalmente siderurgiche, metalmeccaniche e meccaniche nonché cantieri navali.

Costoro avevano dato vita ad un esclusivo club sportivo il 7 settembre 1893 nell’ufficio genovese del console britannico, sir James Alfred Payton, in via Palestro al civico numero 10. Il club venne battezzato Genoa cricket and Athletic Club, vi si praticavano gli sport nobili d’Oltremanica. Il cricket, anzitutto, lo sport nazionale per eccellenza, e l’atletica nelle sue varie espressioni. L’affiliazione era riservata ai cittadini britannici.,

Fu Spensley a rovesciare il tavolo, spalleggiato da Edoardo Pasteur detto Dadin, uno svizzero trapiantato a Genova, discendente del celebre medico. Spensley convinse i soci, in testa il presidente Charles De Grave Sells (capotecnico dell’Ansaldo) ad ammettere (aprile 1897) anche soci italiani nel numero massimo di 50. E successivamente ad aprire le porte al football, che in Patria era giocato e seguito principalmente dalla working class, la classe operaia.

E infine (gennaio 1899) a cambiare la denominazione sociale in Genoa Cricket and Football Club. Evento consacrato nella residenza privata di Spensley, presso l’Hotel Unione, in piazza Campetto, nel cuore del centro storico medievale. Della nuova creatura troviamo traccia già un anno avanti, il 6 gennaio 1898, in una breve notizia apparsa sul Secolo XIX, nella quale si annuncia la disputa di una partita di football “italianamente giuoco del calcio” nella pista velocipedistica di Ponte Carrega, all’epoca una frazione isolata lungo il corso del torrente Bisagno.

Le primissime esibizioni i giocatori del Genoa le avevano imbastite sulla terra battuta della piazza d’Armi di Sampierdarena, la Manchester d’Italia, gremita di fabbriche e officine: il terreno di gioco era frequentato dalle improvvisate squadre composte dai marinai delle navi ormeggiate nel porto di Genova.

Era il calcio dei pionieri, che il Genoa aveva subito monopolizzato, conquistando i primi tre titoli nazionali. Per la precisione si trattava, secondo la moda britannica, della conquista della Coppa messa in palio dal duca degli Abruzzi, appassionato della nuova disciplina sportiva. Nel novembre 1900, la maglia dal bianco blu delle origini ha lasciato il posto al rossoblù ( meglio, al bordeaux e al blu scuro), scelto dai soci a ristrettissima maggioranza in onore, pare, di Sua Maestà Britannica, la regina e imperatrice Vittoria. I nuovi colori infatti richiamano la Union Jack, la bandiera del Regno Unito.

• Se il Genoa attraverso la imponente figura di Spensley tradisce l’origine britannica del club più antico d’Italia, miscelando inglesi e svizzeri con i figli dell’alta borghesia e dell’aristocrazia genovese, le sue giovani rivali rampollano dal tronco indigeno, schiettamente genovese: l’Andrea Doria, nata nel seno dell’omonima Società Ginnastica, collocata nel cuore della città, per iniziativa di Francesco Calì, un giovanissimo calciatore trapiantato in Svizzera, ma nato in Sicilia, che si addestrava al calcio all’ombra di Spensley, indossando la maglia rossoblù, nella finale per il titolo italiano perduta dal Genoa nel 1901 contro il Milan.

Subito dopo, Calì fondò la sezione calcio dell’Andrea Doria, che per i tre decenni successivi darà filo da torcere ai più titolati rivali. A scorrere le prime formazioni doriane salta all’occhio che i giocatori erano tutti italiani e per la maggior parte di schietto sangue genovese. L’Andrea Doria, maglia biancoblù, terreno di gioco itinerante (con un passaggio sulla piazza d’Armi, di fronte alla neocostruita stazione ferroviaria di Brignole), si misura col Genoa in infinite, fiammeggianti sfide.

Una per tutte, il 12 febbraio 1905, il quotidiano “Caffaro” la presenta così:

«Preghiamo i signori spettatori di non aizzare i giuocatori onde non dover assistere ad un match brutale e scorretto. Sarebbe un peccato se a causa del pubblico non si potesse vedere quel bel gioco che le due squadre sanno fare».

La ruggine, come si vede, è di vecchia data. Occorsero tre partite per permettere al Genoa di piegare i rivali per poi affrontare e perdere la sfida per il titolo nazionale con la Juventus. La rivalità non impedì nel 1903 al presidente doriano, Zaccaria Oberti, di avanzare una proposta di fusione che venne rubricata dal genoano Pasteur e lasciata cadere nel nulla. Non era destino.

Nel 1913, l’Andrea Doria deferì il Genoa per professionismo, allora un grave reato sportivo. Era accaduto che due assi dell’Andrea Doria, Aristodemo Santamaria e Enrico Sardi, forwards, o attaccanti, entrambi nazionali, si erano lasciati ingolosire dai soldi offerti dal dirigente genoano Geo Davidson, uno scozzese destinato a far fortuna col ciclismo. Intascate tremila lire i due si prenotarono in banca a cambiare l’assegno.

Senonché il cassiere – che era un socio dell’Andrea Doria – adocchiò la firma di traenza, si accorse che era di Davidson e mangiò la foglia. Fotografò l’assegno e passò l’informazione al presidente biancoblù, Oberti. Che denunciò l’illecito alla Federazione. Il processo sportivo, celebrato a Vercelli, assunse i contorni della guerra di religione.

La vera posta in palio era il professionismo. Era giusto o no cedere al profumo dei soldi? La già autorevole Gazzetta dello Sport scese in campo a difesa della società rossoblù che qualcuno (aveva molti nemici) aveva proposto addirittura per la radiazione. Nello svolgimento dei lavori la terribile minaccia venne reiterata da più parti ma infine fu lo stesso accusatore, il presidente doriano Zaccaria Oberti, a invocare clemenza per i rivali.

L’abile difesa della società, affidata a Pasteur, un gentiluomo stimatissimo (Davidson era stato opportunamente fatto sparire) convinse i giudici a non infierire. Il Genoa venne graziato. Sardi e Santamaria, squalificati a vita, si videro subito accorciare la pena a due anni, beneficiarono di un’amnistia e tonarono in campo da protagonisti, contribuendo a portare il Genoa ai titoli del 1915,1923 e 1924.

Gli ultimi della sua storia. L’unico a rimetterci davvero fu il cassiere della banca, incolpato di aver rivelato un segreto bancario. Perse il posto e dovette lasciare Genova. Si trasferì a Roma e divenne uno dei massimi esperti italiani di filatelia.

• Oltre al capo di San Benigno, che culmina in mare con la Lanterna, a Sampierdarena, dalle fila dalla Società Ginnastica Sampierdarenese, nel 1898 era spuntata una squadra di calcio che si cimentava all’interno dell’ippodromo di piazza d’Armi, costruito nel 1892, in occasione delle celebrazioni per il IV centenario della scoperta dell’America.

La nuova creatura ci giocava (in maglia bianca con striscia orizzontale nera) in condominio proprio con il Genoa, che si trasferì a Ponte Carrega nel 1898 e quindi a San Gottardo, sempre nella vallata del Bisagno.

Nel 1920 la Sampierdarenese calcio si era affrancata dalla casa madre (la Società Ginnastica). Assorbita la Pro Liguria, aveva rinnovato la maglia (bianca con striscia orizzontale rossonera) e nel 1922 aveva sfiorato il titolo nazionale in uno dei due campionati nazionali frutto di una scissione, battuta dopo tre incontri di finale dalla Novese. Non mancarono i derby, frutto di una fiera rivalità con i nobili rivali del Genoa. Leggendaria l’amichevole disputata nel 1924 a Sampierdarena nello stadio di Villa Scassi, conosciuto come “A scatoa di brichetti” (“la scatola di fiammiferi”), vinta dai rossoneri (gol di Raggio) contro il Genoa campione d’Italia di De                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                         Prà, premiato per aver disputato in nazionale con un braccio fratturato la partita contro la Spagna a Milano. Memorabili le sfide al “Littorio” di Cornigliano, campo di casa dei Lupi di Sampierdarena. Il derby di guerra del 1942 terminò 4-3 per il Genoa in doppia rimonta.

• L’Andrea Doria nel 1910 aveva preso possesso del campo adiacente al carcere di Marassi, la mitica Cajenna, una tana infuocata dove gli avversari spesso finivano travolti dall’impeto agonistico dei ragazzi d Calì. Il terreno era delimitato da una palizzata di legno, che la divideva dal terreno di gioco preso in affitto dal Genoa, l’anno dopo, dal marchese Musso Piantelli.

Socio rossoblù, il nobiluomo aveva concesso al calcio lo spazio interno del suo galoppatoio privato. La convivenza forzata tra doriani e genoani durò fino al 1927. In quell’anno il regime fascista calò dall’alto l’ordine perentorio di procedere alla fusione tra Andrea Doria e Sampierdarenese. Ai doriani, afflitti, non restò che accettare il matrimonio con i cugini di ponente, a loro volta vittime di un ukaze umiliante.

La creatura che ne nacque, la Dominante (la prima squadra genovese a fregiarsi del simbolo del Grifone!), finì tristemente dominata al punto che i maggiorenti in orbace furono costretti a resuscitare la Sampierdarenese (poi Liguria), nonostante il fiero comune di ponente fosse stato inglobato a forza da Mussolini nella Grande Genova.

La politica aveva invaso anche il campo dello sport. Tempi bui si annunciavano per il pallone, oltretutto caduto in sospetto presso il regime fascista, in quanto prodotto schietto della Perfida Albione. E fu il Genoa a farne le spese, costretto, nel 1933, a italianizzarsi il nome in Genova 1893, facendo sparire l’odioso riferimento al cricket.

 

(Fine della prima puntata. Seguirà la seconda parte della rievocazione calcistica genovese dedicata al periodo dal dopoguerra a oggi).