Italia ai Mondiali, il capolavoro di Cesare Prandelli

di Renzo Parodi
Pubblicato il 11 settembre 2013 19:44 | Ultimo aggiornamento: 11 settembre 2013 19:44
Cesare Prandelli

Cesare Prandelli (foto Ansa)

ROMA – Levati doverosamente i calici all’indirizzo della Nazionale, qualificata con due turni d’anticipo ai Mondiali del Brasile, va ringraziato principalmente il ct Cesare Prandelli, il vero artefice di un’Italia tornata nei cuori degli sportivi italiani. Una Nazionale rimasta uno dei pochissimi fattori unificanti di una Nazione slabbrata, alla deriva, incerta del proprio destino. Il calcio, a volte, si trasforma in un supplente, colma i buchi che affliggono la società civile, senza ovviamente risolverli.

Allevia temporaneamente gli effetti delle crisi sociali e male che vada regala qualche momento di serenità alla gente, aiutandola a dimenticare per qualche ora tribolazioni e guai. Non è tutto, ma è pur qualcosa in tempi tanto calamitosi.

Grazie a Prandelli e ai suoi ragazzi anche per la lezione di civismo e di sensibilità offerta in tanti frangenti: visitando comunità di recupero, andando ad abbracciare folle festanti in zone del Paese particolarmente disastrate, o spenendosi nelle battaglie contro l’intolleranza e il razzismo e a favore della convivenza pacifica e della pace. La Nazionale non ha solo giocato al calcio, si è impegnate, con le parole e i fatti, in difesa del rispetto delle regole, una medicina che sarebbe un toccasana anche per la politica, la grande malata italiana, che continua a piegare le regole ad interessi di parte.

Chiusa la doverosa parentesi, mi sento di aggiungere un’altra considerazione: Prandelli e la Nazionale sono tornati nel cuore degli italiani perché dimostrano di vivere di calcio e nel calcio con quella leggerezza d’animo e quel (relativo) distacco che sarabbero manna anche per le squadre di club e tutto ciò che le circonda (tifosi, media, arbitri), costrette a misurarsi in un campionato cronicamente ammorbato da tensioni, sospetti, dietrologie; schiacciato e umiliato dalla perenne rincorsa al denaro che sta mercificando lo sport più amato dagli italiani. Viva dunque l’Italia azzurra e adesso provo a indovinare come arriveremo al grande appuntamento del giugno-luglio 2014 in Brasile.

Prandelli ha saputo ridare slancio e fiducia ad una Nazionale tecnicamente non eccelsa, ma consapevole dei propri valori e convinta di avere il supporto della gente. In Germania nel 2006 il ct Lippi dovette riassemblare una squadra devastata dallo scandalo di Calciopoli e come spesso ci accade, quando l’onda del disdoro sta per sommergerci, i suoi ragazzi seppero trovare l’orgoglio per vivere un’avventura impronosticabile. Qualcosa di simile era avvenuto in Spagna con l’Italia di Bearzot, nel 1982. Travolta dalle critiche e sbeffeggiata, la Nazionale capovolse ogni pronostico e andò a conquistare un Mondiale che nessuno sano di mente ci avrebbe attribuito soltanto un mese prima. Magie del calcio, governato da quell’alchimia imprevedibile che a volte coagula un gruppo di uomini attorno ad un’idea, ad un obiettivo. E li trasforma in leoni.

Prandelli si è già guadagnato stima e ammirazione ricostruendo, sulle rovine del mondiale sudafricano, la reputazione della Nazionale e un gruppo solido e animato da spirito di amicizia. In azzurro oggi scoloriscono le maglie dei club, si annacquano le rivalità, si rema tutti insieme nella stessa direzione. Esiste insomma un gruppo animato da amicizia e solidarietà. Non era facile ricreare l’atmosfera che presiede alle grandi imprese. Prandelli ci è riuscito.

L’affetto della gente è il corollario degno della ricostruzione, anzitutto morale, che il ct ha realizzato. Resta ovviamente il compito più complicato, condurre una squadra all’apice della forma all’appuntamento finale in Brasile. I nove mesi che ci separano da Rio 2014 dovranno essere riempiti con una programmazione seria, alla quale i club non potranno sottrarsi invocando l’esimente delle rispettive priorità. Campionato e coppe europee riempiono purtroppo il calendario, restringendo gli spazi alla Nazionale, costretta a lavorare nei ritagli di tempo. Prandelli chiede invano almeno un paio di stages che gli consentano di amalgamare meglio il materiale che ha a disposizione. La Federazione dovrebbe imporsi alla Lega, nell’anno del Mondiale, concedendogli quanto il ct giustamente reclama. Troppo comodo travestirsi da tifosi della Nazionale, signori presidenti, salvo poi frapporre ogni genere di ostacoli e obiezioni alla sua programmazione. Se si vince, vince il sistema calcio in Italia e tutti ne traggono giovamento.

Quanto alla qualità della squadra, non nascondiamoci che per vincere un Mondiale serve in premessa avere la sorte di schierare almeno quatto o cinque fuoriclasse di livello assoluto e non è detto che bastino. L’Argentina, nonostante Messi, è ancora una splendida incompiuta. L’Italia ai massimi livelli può schierare soltanto due campioni, Buffon e Pirlo, peraltro già in parabola discendente in ragione dell’età. Gli altri sono ottimi calciatori, non campioni.

Balotelli è un caso a parte. Ha tutto per eccellere ed entrare nel Gotha nel calcio mondiale. Tutto tranne la testa, purtroppo. Anche a prescindere da certi sbalzi di umore e da gaffes plateali (disertare l’incontro col ministro Kyenge è stato un terribile autogol e ancora una volta la Federcalcio ha usato il guanto di velluto con Mario. Sbagliando), l’attaccante del Milan mostra un atteggiamento di incomprensibile distacco, talvolta di fastidio, come se giocare al calcio, e per di più in maglia azzurra, non fosse motivo di orgoglio e di divertimento. E’ un tratto caratteriale? Possibile, ma francamente dà fastidio perché si intuisce che con maggiore disponibilità ed adesione al ruolo, Balotelli potrebbe davvero spaccare il mondo. Perché non ci riesce? La domanda va girata all’interessato al quale tutti, dai dirigenti, agli allenatori, ai compagni di squadra concedono indulgenze e alibi che si ritorcono contro di lui. Se Balotelli non impara in fretta a misurarsi anche con i doveri che impone non il calcio ma la vita stessa; se si rifiuta di considerarsi parte di una società, di una comunità umana; se insomma resta rinserrrato nella sua volontaria alterità, non crescerà mai. Né come uomo e neppure come calciatore. E sarebbe un vero delitto sprecare l’immenso talento calcistico che la Natura gli ha conferito. Ci rifletta, Mario e ci riflettano i troppi medici pietosi che si affannano al suo capezzale.

In generale l’Italia non sarà dunque la superfavorita del Mondiale, conterà molto in quali condizioni si presenterà all’appuntamento. Prandelli si è giustamente lagnato della politica dei grandi club che indulgono al mercato degli stranieri, trascurando l’allevamento intensivo dei talenti indigeni. Valga conme controprova la difficoltà di reperire giovani difensori affidabili di passaporto italiano in una scuola calcistica famosa per essere stata, per decenni, la migliore del mondo. Nessuno può ovviamente inventarsi i campioni, ma l’ostracismo praticato nei confronti dei giovani talenti – con qualche eccezione, ad esempio la Sampdoria che ha impostato la squadra sui giovani – è davvero incomprensibile.

A Prandelli si può chiedere di chiudere gli esperimenti e impostare la squadra con realismo, tenendo conto degli uomini a disposizione. Senza illudersi che repentini trapianti di giovani dall’Under 21 (appena rifondata alla guida di Di Biagio) o il ripescaggio di glorie antiche e francamente appannate (Del Piero, Di Natale e persino il razzente Totti) possano propiziare il salto di qualità indispensabile per vedersela da pari a pari con le corazzate Brasile, Germania, Spagna. Umilmente, lavorando a testa bassa, senza rinnegare il cambiamento di mentalità che ci ha restituito un’Italia votata ad offendere e a giocare divertendosi, la nostra Nazionale potrà degnamente figurare anche fra cotanto senno calcistico.

Buttare a mare i tre anni del ct bresciano per inseguire incerti ribaltoni sarebbe un delitto e non credo che Prandelli cederà alla tentazione, in nome di una avventura ricca di insidie. Siamo quel che siamo diventati. E non è un cattivo punto di partenza. Se poi nel tempo torneranno a nascere i Baggio, i Mancini, i Del Piero, allora potremmo sperare di salire ancora una volta (e sarebbe la quinta) sul gradino più alto del mondo.