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Juve, onore ai più forti. Ma Conte è anche un “perdente cattivo”

di Renzo Parodi
Pubblicato il 5 Maggio 2014 8:57 | Ultimo aggiornamento: 5 Maggio 2014 8:57
Juve, onore ai più forti. Ma Conte è anche un "perdente cattivo"

Juve, onore ai più forti. Ma Conte è anche un “perdente cattivo” (foto LaPresse)

ROMA – Sarebbe doveroso celebrare in pompa magna e animo lieto la conquista da parte della Juventus del suo trentesimo scudetto (così recitano gli almanacchi ufficiali), il terzo consecutivo – dunque un record che eguaglia quello della Juve guidata da Carcano negli anni Trenta – e rendere onore ad una squadra che da tre anni a questa parte ha cancellato la concorrenza indigena. Verdetto indiscutibile ed indiscusso che aggiunge merito a merito: al club, ai calciatori e all’allenatore che ha guidato la squadra. Peccato che Antonio Conte sia un perdente assai cattivo, ma su questo tornerò. Sarebbe, anzi è doveroso dare subito al Cesare bianconero quello che gli spetta, ossia lodi e ammirazione totali.

E tuttavia non mi sento di esimermi da censurare l’indegna vicenda di Roma, l’ennesima che sfregia l’immagine del nostro calcio di fronte all’orbe terracqueo e impone non più soltanto la canonica riflessione, bensì provvedimenti di legge, incisivi e decisivi, nella formulazione e nelle intenzioni. Non sto parlando del governo del calcio nostrano, che pure dovrebbe fare pubblica ammenda delle omissioni, delle neghittose mancanze, degli alibi risibili accumulati in anni ed anni di ignavia al potere. Parlo del governo tour court, inteso come esecutivo che guida la Nazione italiana. Renzi e i suoi frateli, insomma. A cominciare dal ministro dell’Interno, l’invisibile Angelino Alfano.

E’ venuto il momento per questi gestori della Cosa pubblica di assumersi la responsabilità di provvedimenti di legge che recidano, una volta e per sempre, il grumo di connivenze, elusioni, complicità che ha avviluppato il calcio italiano in una stretta mortale. Non basta più fare promesse, occorre agire e senza guardare in faccia nessuno. Le società debbono smettere di accomodarsi a ricatti e imposizioni da parte delle frange violente del tifo, spesso simulacri atti a coprire delinquenti comuni che trovano nel calcio il pretesto ideologico per scatenarsi. I club hanno il diritto di trovare nello Stato la sponda istituzionale per resistere a questo genere di pressioni illecite.

E lo Stato deve rifiutarsi di scendere a patti con i criminali che si sono impossessati delle curve, tenendo in ostaggio i tifosi veri, costretti subire le loro angherie.
Osservare i dirigenti della questura di Roma e il capitano del Napoli, Hamsik, trattare con i capi della curva napoletana per convincerli ad accettare che la finale di Coppa Italia si giocasse è stata un’umiliazione intollerabile. Vedere un capo ultras del Napoli, imparentato con un clan della Camorra, discutere da pari a pari con gli uomini dello Stato è qualcosa che un Paese che si proclama civile (e sul punto ho i miei seri dubbi) non può tollerare.

La resa senza condizioni dello Stato cozza contro la durezza esibita in altre occasioni, quando lo Stato ha mostrato un volto fin troppo duro e lontano dai cittadini perbene. Voglio ricordare le macellerie messicane sperimentate al G8 di Genova nel 2001. Ma non solo. Ci aggiungo gli applausi del Sap agli agenti condannati per la morte di Federico Aldrovandi, e aggiungo l’epilogo tragico del rapimento dell’onorevole Akdo Moro da parte delle br, con le quali – tutti d’accordo salvo i socialisti – lo Stato non doveva trattare. Con i camorristi travestiti da tifosi invece sì?

Il calcio è il catalizzatore perfetto per i delinquenti in cerca di visibilità, perché attribuisce rango sociale, conferma ruoli di direzione e di ricatto nella massa dei tifosi delle curve negli stadi italiani. E provoca enorme attenzione mediatica.

L’ho scritto decine di volte e mi ripeto: finché non si adotta il modello inglese saremo costretti a convivere, in Italia, con teppsiti e delinquenti mascherati da tifosi. La ricetta ha funzionato benissimo nell’Isola dove glli hooligans sono stati banditi per davvero dagli stadi, uno ad uno, riconsegnando i medesini ale famiglie e ai bambini di cui tanto ci si riempie da bocca qui da noi,. Nessuno ha mai confutato questa realtà con argomenti credibili. E allora perché non si prova? Perché i poplitici preferiscono vinvivere con la zona grigia, dove complicità, collusioni, maneggi e aggiustamenti sono più agevoli.

Liberare gli stadi della peste dei violenti è il primo passo, senza il quale ogni altro intervento risulta inutile. Conosco l’obiezione. Messi fuori dagli stadi, i teppisti porteranno le violenze per le strade delle città. Ma per le strade c’è la polizia, ci sono i Carabinieri e gli altri corpi di sicurezza dello Stato. O forse chi si proclama tifoso, usurpando questo nome, ha diritto ad una sorta di extraterritorialità rispetto alla Legge? Finora in molti casi è stato così. Purtroppo. Ma si può, anzi si deve cambiare registro. Ognuno si prenda le sue responsabilità: Deprecare non basta più.

Con l’amarezza nel cuore per il sangue versato fuori dallo stadio Olimpico e la figuraccia internazionale, torno a parlare di calcio. So che Marotta non si farà fuorviare dal clima di euforia che giustamente avvolgerà la Juventus. Se vuole davvero competere anche in Europa, il club torinese deve rinforzarsi. In Italia non ce n’è stato per nessuno e ringraziamo la Roma se il lumicino dell’incertezza ha brillato quasi fino all’ultimo giro di orologio. In Europa la musica è tutt’altra. Mi è spiaciuto constatare che

Conte, anziché prenderne atto e pianificare la riscossa, si sia sfogato attaccando l’arbitro Clattenburg dopo l’eliminazione in Europa League contro il Benfica. La Juve era uscita dalla Champions per colpa dei punti regalati a Copenhagen e nel match casalingo con il Galatasaray, lo aveva ammesso anche Conte. La neve di Istanbul aveva dato solo il colpo di grazia. Ora al tecnico salentino fa comodo cambiare idea e spostare il tiro sugli altri. Ma la realtà è solare. Uscire in semifinale contro un avversario non eccelso, il Benfica, che non vale più della Juve è un’aggravante, non una giustificazione. La sconfitta di Lisbona era rimediabilissima e la Juventus brillante e famelica di due mesi fa l’avrebbe agevolmente capovolta.

La squadra di oggi viaggia in riserva, mentale prima che fisica. Vidal, Pirlo, Asamoah, Barzaglk, hanno tirato la carretta per mesi e sono svuotati. Le riserve non risultano all’altezza dei titolari. Per alzarsi al livello del Bayern, del Barcellona, del Manchester City – non dirò delle due squadre di Madrid che non a caso si contenderanno la coppa con le orecchie– occorrono due/tre pezzi da novanta, che propizino il vero salto di qualità. Senza dimenticare che Pirlo la prossima stagione andrà per i 36 e che per il 4-4-3 che sogna Conte occorrono esterni d’attacco alla Nani, alla Cuadrado (che pare destinato al Barcellona) e un attaccante che supporti il duo Llorente-Tevez. Quagliarella, Vucinic e Osvaldo sono già oltre l’uscio di casa Juve, Giovinco è in bilico e non basterebbero i giovani virgulti già ingaggiati a metà (Zaza, Berardi, Gabbiadini) a colmare il gap con le regine d’Europa. L’obiettivo di mercato per l’attaccante centrale si chiama Alexis Sanchez, mi chiedo però se con le sue caratteristiche si raccomanda per diventare il partner privilegiato di Tevez. Ho qualche dubbio.

La Roma ha mollato le ancore quando ha capito che l’inseguimento alla Juve era fallito. Tenuti su i suoi ragazzi per settimane, Garcia ha staccato di botto la spina propiziando l’imbarcata di Catania. Una squadra come la Roma, seppure logorata dall’uso, non può prendere quattro gol dal Catania. Arrendendosi senza lottare. Bologna (ottimo punto colto sul campo del Genoa) e Chievo, dirette concorrenti per la salvezza, protestano e non hanno tutti i torti. Garcia poteva risparmiarsi quel “rompete le righe” proclamato coram populo che ha fornito ai suoi calciatori il pretesto ideale per tirare i remi in barca. Domenica prossima si gioca Roma-Juve, vedremo se Totti & C sapranno attingere all’orgoglio per rovinare un poco la festa bianconera. Non mi stupisco di certi ribaltoni, i finali di campionato ci hanno abituati a vedere anche di peggio.

Per fortuna resta viva la lotta per l’ultimo posto utile in Europa. Il Milan ha vendicato la sconfitta dell’andata, l’1-0 sull’Inter (gol di De Jong, il migliore in campo) sigilla uno dei derby più stucchevoli della storia. Successo meritato, il Milan ha fatto poco ed è bastato a strappare io tre punti. L’Inter ha giocato per il pareggio e non ha tirato in porta una volta in 90′ (Icardi e Palacio nulli). Hernanes incede elegante e inutile, Kovacic si spreme a difendere e chi fa gioco? Mazzarri ha sbagliato tutti i i calcoli. Ora dovrà tornare a difendersi dalla pioggia di critiche che gli si scatenerà addosso. Seedorf ha ribaltato la frittata, se centra l’Europasarà difficile sfilargli la panchina da sotto il sedere. La lotta per un posto in Uefa si fa accesissima. L’Inter guida sempre il gruppone a 57 punti, il Toro è a sole due lunghezze, il Parma a tre, Lazio-Verona (entrambe a quota 52) giocano lunedì sera.

Il prossimo giro presenta Inter-Lazio e Torino-Parma. Il Torino ha raccolto tre punti preziosi sul campo del Chievo, il Parma (Cassano ha segnato senza esultare) ha liquidato la Sampdoria nella giornata dell’amicizia tra titosi giallobù e blucerchiati. Bel siparietto, in un calcio avvelenato e sporco, ma non esageriamo. Domenica a Marassi arriva il Napoli, sicuro del terzo posto e già sazio per la vittoria della Coppa Italia. Conclamata l’inimicizia tra le due tifoserie, aspettiamoci non baci, abbracci e serti di fiori ma lazzi, cachinni e fescennini. Speriamo ci si limiti agli insulti. A questo siamo ridotti.
Scrivo prima di Fiorentina-Sassuolo e Napoli-Cagliari, match importanti solo per la gloria e, quanto al Sassuolo, nella corsa alla salvezza. Bologna-Catania, domenica prossima, darà una prima sentenza.