Reversibilità pensioni. Rapina di Stato di Dini a soldi versati per i superstiti

di Marco Perelli Ercolini *
Pubblicato il 12 febbraio 2014 7:48 | Ultimo aggiornamento: 12 febbraio 2014 8:07
Reversibilità pensioni. Rapina di Stato di Dini a soldi versati per i superstiti

Lamberto Dini (foto Lapresse)

La modifica al regime delle pensioni di reversibilità della riforma Dini, con i tagli da essa imposti, non solo ha come conseguenza una ingiustizia ma anche uno snaturamento. Infatti la riforma Dini aggancia l’assegno di pensione al reddito del coniuge superstite e così, a fronte di una contribuzione non esiste più una prestazione, ma un riconoscimento economico con immagine di sussidio.

Il contributo previdenziale, ricordiamo, è però versato dal lavoratore per la invalidità, la vecchiaia e i superstiti (IVS). Per fare cassa il legislatore ha imposto non restrizioni verso alcune storture (ora corrette parzialmente) come i matrimoni di comodo, ma sulla testa del coniuge superstite una vera e propria tassa, la tassa della vedovanza, creando però disparità di trattamento: una moglie che si è sempre sacrificata tra lavoro e famiglia può vedersi tagliata la reversibilità del marito al 50%, cioè a meno di un terzo delle pensione in atto o che sarebbe spettata al marito, mentre una moglie che non ha mai lavorato e ha fatto solo la casalinga godrebbe di un trattamento più favorevole, non taglieggiato.

Ricordiamo come questi tagli agganciati al trattamento minimo, valorizzato annualmente secondo un indice Istat ben lungi dalla reale svalutazione monetaria corrente, negli anni hanno perso il loro reale valore nel potere di acquisto abbassandone il tetto, da cui facilmente si arriva ai tagli massimi. Questi tagli vanno ad incidere in un momento delicato della vita quando con la scomparsa del partner non solo viene scosso l’aspetto affettivo, ma anche va ad incidere pesantemente sul bilancio familiare: due trattamenti di pensione svalutati nel tempo a semplici debiti di valuta e non di valore, fanno tirare avanti alla bene meglio un menage familiare, ma si ha un grosso crack se ne viene meno uno dei due. Dunque la riduzione nella reversibilità con la legge Dini è una grossa ingiustizia verso una categoria che, ricordiamo, incide nelle entrate IRPEF per un buon 30%, che ha sempre pagato le tasse e le paga tuttora e che continua nei sacrifici colmando le carenze del welfare come il miglior ammortizzatore famigliare nei riguardi dei figli e nipoti. Da un punto di vista tecnico, va tenuto presente che la pensione deriva quale corrispettivo di contributi versati a valore corrente durante l’attività lavorativa e nel calcolo attuariale di trasformazione vengono già considerati i parametri delle spese per la reversibilità di pensione al coniuge superstite nell’ambito di una media di calcolo suffragata dai dati Istat di sopravivenza. L’aggancio al reddito è dunque una differenziazione che a parità di contribuzione (parlo di contribuzione e non di imposte) dà rendite diverse, mentre a parità di contributi andrebbero riconosciuti pari diritti, altrimenti è evidente una discriminazione che nell’ambito della solidarietà mutualistica va ricercata nella fiscalità e non in una contribuzione previdenziale. E’ un artificio evidente per fare cassa sulle spalle dei pensionati. Troppo spesso si mescola il sociale con la previdenza! Inoltre attenzione: una siffatta manovra certamente agevola i conti dell’INPS, ma va ad incidere nelle entrate erariali, essendo sottratte somme su cui grava l’imposta erariale ad aliquote marginali, oltre le addizionali comunali e regionali

* Vice Presidente Federspev e Unp@it