Anis Amri perché veniva in Italia, un rifugio? Qui diventò soldato Isis

di Riccardo Galli
Pubblicato il 23 dicembre 2016 11:22 | Ultimo aggiornamento: 23 dicembre 2016 11:22
Anis Amri perché è venuto in Italia? Qui è diventato soldato Isis

Anis Amri perché è venuto in Italia? Qui è diventato soldato Isis (nella foto Ansa, quando era a Lampedusa)

MILANO – Anis Amri, l’uomo che le polizie di mezza Europa ritengono l’attentatore di Berlino è morto. E’ stato ucciso in un conflitto a fuoco con la polizia questa notte. Alle porte di Milano. Non in Germania, Paese dove aveva colpito e dove ormai da qualche anno si muoveva. E nemmeno in Francia, da dove sembra provenisse visto che le prime ricostruzioni raccontano di un biglietto ferroviario con quella provenienza nello zaino del tunisino.

Ma cosa ci faceva Amri nel nostro Paese, perché era venuto, anzi tornato in Italia? La risposta sta, forse, proprio in quella parola: “tornato”. Amri aveva infatti passato molto tempo in Italia, anche se quasi tutto in carcere. Era arrivato nel 2011 su uno dei tanti barconi che in piena primavera araba partivano dalla Tunisia e lui, insieme a migliaia di suoi connazionali, era sbarcato a Lampedusa. Dichiarandosi minorenne, seppur mentendo, aveva avuto accesso ad un trattamento migliore rispetto a quello riservato agli adulti. E infatti viene mandato vicino Catania in un centro per minori dove fa richiesta d’asilo e, oltre a questo, si segnala come ‘testa calda’.

Le relazioni delle varie istituzioni che lo monitorano lo descrivono infatti come leader della sua piccola comunità e, a seconda dei casi, come osservante dei precetti islamici o come potenziale integralista. Nel centro catanese si lamenta per la scarsa qualità del cibo e protesta per le lungaggini burocratiche necessarie per ottenere lo status di rifugiato politico.

Il 24 ottobre del 2011 la svolta: Amri e altri quattro tunisini minacciano e picchiano il custode del centro per poi dare fuoco ai materassi delle stanze, nel centro scoppia un incendio domato solo grazie all’arrivo dei vigili del Fuoco. Arrivano anche i carabinieri e arrestano i cinque piromani: anche i giornali locali danno notizia dell’evento identificando i giovani tunisini soltanto con le iniziali. Quell’episodio costerà caro ad Amri che viene condannato a 4 anni di carcere dal gup di Catania per minacce aggravate, lesioni personali e incendio doloso. Anni che passa spostandosi da un carcere all’altro a causa del suo comportamento violento e anni che, secondo il fratello del tunisino, sono quelli in cui Amri viene radicalizzato forse definitivamente.

Come e dove sia avvenuta la radicalizzazione di Amri è però una questione in questo momento marginale, anche perché la tesi del fratello non convince gli inquirenti. Quello che è però certo è che nei suoi anni di permanenza in Italia Amri si è, per forza di cose, creato un rete di conoscenti. Compagni di viaggio dalla Tunisia, compagni di ‘prigionia’ nei centri d’accoglienza e compagni di prigionia vera e propria nelle carceri italiane. Contatti che ad Amri, con ogni probabilità, rimangono anche dopo il suo essersi spostato in Germania.

Verosimilmente Amri ormai parla anche italiano, o almeno lo deve capire molto bene. Ecco perché allora da uomo in fuga, braccato, il tunisino punta verso il nostro Paese. Qui può contare su probabili appoggi, conosce la polizia e i suoi metodi e capisce la lingua. Inoltre, per quanto in forma più simbolica che concreta, tornando in Italia Amri si avvicina anche a casa sua e ripercorre a ritroso il viaggio che da Ghaza, dove è nato, lo ha portato a seminare morte a Berlino.