Arbitri: giocatori, dirigenti e genitori ne picchiano 370 l’anno. Sciopero!

di Riccardo Galli
Pubblicato il 14 novembre 2014 14:18 | Ultimo aggiornamento: 14 novembre 2014 14:19
Arbitri: giocatori, dirigenti e genitori ne picchiano 370 l'anno. Sciopero!

foto d’archivio

ROMA – Poco più di una al giorno, 370 l’anno per l’esattezza. E’ il numero di aggressioni fisiche che gli arbitri italiani, dalla serie A all’ultimo campionato, subiscono all’anno da giocatori ma anche da dirigenti e genitori. Una cifra che ha portato l’associazione dei fischietti a minacciare uno sciopero se non saranno presi immediatamente provvedimenti.

L’ultimo episodio in ordine di tempo, o almeno l’ultimo noto alle cronache, lo riporta Guglielmo Buccheri su La Stampa:

“Il tifoso si è ritrovato a bordo campo con una bandierina in mano per fare il guardalinee e, al posto di svolgere la sua funzione, ha insultato l’arbitro da due passi”.

Prima e più gravi di questo, gli episodi delle ultime due settimane, tra cui quello in cui un padre ha aggredito, schiaffeggiandolo, l’arbitro 16enne della partita in cui giocava il figlio. E lui, il figlio, evidentemente più intelligente del genitore, si è scusato in lacrime con il giovane fischietto.

Ma chiunque abbia avuto la ventura di frequentare il mondo del cosiddetto calcio minore, vuoi perché giocava o magari perché, al contrario, ha accompagnato i propri figli, sa bene quale sia il clima di reale intimidazione e pericolo in cui spesso si trovano i fischietti.

Non sono paradossalmente le decine di migliaia di persone che in coro insultano un arbitro in stadi grandi come l’Olimpico, San Siro o il San Paolo. In serie A gli arbitri oltre l’offesa non rischiano nulla. Sono altri i campi in cui i fischietti subiscono le aggressioni. Quei campi dove non ci sono le telecamere. Quei campi dove nemmeno giocano i professionisti. Sono i campionati minori, compresi quelli in cui giocano gli adolescenti.

Qui i giovani fischietti, spesso ragazzi a loro volta, si trovano in mezzo a giocatori che sommano alla trance agonistica la scarsa cultura che hanno ereditato da buona parte dei genitori che li accompagnano, il tutto condito da dirigenti sportivi che sovente somigliano più ad ultras che altro.

E’ in contesti come questo che gli arbitri rischiano davvero, raramente la vita, ma accade anche questo. E non è un pregiudizio ma è quello che raccontano i diretti interessati, il Sud è decisamente il posto più pericoloso dove arbitrare. Racconta ancora Buccheri:

“Il Salento, soprattutto, si è segnalato per il territorio nel quale arbitrare ragazzi di quindici o sedici anni è diventato come andare al fronte, visto il ripetersi di atti di follia accaduti nelle ultime due settimane”.

Ma come e cosa fare per proteggere di più gli arbitri italiani? Domanda complessa vista la natura evidentemente culturale del problema. Il punto è infatti “la testa” di una buona fetta del mondo che ruota intorno al calcio: è la convinzione del papà sugli spalti che il proprio figlio debba essere difeso da tutto, persino dalle regole; è la convinzione del ragazzo che chi prova a far rispettare le famose regole è, nella migliore delle ipotesi, un cretino.

Per proteggere gli arbitri bisognerebbe cambiare questo, insegnare ai genitori e ai figli che le regole ci sono e vanno rispettate e che il calcio, alla fine, è comunque un gioco, bisognerebbe insegnarli il rispetto reciproco. E certo la federazione guidata da quel Carlo Tavecchio che è stato squalificato dell’Uefa per razzismo non sembra nelle migliori condizioni per proporre una simile rivoluzione culturale.

L’alternativa sembra essere allora quella di colpire dove fa più male, e cioè nel portafogli, affibbiando magari i costi arbitrali, che ora sono a carico della federazione, alle società protagoniste di episodi di violenza. Con la speranza che le società puniscano, per non subire questa stangata, severamente ragazzi e genitori non in grado di contenersi.