Associazioni consumatori: controllo sui soldi pubblici ai controllori

di Riccardo Galli
Pubblicato il 24 agosto 2012 15:08 | Ultimo aggiornamento: 24 agosto 2012 15:08

ROMA – Le associazioni dei consumatori beneficiano di finanziamenti pubblici. In media 225mila euro annui ad associazione. Lo sapevate? Sapevatelo, come avrebbe detto la celebre Vulvia, alias Corrado Guzzanti. E chi controlla e vigila sull’accesso a quei soldi? Al momento praticamente nessuno. Ma il governo, sulla scia della revisione della spesa, sta pensando di intervenire stabilendo, in primis, che il numero degli iscritti, criterio fondamentale per accedere ai fondi pubblici, divenga certificato e trasparente. Oggi basta un’autocertificazione. Troppo poco. Così ci si espone al rischio di abusi e falsi. E anche le maggiori associazioni si dicono d’accordo su questa stretta.

Ma esistono quindi, o possono esistere associazioni dei consumatori fittizie, nate e create solo per aver accesso a quella fetta di soldi pubblici a cui queste associazioni hanno diritto? Evidentemente sì, almeno in linea teorica. Secondo Paolo Martinello di Altroconsumo infatti “il proliferare delle associazioni è dovuto all’assenza di controlli” e “non si può arrivare al punto che le associazioni nascano solo per avere quei 200 mila euro l’anno”.

La possibilità quindi esiste, e non è solo Altroconsumo ad esser favorevole all’idea del governo. “Quando ci sono di mezzo soldi pubblici bisogna essere trasparenti”, dice Pietro Giordano di Adiconsum, e “se noi lo richiediamo a partiti e pubblica amministrazione, dobbiamo esserlo per primi”.

“La Federconsumatori è la più rappresentativa – garantisce Rosario Trefiletti, che è d’accordo con i criteri più pressanti ipotizzati dall’esecutivo- abbiamo 160 mila iscritti. E i nostri sono veri, non come quelli che ne dichiarano 300 mila. La riduzione può avvenire se c’è un controllo sulle associazioni, se hanno sedi territoriali, se lavorano, se hanno iscritti o se sono tre quattro avvocati che si mettono assieme”.

Tutti d’accordo dunque: il controllo su quei fondi va reso più stringente, troppi i “buchi” attraverso cui si può approfittarne ingiustamente. E le false associazioni, se esistono, vanno individuate. Strano forse che si senta solo ora il bisogno di nuove norme ma, come si dice, meglio tardi che mai.

Le novità in arrivo le spiega il Corriere della Sera. “Dal 2003 le associazioni dei consumatori hanno cominciato a contare su una parte delle multe incassate dall’Antitrust e dall’Autorità per l’energia elettrica. Fino al 2007 ben 47,7 milioni per finanziare progetti di informazioni ai consumatori. Poi sono cominciate le ristrettezze e la finanziaria 2010 ha destinato quasi l’intera somma alla gestione delle emergenze. A maggio di due anni fa l’ultimo importo stanziato: 4,5 milioni per il finanziamento di ‘interventi diretti a facilitare l’esercizio dei diritti dei consumatori e la conoscenza delle opportunità e degli strumenti di tutela’. Le associazioni si sono consorziate in quattro gruppi intorno a altrettanti progetti: ‘Diogene. La lanterna del consumatore’, finanziato con 1.013.704 euro, ‘Guarda che ti riguarda’, per 1,2 milioni, come per ‘Informa-con’, e ‘Check-up diritti’ per i quali lo stanziamento è 988 mila euro. Circa 250 mila euro ad associazione. Sempre dai proventi delle multe, altri 13 milioni vengono destinati alle Regioni per i loro progetti per i consumatori, dagli sportelli alle brochure , molti dei quali sono attuati proprio in collaborazione con le associazioni. Ma se i fondi vengono stanziati a fronte dei progetti svolti, che c’entra il numero delle tessere? Ai progetti possono partecipare solo le associazioni del Cncu, secondo l’articolo 137 del Codice del consumo che richiede quale requisito per l’iscrizione nell’elenco, tenuto presso il ministero, un numero di iscritti ‘non inferiore allo 0,5 per mille della popolazione nazionale e una presenza sul territorio di almeno cinque regioni, con un numero di iscritti non inferiore allo 0,2 per mille degli abitanti’. Il punto è: chi certifica gli iscritti? Per adesso esiste solo un’autocertificazione del rappresentante legale dell’associazione. E, inutile dirlo, qualcuno gioca al rialzo”.

La novità più importante sarebbe quindi l’introduzione di una “certificazione” degli iscritti, con tanto di indicazione del codice fiscale e altri dati dell’interessato. Una differenza non da poco. “Stiamo facendo un nuovo regolamento interno”, ha conferma Giuseppe Tripoli, capo del Dipartimento per l’impresa e l’internazionalizzazione, al Corriere. “Non è una cosa contro le associazioni dei consumatori, tutt’altro. È un modo per aumentare la trasparenza”. E uno schema di regolamento circola già e, anche di questo, si discuterà nella prossima riunione del Cncu, il 12 settembre, con il sottosegretario Claudio De Vincenti. Sapevatelo.