La befana della casta

di Riccardo Galli
Pubblicato il 9 gennaio 2018 5:48 | Ultimo aggiornamento: 8 gennaio 2018 13:53
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La befana della casta

ROMA – Anno nuovo stipendi vecchi, ma in questo caso c’è di che festeggiare. E’ la rivincita della Casta, quella che abita Camera e Senato ma anche qualche Consiglio Regionale, che con l’arrivo del 2018 ha visto saltare perché scaduti i tetti imposti agli stipendi e, conseguentemente, il ritorno di questi alle vette precedenti ai limiti. Un ritorno al passato che suscita, anche in chi non crede che la famigerata Casta rappresenti tutto il male del Paese e forse del mondo, come minimo qualche perplessità, specie quando poi s’incorre nella sventura di fare un confronto con quel che accade nei paesi ‘civili’.

A raccontare lo speciale brindisi che devono aver fatto la notte di Capodanno gli oltre 2000 dipendenti di Montecitorio e Palazzo Madama è Paolo Baroni su La Stampa. Oltre a loro però anche in Regione Lazio e all’Ars, il parlamentino siciliano, c’è chi di motivi per far festa ne aveva. Questo perché alla Camera la pioggia di ricorsi (oltre mille) che ha inondato la Commissione giurisdizionale interna ha fatto sì che si tornasse all’antico, e in ossequio agli orientamenti della Corte Costituzionale che in queste materie ammette solo interventi temporanei, tornando all’antico sono saltati i tetti e sottotetti di reddito e sono tornati i vecchi scaglioni di anzianità con progressioni sino a fine carriera.

Che tradotto letteralmente in soldoni vuol dire che “commessi, centralinisti e barbieri con più di 23 anni di anzianità da questo mese anziché fermarsi a 99 mila euro lordi all’anno di stipendio potranno arrivare anche a 136.120, i collaboratori tecnici con 40 anni di anzianità a 152.600 (anziché 106 mila), i segretari parlamentari a 156.185 (da 115mila), i ragionieri a 237.990 invece di 166mila e i consiglieri parlamentari addirittura a 358mila invece di 240mila euro. Che poi è l’equivalente del compenso che spetta al Capo dello Stato, il tetto massimo ammesso in tutto il resto della pubblica amministrazione. Il segretario generale della Camera, che per effetto della riforma non poteva più godere di un trattamento specifico, ma a sua volta seguiva la progressione di carriera dei semplici consiglieri parlamentari, potrà addirittura arrivare a 406.399,02 euro (e a 304.847,29 i suoi vice). Un bel salto per Lucia Pagano che nel 2015 prese servizio con un stipendio di 263mila euro, ovvero 200mila euro in meno del suo predecessore Ugo Zampetti che invece percepiva oltre 460mila euro l’anno”.

I risparmi annunciati e sbandierati al momento dei tagli resteranno, come i tetti, nel passato. Il ritorno all’antico peserà 4,5 milioni di euro sul bilancio del prossimo anno. Così, facendo quei dolorosi paragoni, un commesso o un barbiere con i loro 136.120 euro guadagneranno 19.000 euro l’anno meno del Capo di gabinetto della Casa Bianca. Un ragioniere o un documentarista anziano della Camera con una busta paga di 237.990 euro prenderanno 88.897 euro più di quanto prende il direttore degli affari legislativi al numero 1600 della Pennsylvania Avenue e una sessantina di consiglieri parlamentari, arrivando a 358.001 euro l’anno quasi doppieranno lo stipendio massimo erogato ai dipendenti della Casa Bianca.

L’arrivo del nuovo anno però, come detto, ha fatto sentire i suoi effetti anche sugli Enti Locali. Rimanendo a Roma ma spostandosi in Regione Lazio, con il 2018 va in pensione anche il provvedimento con cui la Regione Lazio aveva eliminato per prima i vitalizi per i consiglieri regionali ed introdotto un contributo di solidarietà del 18% per gli assegni in essere. Il governatore Zingaretti ha promesso, dopo essere stato sollecitato dai 5Stelle, che “appena si riapre la legislatura ripristineremo il fondo di solidarietà che serve a tagliare i vitalizi pregressi. Quello vecchio – ha aggiunto – si conclude con questa legislatura, ma al solo scopo di salvare il provvedimento da eventuali ricorsi”.

In Sicilia invece la prima crisi della nuova maggioranza di centrodestra la si è avuta proprio sul tema stipendi. Venuto meno anche qui il tetto dei 240mila euro, e con Gianfranco Miccichè favorevole a ripristinare i vecchi stipendi, un assessore (Vincenzo Figuccia, delega all’energia) si è addirittura dimesso in polemica col presidente dell’Ars. Poi c’è stato un ripensamento e la maggioranza di centrodestra ha deciso di prendere tempo per avviare le trattative coi sindacati per ripristinare il vecchio tetto o quanto meno introdurne dei nuovi. Entro febbraio si dovrebbe capire se è vero.

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