Cocoricò: dal 2010 mai denunciato utile. Aperto per beneficenza?

di Riccardo Galli
Pubblicato il 4 agosto 2015 13:13 | Ultimo aggiornamento: 4 agosto 2015 15:12
Il Cocoricò

Il Cocoricò

BOLOGNA – Senza utile di bilancio almeno dal 2010, anche se con entrate da 10 milioni di euro l’anno o giù di lì. Il Cocoricò di Riccione, oltre ad essere la discoteca probabilmente più famosa d’Italia, tra i club più grandi d’Europa, il luogo cult della nightlife e dello sballo, oltre che il locale dove è morto un sedicenne dopo aver preso dell’Mdma, cioè dell’extasy ­ doveva evidentemente anche essere un locale aperto sostanzialmente per beneficenza. Non si vedono altre ragioni infatti per cui un esercizio commerciale, cioè destinato a produrre utili, possa sopravvivere per anni senza questi. A meno ovviamente di voler pensar male, cosa per cui, come diceva qualcuno, “si fa peccato ma spesso si ha ragione”.

Nascosta e giustamente oscurata dalla morte di Lamberto Lucaccioni e dalla conseguente chiusura imposta per quattro mesi, il Cocoricò è in questi giorni in verità anche al centro di un’indagine della Guardia di Finanza che vuol vedere chiaro nella gestione e nei bilanci della famosa discoteca di Riccione.

“Al vaglio dei finanzieri – racconta l’edizione bolognese del Corriere della Sera ­ i bilanci delle società di gestione che a partire 2010/­2011 fino a tutto il 2013 avrebbero sempre chiuso in perdita a fronte di un reddito imponibile, quindi di soldi entrati nelle casse delle gestioni, che superano i 10 milioni di euro. Come risulta da pubbliche e semplici visure camerali, dal 2010 le società che hanno preso in affitto la gestione del Cocoricò sono diverse: dal Gruppo Cocoricò spa, si passa alla Enco srl, poi alla Perplex srl, alla Piramide srl, e via dicendo fino ad arrivare all’attuale ‘Mani Avanti’ srl alla quale domenica mattina all’alba è stato notificato il provvedimento di sospensione. Fabrizio De Meis, il patron della discoteca e anche presidente del Rimini calcio, non è indagato ma sarebbe stato solo sentito come persona informata sui fatti. De Meis è amministratore unico del Gruppo Cocoricò solo dal 22 gennaio di quest’anno. Risulterebbe invece indagato Marco Palazzi, amministratore della società Piramide srl, che nel 2012 riceve in subaffitto d’azienda dal Gruppo Cocoricò, la gestione del locale”.

Stessa informazione e medesime notizie nell’articolo di Grazia Longo su La Stampa: “Le gestioni del Cocoricò in fatto di bilanci entrate e tasse dovranno spiegare alla Guardia di Finanza di Rimini perchè dal 2010 non hanno mai registrato un utile. Le Fiamme Gialle stanno lavorando au una ipotesi di evasione fiscale…”

Il “perché” che le Fiamme Gialle cercano non è, a meno di clamorose sorprese, da ricercare nella beneficenza. E molto più banalmente si tratterà di una ‘banale’ vicenda di evasione fiscale, contributi non pagati o simili. Tutta da verificare per carità. Ma resta stridente la situazione di non guadagno denunciata al Fisco con l’appello a “non farci chiudere per sempre” se Cocoricò resta chiuso questa estate. Fosse vero il paradosso del nessun guadagno…allora nessun danno. Insomma a fianco alla grande discussione e dibattito su se sia giusto chiuderlo perché lì dentro ci si droga e talvolta si muore, la prosaica realtà di conti “sballati” anche loro.

In questi giorni in cui il Cocoricò è al centro delle cronache e su tutti i giornali per le vicende legate alla morte del giovane Lucaccioni, alla chiusura che ne è seguita e alle (in verità non troppe) polemiche che ne sono nate, con ad esempio il nuotatore Simone Sabbioni, 18 anni di Riccione, che ha bocciato la decisione sostenendo che “chiudere le discoteche per lo sballo è come chiudere le strade per gli incidenti”. O come recita il coro quasi unanime dei professionisti del ramo secondo cui si vuole “criminalizzare l’industria del divertimento”.

Se da una parte esiste infatti un “fronte” contrario alla chiusura, fatto di voci per forza di cose interessate come come quella dei professionisti del settore, fatto di sportivi diciottenni ma anche di fasce di pensiero che pensano che la chiusura e la repressione non siano la soluzione; esiste anche un fronte contrario che crede nella repressione e rivendica la sacrosanta chiusura imposta dal questore. La poco credibile assenza di utili in bilancio, non può che far crescere le quote di crede, come scrive Beppe Severgnini sul Corriere della Sera, che “le discoteche, come gli stadi di calcio, sono diventati luoghi extraterritoriali. Posti dove sono consentiti comportamenti che, altrove, porterebbero a una denuncia o a un arresto. I luoghi dello sballo sono diventati discariche sociali che fingiamo di non vedere”.