I contributi dei senza mai pensione: otto miliardi Inps muti per sempre

di Riccardo Galli
Pubblicato il 3 Aprile 2012 15:15 | Ultimo aggiornamento: 3 Aprile 2012 15:15

inpsROMA – Entrate otto miliardi di euro, uscite 300 milioni. Sembra il bilancio di un’azienda più che in salute, con un rapporto entrate uscite che forse nemmeno la Apple raggiunge. Invece, incredibilmente, è un bilancio dell’Inps. Avete letto bene, proprio dell’istituto nazionale della previdenza sociale. Ma non di tutto l’istituto, di una sua sezione specifica: la gestione separata. Quella che si potrebbe definire una gallina dalle uova d’oro, soprattutto in tempi di spesa pensionistica sempre più onerosa. L’oro però qualcuno ce lo deve mettere. E a mettercelo sono tutti quei lavoratori precari, ex lavoratori, lavoratori in nero che hanno versato e versano i loro contributi previdenziali alla gestione separata ma che non arriveranno mai ad incassare una pensione perché non matureranno mai i requisiti per ottenerla. I contributi sono obbligatori e quindi non ci si può far nulla, la clausola che dice che sono a fondo perduto sembra essere una di quelle scritte piccole piccole. Tecnicamente vengono definiti i contributi “silenti”.

La stima di quanto incassa e quanto restituisce la gestione separata dell’Inps è stata fatta dai Radicali Italiani, partito che sembra aver preso a cuore questo problema. Problema in realtà da molti ignorato, forse perché un problema che genera denaro non è poi un problema così grave. Grave lo è però per chi quei contributi versa. Quante volte tra i giovani si sente dire tra l’ironico e il rassegnato “tanto una pensione non la vedrò mai…”. Purtroppo spesso. E in qualche caso è anche vero, non è solo una forma di malcelata scaramanzia. Non solo però molti giovani precari di oggi, ma anche meno giovani lavoratori che hanno perso il posto o, causa crisi, sono ora costretti a lavorare in nero, quella pensione oltre a non vederla la pagheranno pure. Il danno e la beffa. E poi le donne lavoratrici che si sono dovute riconvertire casalinghe per scelta di vita o per cause di forza maggiore, tutte categorie che i contributi li hanno versati, ma è come se li avessero buttati.

Anzi, forse è persino peggio che si li avessero buttati. Già, perché l’Inps ovviamente quei soldi in qualche modo li utilizza. E li utilizza nel modo che gli è più consono, cioè fornendo servizi pensionistici, pagando pensioni. Pensioni a chi ha maturato le condizioni per ottenerle. Chi non è mai stato precario o almeno non per troppo tempo, chi non ha perso il lavoro o chi non è stato costretto a lavorare in nero. Insomma per pagare le pensioni a chi è stato più fortunato nella vita, almeno quella lavorativa. Alla fine della fiera questo sistema finisce per far pagare agli sfortunati le pensioni dei fortunati. Ad occhio non sembra giusto.

La ratio originaria della creazione della gestione separata era quella di aiutare e tutelare i lavoratori che non avevano una cassa di riferimento, come spiega il presidente di Ancot (l’Associazione dei consulenti tributari proprio ai problemi relativi alla gestione previdenziale) Arvedo Marinelli a La Stampa: “Presenteremo la nostra analisi che racconta l’evoluzione della gestione separata nel nostro Paese nata come un sistema che doveva assicurare un trattamento previdenziale a chi non ha una cassa di riferimento, mentre nel corso degli anni questo progetto è stato snaturato diventando addirittura vessatorio per i lavoratori stessi”.

Ma come ha potuto una cosa che si poneva l’obiettivo di tutelare categorie “deboli” divenire un boomerang sino a trasformarsi in un costo per i “deboli” e una risorsa per i “forti”? Per una sola, semplice, piccola clausola: i contributi versati sono a fondo perduto. Che tradotto sta a significare che i soldi versati, magari per anni, nel caso in cui il lavoratore non riuscisse a raggiungere i requisiti per incassare una pensione, sono persi, restano all’Inps e tante care cose.

Il paradosso è che chi non riesce a raggiungere i requisiti per accedere alla pensione è proprio chi è per varie ragioni più in difficoltà. Cioè chi il lavoro l’ha perso ad esempio. È infatti difficile che si scelga autonomamente di sospendere un versamento (obbligatorio) consci del rischio di perdere tutto il pregresso. Si smette di versare quindi, solo in caso di estrema necessità. Necessità che, a giudicare dai conti fatti dai Radicali, è molto diffusa. Così diffusa da partorire un bilancio con due voci così distanti come entrate più 8 miliardi, uscite meno 300 milioni.