Corte Costituzionale: Equitalia in regola, ok aggio 8%

di Riccardo Galli
Pubblicato il 27 Maggio 2015 12:39 | Ultimo aggiornamento: 27 Maggio 2015 12:39
Foto d'archivio

Foto d’archivio

ROMA – “La decisione è presa”, scrive Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera a proposito di un nuovo pronunciamento della Corte Costituzionale che, questa volta, porta buone notizie per i conti pubblici. La Corte Costituzionale ha infatti dato il suo ok all’aggio del 8% che Equitalia ha sulle somme che riscuote. Una nuova bocciatura, dopo quella sul blocco della perequazione sulle pensioni, sarebbe costata altri 2,5 miliardi. Ma sulle fragili casse pubbliche pesano altri due giudizi, attesi per l’estate, uno soprattutto di principio, l’altro in grado di mandare all’aria tutti i conti italiani.

“A differenza di quel che si immaginava – riporta Bianconi -, dalla Consulta non sono arrivati comunicati con l’anticipazione del verdetto (varato da 11 componenti su 15, perché due posti sono vacanti, uno non partecipa più alle camere di consiglio poiché scadrà tra poco più di un mese e il presidente Criscuolo era assente) come avviene per le questioni più rilevanti”.

Ma anche se non stati fatti annunci ufficiali, la sostanza della decisione dei supremi giudici la si conosce. Ed è la decisione di dichiarare inammissibile la questione sull’illegittimità delle somme dovute a Equitalia (considerate troppo alte) come compenso per i costi sostenuti nel recupero di imposte e tributi effettuato per conto degli enti creditori. La Consulta non è nemmeno entrata nel merito della questione posta dal giudice che aveva considerato non manifestamente infondate le lamentele di un cittadino torinese che denunciava l’incostituzionalità della quota percentuale fissa, indipendente dalla somma recuperata per conto dell’Agenzia delle Entrate. Sarebbe infatti irragionevole richiedere il 8% in più delle somme recuperate (secondo questa tesi), sia che queste ammontino a poche migliaia di euro sia che arrivino a centinaia di migliaia, visto che l’attività svolta è sempre la stessa; e in ogni caso non sarebbero rispettate le dovute proporzioni.

Ma anche in considerazione del fatto che la questione posta non riguardava il caso del cittadino ricorrente, la decisione è stata quella di non accogliere il ricorso, evitando così la possibilità di un nuovo rimborso a carico dello Stato. Se l’aggio fosse stato giudicato incostituzionale, lo Stato avrebbe dovuto rinunciare a quanto versano i contribuenti sinora sotto quella voce: circa 2,5 miliardi.

Anche se questa è una buona notizia per le casse pubbliche, non sono finiti per queste i pericoli costituiti dai pronunciamenti della Corte Costituzionale. I supremi giudici infatti, da qui ai prossimi mesi, anzi settimane, dovranno decidere anche a proposito di altre due questioni: la legittimità del prelievo di solidarietà sulle pensioni sopra i 90mila euro lordi e, questione ben più “salata”, sulla regolarità del blocco dei rinnovi dei contratti dei dipendenti pubblici.

Nel primo caso, quello del prelievo di solidarietà, la questione è per alcuni versi più che altro di principio, almeno dal punto di vista dei conti. Le pensioni ad essere toccate, e tagliate, da questa forma di solidarietà forzata sono infatti numericamente poche, circa cinquantamila, e un eventuale rimborso del già trattenuto costerebbe allo Stato a conti fatti 93 milioni di euro lordi. Lordi, perché anche sul rimborso si pagano le tasse, essendo reddito, e quindi alla fine l’esborso per le casse pubbliche sarebbe di 52 milioni di euro. Poca roba e comunque non una cifra da mettere a rischio i conti pubblici.

Va anche ricordato che analogo prelievo sulle pensioni sopra un certo importo, sulle pensioni e solo sulle pensioni, era stato giudicato non costituzionale dalla Corte. Non costituzionale perché una tassa (e questo e non altro è il prelievo di solidarietà) non può essere ovviamente a carico di una sola categoria, di un solo gruppo. Se si fosse effettuato prelievo su tutti i redditi (i redditi, non solo le pensioni) allora la Corte Costituzionale non lo avrebbe bocciato. Invece il primo prelievo di solidarietà fu cassato dai giudici, il secondo, quello in atto, è stato giustificato dal governo Letta come atto di prelievo i cui proventi restano nel sistema previdenziale: Foglia di fico e pure trasparente, resta che la tassa suppletiva vale solo per un reddito da pensione sopra i 90 mila lordi. E perché un professionista o manager o imprenditore in attività con reddito sopra i 90 mila lordi non sarebbe tenuto alla solidarietà fiscale? Ci si attende Corte Costituzionale bocci anche il secondo prelievo di solidarietà sulle pensioni, fratello gemello del primo già non costituzionale.

Diverso da vari punti di vista il secondo caso, quello riguardante il blocco dei rinnovi dei contratti del pubblico impiego. Qui la questione investe circa tre milioni di percettori di reddito. Ed un’eventuale bocciatura del blocco degli stipendi pubblici che dura da circa sei anni porterebbe ad esborso valutabile intorno ai 15 miliardi. Soldi che dopo il rimborso a metà sulle pensioni (in verità, almeno per ora, molto meno di metà: sono stati infatti promessi rimborsi per circa 2,5 miliardi a fronte di un conto teorico di quasi 7 volte tanto) non ci sono assolutamente. Il verdetto è atteso intorno al 23 giugno.