Crozza ci scherza, il Pd fa sul serio: riesuma Bersani e la sua linea

di Riccardo Galli
Pubblicato il 29 Maggio 2013 - 15:00 OLTRE 6 MESI FA

Pierluigi BersaniROMA – Maurizio Crozza ci scherza, ci fa sopra ironia, va in tv e motteggia: “State attenti al Pd, chiamate Bersani o stavolta rischiate…di vincere”. Il Pd non dà tempo a Crozza, in stretta simultanea con lo scherzo lo trasforma in realtà. Bersani compare in tv per dire che è meglio non fidarsi di Renzi, meglio molto meglio non cercare un’altra linea e identità politica, meglio restare a dove eravamo rimasti, al Pd di Bersani appunto. Somma le voci e tentazioni ricorrenti ed evidenti di spostare più in là, sempre più in là il Congresso. Somma l’ira della Finocchiaro contro Giachetti colpevole di aver presentayo in Parlamento proposta di riforma elettorale troppo “renziana”. Somma e senza nulla sottrarre avrai il lupo Pd che sia pure spelacchiato assai non perde il vizio e riesuma Bersani e la sua linea.

Nemmeno il tempo di eleggere i sindaci che già il risultato delle amministrative produce i suoi primi effetti. Polemiche, aspre, in casa grillina. Delusione con diverse gradazioni nel centro destra. E la riapparizione dell’ex segretario Pd Pierluigi Bersani in tv e non solo. Il successo, o comunque il risultato insperato del centrosinistra, si sta già traducendo nel partito democratico in due pulsioni, quasi istintive: rimandare il congresso e far rialzare umore e testa a quelli che erano stati gli sconfitti delle politiche. Riaprendo, o rischiando di riaprire, spaccature che il momento a dir poco difficile aveva messo a tacere.

A ventiquattro ore quasi esatte dei risultati elettorali, Bersani è riapparso in tv, a Ballarò. Era dai tempi delle elezioni presidenziali che si erano praticamente perse le tracce dell’ex segretario. Da allora niente più apparizioni tv e niente più dichiarazioni. Nessuno gliene chiedeva più e Bersani non sentiva il bisogno di darne. Messo all’angolo mediatico dall’arrivo sulla scena del nuovo premier Enrico Letta e del nuovo esecutivo, e messo nell’angolo dalla sconfitta, anzi dalle sconfitte politiche rimediate dalle elezioni di febbraio in poi.

Era stato il frutto di un percorso travagliato il farsi da parte della classe dirigente del Pd che era uscita bastonata dalle elezioni e dalle settimane seguenti. E Bersani era, ed è, la personificazione ed il campione, volente o nolente, di quella parte di partito uscita di scena per lasciare il campo ad un governo delle larghe intese ed ad una nuova segreteria che avrebbe dovuto i democratici al congresso in autunno. Una scelta sicuramente non voluta dai diretti interessati, imposta o quasi dall’attualità politica ed una scelta che aveva aperto la strada ad una successione, forse non semplice, ma che vedeva in Matteo Renzi se non il salvatore della patria almeno il nuovo punto di riferimento.

I conti si sarebbero fatti e si faranno ovviamente al congresso ma ieri (28 maggio), il redivivo Bersani, è tornato. “Noi abbiamo un ottimo presidente del Consiglio, si chiama Enrico Letta. Dobbiamo governare, non si scappa dalle nostre responsabilità”, ha risposto l’ex segretario (“brusco”, sottolinea il Corriere della Sera) a chi gli chiedeva se il sindaco di Firenze potesse essere il futuro candidato premier del centrosinistra. A palazzo Chigi ve bene Letta, anche perché Bersani “non condivide alcune proposte e metodi venduti come nuovi che gli sembrano solo rimasticature degli anni ‘90”. Tiè.

Non è però il “fronte” nazionale, il governo e il futuro candidato premier, l’unico “fronte” caldo nel Pd. C’è in ballo la leadership del partito e se, all’indomani dello sgretolamento cui si era assistito durante le votazioni per la scelta del Capo dello Stato, tutti o quasi chiedevano che si facesse al più presto, con il colpevole silenzio di Bersani che di quello sfacelo era suo malgrado il responsabile, sembra ora che la fretta sia diminuita. Con un nascente sentimento di rivalsa tra quelli che erano “i cattivi” di ieri che si declina nella formula “visto che avevamo ragione”. Tutto riaperto quindi, corsa a palazzo Chigi e volata per la segreteria.

Eppure le amministrative non sono nemmeno finite. Tra due settimane ci sono i ballottaggi e i candidati di centro sinistra, seppur in vantaggio al primo turno, non è matematicamente certo che vestano la fascia tricolore. Quella che oggi appare come una vittoria, e che tale in fondo è anche se, come fanno morbosamente notare i 5 Stelle il Pd ha perso in termini numerici quasi il 50% dei voti, potrebbe trasformarsi in pratica in una sconfitta. Basterebbe infatti la sfida romana per cambiare significativamente il risultato del voto. Se Gianni Alemanno rimontasse, come fece tra l’altro nell’ultima elezione, e si confermasse sindaco, difficilmente il Pd potrebbe continuare a cantare vittoria. Già prima però del triplice fischio, tra i democratici, la voglia di resa dei conti è troppo forte da contenere.