Il gran risucchio di miliardi: fuggono dietro la Cortina dell’euro

di Riccardo Galli
Pubblicato il 20 luglio 2012 14:57 | Ultimo aggiornamento: 20 luglio 2012 14:57
Un broker seduto davanti al listino della Borsa di Madrid (Ap-LaPresse)

Un broker seduto davanti al listino della Borsa di Madrid (Ap-LaPresse)

ROMA – Una volta correva da Nord a Sud, separando la parte orientale da quella occidentale, il confine che divideva l’Europa. Oggi confine non c’è, ma una linea che divide l’Europa, questa volta quella del Nord da quella del Sud esiste eccome, ed è una linea fatta di tassi, spread e capitali. Germania, Olanda, Belgio, Finlandia e tutti i paesi settentrionali, a prescindere dallo stato di salute della loro economia, attirano capitali, hanno tassi s’interesse sui loro titoli di Stato bassissimi, in alcuni casi negativi, e garantiscono credito alle aziende a condizioni estremamente favorevoli. Dall’altra parte del confine noi, l’Italia, la Spagna e la Grecia, un po’ i “terroni” d’Europa, alle prese con tassi sui titoli di stato al limite del sostenibile e alcune volte oltre, aziende che non riescono ad accedere al credito e capitali in fuga. Una sorta di risucchio attira al Nord i capitali del Sud prosciugando le sue risorse e amplificando la divisione tra le due aree dell’Europa. Un meccanismo che si autoalimenta e auto ingigantisce.

Da alcuni mesi in Europa si sta assistendo ad una migrazione dei capitali. Hanno cominciato i grandi investitori ma il fenomeno riguarda ormai anche i semplici correntisti. L’Italia ne è stata protagonista ma ha lasciato lo spiacevole primato alla Spagna. I capitali “fuggono” dai paesi a rischio, come Spagna e Italia appunto, verso Nord, verso porti e banche sicure, verso l’euro. Non che Madrid e Roma siano fuori dalla moneta unica per carità, ma se l’euro dovesse cadere, sopravviverebbe certo al Nord, in Francia, in Germania, in Belgio e via dicendo.

Questa previsione spiega perché molti risparmiatori hanno smesso di investire in Bonos e Btp, preferendo titoli francesi, seppur la salute dell’economia di Parigi non sia la migliore. I titoli francesi a 6 mesi sono addirittura in negativo, rendono cioè meno di quanto li si è pagati. E questo nonostante in Francia l’età pensionabile non venga innalzata, anzi, e nonostante diversi fattori che, spostati alcune centinaia di chilometri più a Sud, sarebbero giudicati come inaccettabili dai mercati. La Francia paga poco perché, in caso di crack dell’euro, rimarrebbe certo all’interno della moneta unica. Discorso analogo per il Belgio e l’Olanda che di problemi economici ne hanno ma che pagano anche loro tassi molto vantaggiosi sui titoli di stato.

Diverso il discorso per la Germania che ha, al contrario degli altri, un’economia più che solida. Berlino attira quindi ancor più capitali di Parigi e gode non solo di tassi d’interesse molto bassi, ma drena e risucchia anche gli euro dei semplici correntisti che, spaventati dall’idea di un default del proprio Paese, preferiscono mettere gli euro in banche che li faranno rimanere tali senza il rischio che si trasformino in pesetas o lire. La migrazione riguarda tutti i paesi deboli, Italia compresa, ma ha assunto un ritmo esasperato in Spagna. Secondo alcune stime, fra marzo e oggi, l’emorragia di euro che sta fiaccando Madrid ha raggiunto i 70 miliardi di euro al mese – scrive Maurizio Ricci su Repubblica – Gli analisti di una grande banca come Credit Suisse valutano che se proseguisse per tutto il 2012, raggiungerebbe i 500 miliardi di euro, una cifra enorme, insostenibile, pari al 50% del Pil, cioè tutta la ricchezza prodotta in un anno dalla Spagna. In parte è una ritirata in massa degli investitori stranieri, ma il dato più preoccupante, secondo Credit Suisse, è che negli ultimi mesi anche gli spagnoli hanno cominciato a portare euro all’estero.

Più in piccolo, ma le stesse cose stanno avvenendo anche in Italia, il paese immediatamente dopo la Spagna nella catena del contagio della crisi euro: da marzo 47 miliardi di euro in titoli a medio e lungo termine, registra la Banca d’Italia, sono stati liquidati e sono svaniti oltre frontiera. In realtà, nelle ultime settimane, la situazione italiana si è stabilizzata e il deflusso di capitali, notano gli analisti della banca svizzera, è molto rallentato, mentre si avvitava la crisi spagnola.

Miliardi di euro che se ne vanno dai paesi del Sud in crisi verso le tranquille e solide banche del Nord. Con un movimento che altro non fa se non ingigantire il divario tra le due sponde dell’euro e con il paradosso per cui, della crisi del Sud, beneficia il Nord. La Germania rigorista non vuole comprensibilmente pagare i debiti del paesi meno virtuosi, ma si sta realizzando la situazione per cui la crisi dei paesi del Sud finisce con l’arricchire quelli del Nord.

Conseguenza dei bassi costi che ha per Germania, Francia e gli altri finanziarsi sui mercati internazionali, è infatti il basso costo che le imprese di questi paesi devono affrontare per accedere al credito. Al contrario, al Sud, dove gli stati sono costretti a pagare tassi salatissimi, il mercato del credito ha costi proibitivi per le aziende. Questo perché le banche tedesche, ad esempio, come grandi investitori, nonostante la grande liquidità non prestano soldi alle banche del Sud che, in assenza di liquidità, non erogano credito alle imprese o lo fanno a tassi altissimi. I rendimenti dei titoli pubblici nazionali sono poi, abitualmente, la base su cui si calcolano i tassi dei prestiti alle imprese.

Il risultato della situazione attuale, nota il Credit Suisse, è che nei Paesi forti le aziende pagano sui prestiti circa il 3%, mentre, nei Paesi deboli, il tasso può superare il 6%. Ammesso che il credito, in questi paesi, ci sia. Negli ultimi mesi, il volume dei prestiti alle imprese è cresciuto del 3% nei Paesi forti e si è invece ridotto del 3% nei Paesi deboli e, sempre negli ultimi dodici mesi, le vendite al dettaglio e gli investimenti sono cresciuti, in Germania, Olanda e Finlandia, del 3%, mentre in Italia e in Spagna sono crollati del 10%.