Tra il Fatto e L’Unità i panni sporchi dei soldi pubblici ai giornali

di Riccardo Galli
Pubblicato il 17 Gennaio 2012 15:16 | Ultimo aggiornamento: 17 Gennaio 2012 15:23

Marco Travaglio (Lapresse)

ROMA – Ci facciamo sempre riconoscere… Anzi, si fanno riconoscere. I soggetti in questione, per quanto impersonali, sono due giornali, due quotidiani che dovrebbero essere amici, o almeno affini. E dovrebbero esserlo non solo e non tanto perché si rivolgono almeno in parte alla stessa platea di pubblico, ma soprattutto perché molti che lavorano in uno, hanno fatto parte, prima, dell’altro. Direttore in testa. Il direttore in questione è Antonio Padellaro e i quotidiani sono il Fatto e l’Unità. Quotidiani tra cui è in atto uno scontro all’arma bianca. Tema del contendere: i finanziamenti pubblici all’editoria.

Il Fatto accusa l’Unità di essere stata “morbida” sulle vacanze del sottosegretario Carlo Malinconico perché era lo stesso uomo che aveva in mano la vicenda dei finanziamenti pubblici all’editoria. Il giornale fondato da Gramsci, risponde, piccato, che chi critica fino a ieri mangiava nello stesso piatto senza fare tanto lo schizzinoso. Come dicono i maligni, senza più Berlusconi, si sente la mancanza di un nuovo “nemico”. E torna in auge una vecchia, pessima, abitudine della sinistra italiana: le liti e le gelosie intestine.

Il Fatto e l’Unità sono due quotidiani che il mercato dovrebbe sanamente mettere in concorrenza tra loro, in quanto “prodotti” simili. Ma la loro somiglianza, motivo di competizione sul mercato, li dovrebbe rendere amici al di fuori di questo. Certo “si litiga” anche tra amici, ma c’è modo e modo. E invece la polemica tra i due giornali, condotta non certo in punta di fioretto e penna, sembra animata e animarsi vieppiù, gonfiata e inacidita da gelosie nate in seno a professionisti che hanno lavorato per entrambe le testate. Vecchie e intestine problematiche e gelosie che molto di più valgono che non la stima, presumibile, e la vicinanza.

Domenica, nell’editoriale di prima pagina del giornale da lui fondato, Marco Travaglio scriveva delle dimissioni del sottosegretario Malinconico e del finanziamento pubblico alla carta stampata: “Alcuni giornali imbottiti di soldi pubblici si sono adontati perché abbiamo fatto notare la coincidenza del loro silenzio su Malinconico che li aveva appena imbottiti di soldi pubblici: ma, se la coincidenza non la fa notare l’unico giornale che rifiuta i finanziamenti pubblici, chi altri la farà notare?”.

Ieri (lunedì 16 gennaio), la reazione dell’Unità con un corsivo dal titolo “Quando il direttore del Fatto firmava appelli per i fondi all’editoria”: “Il Fatto è tornato ad attaccare, con i consueti toni inquisitori, i giornali che usufruiscono del finanziamento pubblico. Tra gli smemorati colleghi del Fatto ce ne sono molti che fino a poco fa si battevano in difesa dei giornali “imbottiti di soldi pubblici” e altri che ci lavoravano tranquillamente senza porsi alcun problema di coscienza”. Subito sotto, il giornale ripubblica l’appello in difesa del finanziamento pubblico firmato nel 2006, tra gli altri, anche da Antonio Padellaro: oggi alla guida del Fatto, allora direttore di un’Unità che aveva tra i suoi collaboratori anche Travaglio.

I due, Travaglio e Padellaro, ancora non hanno controreplicato. Ma tutto fa immaginare che presto lo faranno. Una polemica dettata, a quanto sembra, da gelosie di pancia più che da altro, difficilmente si placherà senza che gli attori cerchino di avere l’ultima parola. Quello che è certo è che i finanziamenti pubblici andrebbero probabilmente eliminati. Cancellati perché droga di un mercato conseguentemente falsato. Cancellati perché rappresentano un costo per la collettività, per tutti noi. Costo necessario, oggi, per tenere in vita aziende che altrimenti sarebbero in perdita. Costo che andrebbe cancellato, a prescindere da chi lo difende perché ne beneficia o da chi lo attacca avendolo sino a ieri sfruttato.