Fiscal cliff da stroncare gli Usa, Europa divisa tra Nord e Sud

di Riccardo Galli
Pubblicato il 9 luglio 2012 15:08 | Ultimo aggiornamento: 9 luglio 2012 15:08
monti merkel

Mario Monti e Angela Merkel (LaPresse)

ROMA – Se si cerca la traduzione di “fiscal cliff” su Google il risultato che si ottiene è “scogliera fiscale”, ma per rendere meglio l’idea di quello che questo termine significa e potrebbe significare per l’economia mondiale sarebbe più opportuno adottare un altro dei vocaboli con cui “cliff” si può tradurre in italiano: precipizio. Fiscal cliff vuol dire infatti centinaia di miliardi di dollari in meno per l’economia a stelle e strisce, vuol dire recessione per gli Usa, e recessione della prima economia del mondo è sinonimo di colpo di grazia per tutte le altre economie già seriamente provate. Il fiscal cliff è una scogliera da evitare che però, come ha ammonito anche Christine Lagarde, si profila minacciosa all’orizzonte.

Sul ‘cliff’ in questione gli Stati Uniti danzano pericolosamente. E’ passato poco tempo da quando Washington era a rischio default, un accordo tra democratici e repubblicani evitò il peggio stabilendo un taglio delle agevolazioni per i ricchi e una contemporanea riduzione della spesa pubblica. Alla decisione politica seguì poi l’istituzione di una commissione che con spirito tutt’altro che anglosassone si è impantanata in beghe di partito e interessi locali, perdendo di vista l’obiettivo più importante. E se accordo non ci sarà, l’economia Usa rischia di ritrovarsi, tra agevolazioni scadute e spesa tagliata, con 4/600 miliardi di dollari in meno dal primo gennaio 2013. Una cifra enorme e sufficiente a mandare in recessione la già non ottima economia statunitense. Peggio per loro? Assolutamente no, in primis perché gli Stati Uniti sono la più importante economia del pianeta, a cui tutti noi siamo in qualche modo legati. E poi perché nel panorama attuale, con l’eurozona in ginocchio, la Cina, l’India e il Brasile che non tirano più come prima, la recessione Usa assumerebbe certo le sembianze della classica goccia che fa traboccare il vaso.

“Madame Lagarde – racconta il Corriere della Sera – ha sollevato un’eventualità che sta diventando il cuore di una discussione molto seria: il fiscal cliff, il precipizio di bilancio. Succede che a fine anno gli Stati Uniti rischiano di subire una doppia e contemporanea sottrazione di denaro dall’economia: perché una serie di benefici fiscali (eredità dell’ Amministrazione Bush) scadono e non sarà facile rinnovarli; e perché il piano di riduzione del deficit prevede una serie di tagli alla spesa. Se le cose dovessero andare nel modo peggiore, all’economia potrebbero venire a mancare 600 miliardi di dollari, circa il 4% del Pil. Il guaio è che sembra difficile che democratici e repubblicani riescano anche solo a iniziare discussioni serie su come evitare il fiscal cliff prima del voto presidenziale di novembre. Se la minaccia dovesse ‘materializzarsi perché non è stato raggiunto un accordo – ha sostenuto la signora Lagarde – gli effetti domestici sarebbero severi, con conseguenze negative sul resto del mondo’. A confermare il clima l’Ufficio del Lavoro americano ha comunicato che in giugno sono stati creati 80 mila posti di lavoro. Poco, meno delle aspettative di alcuni economisti, tanto che la disoccupazione rimane stabile all’8,2%, alta per gli standard americani”.

Con questa nuova, ennesima nube temporalesca nel cielo dell’economia globale, l’eurogruppo è chiamato ad un nuovo vertice. Una sorta di secondo tempo dell’ultimo incontro di fine giugno, quello in cui la Merkel fu piegata, quello che vide la nascita dello scudo anti spread e quello che ha suscitato l’ira di Olanda e Finlandia. I risultati di quel vertice sono, in realtà, meno netti di come sono stati dipinti, così la nuova riunione in programma oggi e domani (9/10 luglio) a Bruxelles è molto più di un incontro tecnico per definire i dettagli di accordi presi.

Scrive Federico Rampini su Repubblica: “Non solo i media italiani – che hanno l’attenuante dell’amor di patria – ma quelli del mondo intero avevano preso per buona la versione iniziale: ‘Mario Monti piega Angela Merkel’. (…) I mercati hanno capito per primi che le due “vittorie” erano fasulle”.

Lo scudo anti spread a cui il premier Monti aveva promesso di non ricorrere per l’Italia, non è servito a far scendere i tassi che gravano sui nostri titoli come su quelli spagnoli, vicini entrambi al limite insostenibile del 7%. E poi gli aiuti alle banche spagnole ancora in alto mare: farli transitare attraverso il governo di Madrid significherebbe far lievitare ancor più il debito spagnolo, ma per erogarli direttamente agli istituti di credito la Germania chiede una vera unione bancaria. Giusto, ma non ci sono i tempi, per fare l’unione bancaria occorrerebbe minimo un anno, che le banche iberiche non hanno.

Rampini cita poi altri problemi strutturali italiani e non solo che difficilmente potranno essere risolti con l’eurogruppo ma che incidono, eccome, sulla crisi: la scarsa competitività italiana ridottasi rispetto alla Germania dalla nascita dell’euro di ben il 30%; l’impossibilità di adottare politiche come quella che ha rilanciato l’Islanda, cioè la svalutazione; la fragilità dei sistemi democratici che rischiano di crollare sotto il peso delle tensioni sociali figlie della crisi economica e, infine, quella che Rampini definisce “incognita americana”.

“Il prezzo peggiore gli europei rischiano di pagarlo facendo perdere le elezioni a Obama – scrive Rampini – Lo stato dell’economia americana è l’handicap numero uno per la rielezione del presidente democratico. Se lui perde il 6 novembre, alla Casa Bianca avremo…Herbert Hoover. La politica economica promessa dal repubblicano Mitt Romney – tutta tagli di spesa – è una replica di quella che applicò il repubblicano Hoover contribuendo a innescare la Grande Depressione nel 1929. Una nuova recessione americana sarebbe il colpo di grazia anche per noi”.

Siamo quindi destinati a naufragare sulla scogliera fiscale, sul precipizio di bilancio in cui gli Stati Uniti ci trascineranno tutti? Forse no, una speranza la lasciano intravedere gli economisti che si sono riuniti a Chicago. Anche se non è comunque una prospettiva rose e fiori.

“Venti grandi banche commerciali del mondo scommettono ancora sulla tenuta dell’euro – scrive il Corriere della Sera raccontando gli esiti dell’annuale meeting che riunisce i capi economisti delle banche commerciali di tutto il mondo, una sorta di G20 tecnico – ma mettono in guardia sulla durata della recessione: serviranno anni all’eurozona per uscirne. Riunito a Chicago per il tradizionale summit annuale, l’International Conference of Commercial Bank Economists, (…) ha discusso per tre giorni delle prospettive dell’economia mondiale, (…) il quadro emerso è che in Spagna e in Italia non si scorge la fine della recessione e che la crisi, a Roma e Madrid, è destinata a durare ancora molti mesi, probabilmente anni”.