Grande Guerra: quattro soldati fucilati chiedono giustizia cento anni dopo

di Riccardo Galli
Pubblicato il 19 Marzo 2015 15:49 | Ultimo aggiornamento: 19 Marzo 2015 15:54
Grande Guerra: quattro soldati fucilati chiedono giustizia cento anni dopo

Grande Guerra: quattro soldati fucilati chiedono giustizia cento anni dopo (foto Ansa)

ROMA- Sono le 4,30 del primo luglio 1916, alle prime luci dell’alba come da sentenza emessa neanche 24 ore prima i Regi Carabinieri mettono al muro e fucilano per “diserzione davanti al nemico” il Caporal Maggiore Silvio Gaetano Ortis, i caporali Basilio Matiz e Giovan Battista Corradazzi e il soldato Angelo Massaro. Nessuno di loro aveva compiuto 30 anni. Tutti loro indossavano la divisa dell’esercito italiano per l’esercito italiano combattevano, però l’esercito italiano diffidava di loro e di tutta la 109° compagnia alpina. Erano gente della Carnia, terra di confine. E quindi, quando si trattò di spedirli al muro l’esercito italiano trovò facile, quasi naturale, bollarli e ammazzarli come traditori.

L’accusa fu allora per 80 uomini della compagnia di rifiuto dell’ordine di assalto alle linee austriache. Gli ottanta furono ammassati e processati in una chiesa e tutto si svolse tra il 30 giugno e l’alba del primo di luglio 1916. Un processo veloce. I quattro vengono individuati come i “capi” della rivolta e quindi passati per le armi. Da allora sono i fucilati di Cernivento.

Fucilati 100 anni fa con disonore ma la storia fa relativamente presto a ricostruire come andò davvero. Andò che un capitano, uno come tanti, come troppi in quell’esercito di ufficiali  tanto tronfi quanto poco preparato ed ottusi…andò che il capitano Armando Cioffi, in piena dottrina e ideologia cadorniana, ordinò l’attacco al monte Cellon dalla parte della parete liscia. I soldati erano di quelle parti, sapevano che la parete liscia non era scalabile sotto il fuoco, provarono a suggerire attacco laterale attraverso un canalone. Furono arrestati, processati e fucilati perché si erano permessi di obiettare all’attacco tanto suicida quanto inutile. Infatti nel corso della campagna l’attacco al monte Cellon fu poi condotto, ma dal canalone e per questo risultò vittorioso.

Ma tra il 30 giugno e il primo luglio 1916 il capitano Cioffi e i Regi Carabinieri ebbero soprattutto a cuore la “disciplina ad ogni costo”. Anche a costo di fucilare dei soldati semplicemente saggi come traditori. La dottrina diceva: assalto frontale. E assalto frontale doveva essere, con relativo macello di soldati. Frontale e inutile, eppur doveva essere attacco. Non fu il povero capitano Cioffi un caso isolato, non fu una maledetta eccezione. Il corpo ufficiali nella Grande Guerra era fatto così. Qualcosa cambiò dopo Caporetto e con la sostituzione/destituzione di Luigi Cadorna quale comandante in capo. ma fino ad allora era regola e costume la “decimazione” come stimolo ad uscire dalla trincea, fino ad allora la truppa aveva imparato a temere gli ufficiali e i Regi Carabinieri tanto quanto i nemici. Fino ad allora ordini e regole erano concepiti e costruiti contro la truppa, contro la propria truppa.

Fino ad allora e poi mai più? Salto in avanti nel tempo, i familiari e gli amici dei familiari dei fucilati di Cernivento chiedono di aprire una pratica di riabilitazione. Ma riaprire una pratica così non si può perché una domanda di riabilitazione può essere presa in considerazione solo se a formularla è il diretto interessato. Peccato che i diretti interessati siano leggermente in difficoltà nel preparare la domanda essendo da tempo morti in quanto fucilati. Fucilati dallo stesso esercito che oggi chiede loro, a norma di regola interna, di formulare richiesta di riabilitazione.

Così cento anni dopo i fucilati di Cernivento chiedono se non giustizia che nessuno può più ristabilire almeno verità. Non dovrebbe essere difficile riconoscere pubblicamente che quelle fucilazioni furono peggio di un crimine, furono un errore. Errore materiale e morale. Non dovrebbe essere difficile restituire ai fucilati di Cernivento non l’onore che mai persero ma l’omaggio che mai ebbero. Ai tempi e nei giorni in cui arriva una medaglia anche per un membro dei “bersaglieri per Mussolini” della Repubblica di Salò, quei quattro caporali e  soldati fucilati per lesa idiozia suicida meritano almeno la verità sulla loro morte.