L’Ilva chiusa, la Fiat spenta…E chi governa un 2013 così?

di Riccardo Galli
Pubblicato il 20 settembre 2012 15:16 | Ultimo aggiornamento: 20 settembre 2012 15:16
Ilva Taranto

LaPresse

ROMA – E se l’Ilva chiudesse  davvero e la Fiat bloccasse la produzione in attesa di tempi migliori? Non sarebbe il 2012 dei Maya, ma per l’Italia 2013 poco ci mancherebbe. Con appena un anno di scarto rispetto alle profezie precolombiane  questo è purtroppo uno scenario che ogni giorno diventa meno improbabile. Nel 2013 l’Ilva di Taranto potrebbe essere chiusa per acclarata e non rimossa nocività alla salute  e la Fiat potrebbe andare in una o due delle sue fabbriche italiane in stato di animazione sospesa. Insomma, “spenta” e in vita a respirazione artificiale con la cassa straordinaria in deroga, quella che paga lo Stato. Chi guarderà sgomento tutto questo da Palazzo Chigi se tutto questo dovesse accadere? Pierluigi Bersani, Silvio Berlusconi, Pierferdinando Casini? Quale dei tre o chiunque altro potrebbe reggere ad una Ilva chiusa e a una Fiat spenta?

L’ipotesi di spegnimento delle acciaierie Ilva di Taranto diventa ogni giorno più concreta. Se questo dovesse accadere oltre che a migliaia di disoccupati, quelli di Taranto e a catena quelli degli altri stabilimenti Ilva d’Italia cui l’impianto di Taranto fornisce il semilavorato, l’Italia si troverebbe di fronte a circa 10 miliardi di euro di danno economico complessivo vista la necessità di importare l’acciaio dall’estero. Una prospettiva già di per sé sufficiente a far tremare le vene ai polsi di qualsiasi primo ministro.

Ma chi verrà dopo Mario Monti rischia di trovare una situazione ancor più spaventosa. Senza dimenticare la crisi economica che nel 2013 sarà tutt’altro che alle spalle, l’anno prossimo l’Italia rischia di perdere anche la Fiat. O almeno una Fiat operativa a pieno. Sergio Marchionne non vede segnali di ripresa del mercato dell’auto a tutto il 2014 e quindi, per due/tre anni non prevede investimenti e nuova produzione. Come far sopravvivere quindi gli stabilimenti Fiat in Italia sino ad allora ed assicurare uno stipendio agli operai? Una soluzione, estrema ma non impossibile, sarebbe la cassa integrazione in deroga. Cioè far sì che sia lo Stato a pagare di tasca propria una cassa integrazione ‘eccezionale’ in attesa dei classici tempi migliori.

Scrive Repubblica:

“Cassa in deroga, prepensionamenti, ammortizzatori sociali. Se l’incontro di sabato tra governo e vertici Fiat andrà oltre lo scambio di vedute e servirà ad aprire una trattativa vera e propria sulle ceneri di Fabbrica Italia, la cassa e i prepensionamenti dovrebbero, plausibilmente, essere i temi principali all’ordine del giorno. È evidente che il governo non potrebbe concederli senza ottenere da Marchionne e Elkann un impegno scritto a mantenere aperti i quattro stabilimenti dell’auto in Italia. (…) L’amministratore delegato del Lingotto ha detto di non vedere segnali di ripresa del mercato europeo, e italiano in particolare, a tutto il 2014. Questo significa immaginare di avviare gli investimenti tra due anni e la produzione tra tre. Quante fabbriche potranno resistere tre anni in cassa integrazione con le regole attuali? Certamente non ce la farebbe Mirafiori che da un anno e mezzo lavora a singhiozzo e dal febbraio scorso fa funzionare le linee tre giorni al mese. A Pomigliano invece la cassa finisce a luglio 2013 per i 2.200 dipendenti della vecchia Alfa Romeo che non sono stati assunti sulla linea della Nuova Panda. In misura minore ma ormai significativa la cassa integrazione comincia a coinvolgere anche stabilimenti come Cassino e Melfi. Quest’ultimo fino a pochi anni fa sfornava auto a ritmi molto forti. Quando finisce la cassa integrazione l’unica strada per evitare i licenziamenti è la cassa in deroga: lo Stato mette mano al portafoglio e paga quella cassa che secondo le leggi non sarebbe più possibile. L’alternativa potrebbe essere quella di finanziare una gigantesca operazione di prepensionamento” sempre, ovviamente, a spese dello Stato”. 

Delle acciaierie parla invece Guido Ruotolo su La Stampa:

“L’Ilva si è impegnata a voltare pagina ma il braccio di ferro con la Procura sembra destinato ad avere delle pessime ripercussioni. Ieri (19 settembre ndr) c’è stato un lungo vertice in Procura, e si aspettano le deduzioni dei custodi giudiziari per un bilancio complessivo. Che non è positivo comunque, perché le proposte di interventi dell’Ilva per il risanamento degli impianti, con un investimento di 400 milioni di euro, ‘in nessun punto hanno una identità di vedute’, per dirla con un inquirente, con le prescrizioni indicate dai custodi giudiziari. E la richiesta di tenere gli impianti in produzione, condizione senza la quale l’azienda non farà gli investimenti necessari al risanamento, sarà valutata dal gip Patrizia Todisco. Il parere della Procura sarà negativo. Intanto le procedure di spegnimento di buona parte dell’area a caldo messa sotto sequestro, sono operative. L’azienda dovrebbe attuarle e se non lo dovesse fare i custodi procederanno indipendentemente. Questa volta la procura non si farà mettere all’angolo come fece l’azienda 10 anni fa, che non spense 4 batterie delle cokerie per oltre un anno, dando vita a un braccio di ferro con la magistratura”.

Ipotesi non più di scuola quindi quella di un 2013 senza acciaio e senza auto. Un 2013 annus horribilis che porterà anche elezioni e un cambio quindi alla guida del Paese, ma un cambio che non sembra affatto né facile né sereno. La sinistra dovrebbe essere la favorita, ma con una maggioranza esigua e molti contrasti interni; la destra si dibatte tra scandali e tribunali e un’alternativa non esiste. Potrebbe Bersani, alleato con Vendola, gestire migliaia di lavoratori in cassa integrazione e l’esigenza di trovare i fondi per mantenerli oppure spiegargli che lo Stato non ha i soldi per aiutarli? E potrebbe Berlusconi o chi per lui alzare le tasse per comprare l’acciaio che non c’è più quando ha già promesso di voler abolire l’Imu? Resisterebbe un governo, magari di sinistra, che dovesse ricorrere all’appoggio dei centristi per puntellare una maggioranza scricchiolante sulle decisioni economiche? Improbabile, difficile, certamente da non augurarsi. Fiat e Ilva almeno per ora non hanno chiuso, ma è ora di pensare a cosa accadrà se e quando succederà.

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