Italia-Croazia: in campo Gesù, Santa Rosa, Wojtyla…scarpini per conto di Dio

di Riccardo Galli
Pubblicato il 13 Giugno 2012 15:29 | Ultimo aggiornamento: 13 Giugno 2012 15:29

Una tifosa della Polonia prega (Ap-Lapresse)

CRACOVIA – Già quando a scontrarsi sul campo sono due squadre che si votano a santi diversi la questione teologica non è semplice: chi vince avrà il Dio più forte? Quando poi sul prato verde si incontrano due compagini devote alla stessa divinità il problema diventa quasi insolubile. Ed è il caso della prossima partita degli azzurri: Italia–Croazia. Da una parte la nazionale del Paese che ospita il Papa e che è la “casa” della cristianità, dall’altra la nazionale a scacchi rossi e bianchi rappresentante di una delle nazioni più cattoliche d’Europa e, a complicare il quadro, il terreno dello scontro: la Polonia, paese natale di Wojtyla e paese campione di cristianità.

Dio, per chi tifa? I credenti se la cavano elegantemente con il classico “tifa per tutti e nessuno”, posizione che però non ha mai convinto gli eserciti che si facevan guerra, come non convince tifosi e nemmeno giocatori.

La prossima partita degli azzurri, probabilmente decisiva per il prosieguo dell’Europeo, non è animata solo da questioni tattiche, scelte di uomini e moduli, ma anche da questioni religiose. La vigilia non è spesa esclusivamente a valutare formazioni ma anche santi. Il difensore azzurro Leonardo Bonucci si affiderà come sempre a Santa Rosa, patrona di Viterbo, mentre Emanuele Giaccherini schiererà niente di meno che Gesù (la moglie prima di ogni partita gli invia un sms che recita “in braccio a Gesù”). Forti di Santa Rosa in difesa e del figlio di Dio a centrocampo, più deboli siamo in attacco, dove si può solo sperare nel barese San Nicola, anche se la nazionale azzurra vanta anche il fratello sacerdote del vicepresidente Figc Albertini.

Non da meno però la compagine che dovremo affrontare: la Croazia, nel cui ritiro è atteso l’arrivo del padre Pio dell’isola di Mali Losinji, Zlako Sudac. Inoltre il ct Bilic pare tenga in tasca un’immagine del beato Giovanni Paolo II, un’immagine che in Polonia vale doppio se non triplo, gioca in casa.

Per fortuna degli azzurri i giocatori della nostra nazionale sono stati invitati dai frati di un monastero che sorge vicino al loro ritiro, invitati per farsi benedire le maglie e per conquistarsi anche loro un pizzico di benevolenza di Wojtyla. Il monastero in questione era infatti caro a Giovanni Paolo II che, ai tempi della sua permanenza in Polonia, lo visitò più volte.

La religione, al di là dell’interpretazione ironica e politicamente scorretta sin qui data, entra a pieno titolo e fortemente anche in una cosa assai terrena come il calcio. Senza ricordare l’acqua santa che accompagna Trapattoni basta guardare quanti sono i calciatori che si fanno il segno della croce quando entrano in campo. Ed è probabile che anche calciatori musulmani o induisti, ebrei e pagani facciano altrettanto, portando con loro le immagini sacre del loro credo e simboli che di questo o di quel dio richiamano la benevolenza. La commistione tra sacro e profano è naturale e anche sana, come sani e simpatici sono i monaci del monastero che ha invitato gli azzurri che fanno uno strappo alla regola monastica per seguire gli incontri di calcio e come ancor più sano è il frate, sempre di quel monastero, che in occasione del primo incontro della sua Polonia ha smesso il saio per indossare la maglia, sacra per altri versi, della nazionale bianco rossa.