Riccardo Galli

Camere Commercio stop, burocrati out, bollette e Irap giù tanta roba made Renzi

matteo renzi parlante lapROMA – Cancellazione delle Camere di commercio, enti giudicati inutili, e licenziabilità per i dirigenti pubblici. Tra le pieghe del cosiddetto Job Act targato Matteo Renzi, tra le più pubblicizzate misure come la riduzione dei tipi di contratto e l’assegno di disoccupazione, anche alcune riforme “minori” che minori non sono. Tutte le luci accese sul contratto unico di assunzione (unico nel senso di a tempo indeterminato) a garanzie crescenti con gli anni. Tutta o quasi l’attenzione puntata sull’assegno percepibile da tutti coloro che non lavorano a condizione che si facciano “formare” a un lavoro e un lavoro lo cerchino e lo accettino davvero. Ma già il 10 per cento in meno di costo dell’energia per le aziende e il meno Irap per le imprese pagati con aliquota maggiore fiscale sulle rendite finanziarie si facessero davvero sarebbero novità, luminarie addirittura a raffronto con la lunga notte dell’immobilismo italiano.

Il piano lavoro di Renzi, detto Job Act forse non a caso: job in inglese vuol dire posti di lavoro, lavoro e basta si dice work. Job Act, lavorare per aiutare la nascita di posti di lavoro alla Renzi incassa un general generico parere favorevole dalla Ue, uno scetticismo da parte del ministro Giovannini, un silenzio tra il prudente l’incerto e l’ostile da parte della Cgil e un sostanziale benvenuto finalmente da parte della Cisl. Guardinga ma non ostile Confindustria. Delle reazioni dei partiti inutile dire: rispondono con pavloviane reazioni a seconda se stanno in maggioranza o all’opposizione di…Renzi.

Per la serie last but not least, alcune proposte contenute nella bozza di riforma del mondo del lavoro che non hanno avuto almeno sinora la giusta pubblicità, ce ne sono alcune che avrebbero meritato maggiore attenzione. Esattamente come quella che riguarda i dirigenti pubblici oggi illicenziabili e che, nella testa del segretario Pd, dovrebbero invece diventare assolutamente licenziabili. “Un dipendente pubblico è a tempo indeterminato se vince un concorso – ha spiegato Renzi -. Un dirigente no. Stop allo strapotere delle burocrazie ministeriali”.

Altra novità contenuta nella bozza di riforma che va sotto il  nome di Job Act, è l’eliminazione delle Camere di commercio, “un segnale contro le corporazioni”. Le camere di commercio sono oggi oltre 100, sparse in tutta Italia, e tengono il registro delle imprese gestendo iniziative di promozione e formazione, considerate dal sindaco di Firenze alla stregua di enti inutili. Le loro funzioni, nella testa del rottamatore, dovrebbero passare agli enti locali pubblici che già esistono. E per cui già paghiamo.

Tra una misura e l’altra, merita una menzione la scelta anglofona che ha caratterizzato l’assegnazione del nome al pacchetto di riforme: Job Act. Una scelta che ha mutuato l’abitudine americana di chiamare leggi e progetti di legge “act”, atto. Una scelta che, senza voler cadere nella polemica tra chi detesta i termini stranieri usati e abusati nel nostro linguaggio e chi, al contrario, vorrebbe tradurre anche i nomi propri, ha gettato lo scompiglio tra chi le parole deve scrivere. Lo stesso Renzi, in un suo tweet, ha creato l’hashtag #jobsact e, su giornali e siti, si rincorrono versioni differenti: job act, jobs act, job’s act… Secondo l’uso americano, con buona pace di promotori e/o divulgatori, la dicitura corretta sarebbe job act, senza esse alcuna.

Il documento presentato da Renzi è diviso in 3 parti principali: sistema, posti di lavoro e regole. Vediamolo:

Parte A – Il Sistema

1. Energia. Il dislivello tra aziende italiane e europee è insostenibile e pesa sulla produttività. Il primo segnale è ridurre del 10% il costo per le aziende, soprattutto per le piccole imprese che sono quelle che soffrono di più (Interventi dell’Autorità di Garanzia, riduzione degli incentivi cosiddetti interrompibili).

2. Tasse. Chi produce lavoro paga di meno, chi si muove in ambito finanziario paga di più, consentendo una riduzione del 10% dell’IRAP per le aziende. Segnale di equità oltre che concreto aiuto a chi investe.

3. Revisione della spesa. Vincolo di ogni risparmio di spesa corrente che arriverà dalla revisione della spesa alla corrispettiva riduzione fiscale sul reddito da lavoro.

4. Azioni dell’agenda digitale. Fatturazione elettronica, pagamenti elettronici, investimenti sulla rete.

5. Eliminazione dell’obbligo di iscrizione alle Camere di Commercio. Piccolo risparmio per le aziende, ma segnale contro ogni corporazioni. Funzioni delle Camere assegnate a Enti territoriali pubblici.

6. Eliminazione della figura del dirigente a tempo indeterminato nel settore pubblico. Un dipendente pubblico è a tempo indeterminato se vince concorso. Un dirigente no. Stop allo strapotere delle burocrazie ministeriali.

7. Burocrazia. Intervento di semplificazione amministrativa sulla procedura di spesa pubblica sia per i residui ancora aperti (al Ministero dell’Ambiente circa 1 miliardo di euro sarebbe a disposizione immediatamente) sia per le strutture demaniali sul modello che vale oggi per gli interventi militari. I Sindaci decidono destinazioni, parere in 60 giorni di tutti i soggetti interessati, e poi nessuno può interrompere il processo. Obbligo di certezza della tempistica nel procedimento amministrativo, sia in sede di Conferenza dei servizi che di valutazione di impatto ambientale. Eliminazione della sospensiva nel giudizio amministrativo.

8. Adozione dell’obbligo di trasparenza: amministrazioni pubbliche, partiti, sindacati hanno il dovere di pubblicare online ogni entrata e ogni uscita, in modo chiaro, preciso e circostanziato.

Parte B – I nuovi posti di lavoro

Per ognuno di questi sette settori, il JobsAct conterrà un singolo piano industriale con indicazione delle singole azioni operative e concrete necessarie a creare posti di lavoro.

a) Cultura, turismo, agricoltura e cibo.

b) Made in Italy (dalla moda al design, passando per l’artigianato e per i makers)

c) ICT

d) Green Economy

e) Nuovo Welfare

f) Edilizia

g) Manifattura

Parte C – Le regole

I. Semplificazione delle norme. Presentazione entro otto mesi di un codice del lavoro che racchiuda e semplifichi tutte le regole attualmente esistenti e sia ben comprensibile anche all’estero.

II. Riduzione delle varie forme contrattuali, oltre 40, che hanno prodotto uno spezzatino insostenibile. Processo verso un contratto di inserimento a tempo indeterminato a tutele crescenti.

III. Assegno universale per chi perde il posto di lavoro, anche per chi oggi non ne avrebbe diritto, con l’obbligo di seguire un corso di formazione professionale e di non rifiutare più di una nuova proposta di lavoro.

IV. Obbligo di rendicontazione online ex post per ogni voce dei denari utilizzati per la formazione professionale finanziata da denaro pubblico. Ma presupposto dell’erogazione deve essere l’effettiva domanda delle imprese. Criteri di valutazione meritocratici delle agenzie di formazione con cancellazione dagli elenchi per chi non rispetta determinati standard di performance.

V. Agenzia Unica Federale che coordini e indirizzi i centri per l’impiego, la formazione e l’erogazione degli ammortizzatori sociali.

VI. Legge sulla rappresentatività sindacale e presenza dei rappresentanti eletti direttamente dai lavoratori nei CDA delle grandi aziende.

 

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