Ladri in casa, tutti e quattro hanno sparato. Ma chi legittima difesa e chi no

di Riccardo Galli
Pubblicato il 20 dicembre 2017 9:07 | Ultimo aggiornamento: 20 dicembre 2017 9:07
stacchio-salvini

Graziano Stacchio (a destra), il benzinaio simbolo della legittima difesa, con Matteo Salvini

ROMA – Sparare ad un ladro ed ucciderlo. Un comportamento legittimo in alcuni casi per quanto brutale e un comportamento che, in altri casi, porta lo ‘sparatore’ dritto in carcere con la pesantissima accusa di omicidio. Una differenza che si traduce in numeri: tre morti e un ferito, quattro diversi ‘sparatori’ e quattro storie per tre sentenze, due di condanna e una d’assoluzione. Numeri piccoli ma già sufficienti a rendere l’idea della legittima difesa e del caos normativo che gira intorno a questa nel nostro Paese.

Casi e storie diversi e lontani nel tempo ma sentenze che sono arrivate a pochi giorni di distanza l’una dall’altra: in tutti e tre le circostanze gli imputati si sono appellati al diritto di legittima difesa, ma gli esiti sono stati diametralmente opposti. Un caos e una confusione in realtà più apparenti che reali, le sentenze diverse sono infatti figlie del margine interpretativo che la legge lascia ai magistrati nella valutazione dei singoli casi, e casi in questione che sono simili ma comunque profondamente diversi. Il codice penale italiano mette nero su bianco, all’articolo 52, che: “Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio o altrui contro il pericolo attuale di un’offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa”.

Una modifica al codice varata nel 2006 ha allargato il perimetro della legittima difesa specificando che “…sussiste rapporto di proporzione …se qualcuno usa un’arma per difendere la propria o altrui incolumità, i beni propri o altrui quando non vi è desistenza o vi è pericolo di aggressione”. Insomma, sparare è lecito quando sono minacciate sia le persone che le proprietà, ma la reazione deve essere “proporzionata” alla minaccia. Ed è proprio questo margine di interpretazione che ha lascito lo spazio per sentenze così diverse su casi all’apparenza analoghi tra loro. Veniamo allora ai casi e agli ‘sparatori’ nostrani, cominciando da chi è stato giudicato innocente e ha quindi agito secondo ed entro i limiti della legge.

E’ il caso di Francesco Sicignano, pensionato di Vaprio d’Adda che nel 2015 aveva ucciso con un colpo di pistola un ladro entrato in casa sua. Per lui il gip di Milano ha stabilito l’archiviazione di tutte le accuse e la restituzione dell’arma perché è stato escluso che il ladro sia stato ucciso quando si trovava all’esterno della villetta di Sicignano. “Ho visto la sagoma di un uomo venirmi incontro e ho sparato” era stata fin dall’inizio la versione dell’imputato. Poiché il pericolo era imminente, è stata ritenuta giustificata la legittima difesa avendo l’imputato agito in difesa della propria incolumità. “Sicignano ha reagito nell’unico modo in quel momento possibile, in una frazione di pochi secondi” è stato il parere del gip.

E scagionato è stato anche Graziano Stacchio, benzinaio di Ponte di Nanto (Vicenza), prosciolto da tutte le accuse nonostante avesse ucciso a fucilate un rapinatore che non aveva assaltato la sua stazione di servizio ma una gioielleria vicina. Stacchio era intervenuto per difendere i titolari del negozio e, anche in questo caso, il giudice ha ritenuto la reazione proporzionate perché Stacchio, seppur non in pericolo immediato, agì per proteggere altre persone che invece erano in pericolo.

Diversamente, e molto, è andata invece Walter Onichini e Mirko Franzoni, entrambi condannati per aver superato i limiti, pur elastici, che la legge pone alla legittima difesa. Il primo, Onichini, aveva sparato con un fucile a Nelson Dreca, un ladro che aveva sorpreso nel giardino di casa. Dreca, rimasto ferito, era stato caricato in auto da Onichini e abbandonato sanguinante in aperta campagna, riuscendo comunque poi a salvarsi. Su Onichini pesò, comprensibilmente, il comportamento tenuto dopo lo sparo. Tempistica che è stata fondamentale, in negativo, anche nel caso di Franzoni condannato per omicidio volontario. Nel 2013 uccise in strada Eduard Ndoj, a Serle, un ladro che aveva commesso un furto a casa del fratello di Franzoni. Uccisione avvenuta alcune ora dopo il furto e dopo un inseguimento per le strade del paese.

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