Boldrini bugia sui tetti a quelli “Noi siamo Porsche”. M5S e Sc svelano trucco

di Riccardo Galli
Pubblicato il 1 ottobre 2014 13:18 | Ultimo aggiornamento: 1 ottobre 2014 13:19
Foto Lapresse

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ROMA – Alla fantascienza. Probabilmente a questa categoria somiglia quello che sta avvenendo in Parlamento agli occhi di un operaio, di uno che ha uno stipendio di mille, millecinquecento euro. I dipendenti di Camera e Senato sono sul piede di guerra perché è stato imposto un tetto ai loro stipendi: 240mila euro lordi annui, poco più di quanto guadagna la Merkel. E a partire comunque dal 2018.

Ma quello che è davvero fantascienza deve ancora arrivare. Questi tetti celebrati dalla Boldrini con un post su facebook che parlava più o meno di “trionfo della buona politica” sono, in realtà, come la corazzata Potemkin di fantozziana memoria una boiata pazzesca.

Ha infatti ragione il M5S quando protesta e parla di truffa. I tetti infatti riguardano una voce degli stipendi, non tutte, ergo possono essere facilmente scavalcati. “Il tetto massimo è infatti di 240 mila euro – riporta Tommaso Ciriaco su Repubblica -, al netto però delle indennità di funzione e degli oneri previdenziali”. Ha ragione Scelta Civica quando rifiuta di votare a favore di questa mascherata. Tetti mascherati, stipendi che non devono varcare un certo tetto, però possono metterci anni, con comodo. E soprattutto perché mai per di i dipendenti del Parlamento deve valere un conteggio che non vale per nessun altro?

Dice: tetto a 100. Ma in quel “cento” per i dipendenti delle Camere non si contano i contributi previdenziali e neanche le indennità di funzione, indennità che vengono aumentate. Volgarizziamo ma esemplifichiamo: guadagni 120 e ti metto il tetto a cento. Però non conteggio i contributi e quindi puoi prendere 110 e non cento. E non conteggio le indennità e quindi puoi prendere 120 e non cento. Il tetto è cento, ma puoi prendere di stipendio reale 120. Geniale, no? Proprio la “buona politica” della Boldrini. Tetto a 100, stipendio a 120 e per  farla fina facciamo che a fine mese prendi 118 quando prima prendevi 120. Questa la riforma dei salari dei dipendenti di Camera e Senato, roba che deputati e senatori non si sognano di fare, il gioco delle tre carte in busta imbarazzerebbe anche loro.

Nonostante questo però i dipendenti e i rispettivi sindacati hanno firmato una lettera indirizzata alla Presidenza di Montecitorio, agitando “contenziosi legali” e denunciando atteggiamenti “antisindacali” messi in atto con “assoluta noncuranza dei diritti dei lavoratori”. “A nessuno — scrivono — può essere consentito posporre gli interessi della nazione a non meglio precisate istanze individuali o di parte politica. A questo gioco al massacro io non ci sto!”.

Non vogliono stare, e protestano, perché è stato imposto loro un tetto massimo di 240 mila euro, al netto come detto delle indennità di funzione e degli oneri previdenziali. E non vogliono accettare poi i sottotetti: con i consiglieri che passano da 358 mila a 240 mila euro, i documentaristi da 238 a 166 mila, i segretari da 156 a 115 mila, i collaboratori tecnici da 152 a 106 mila e, infine, gli operatori e gli assistenti (cioè i commessi) da 136 a 99 mila euro. Cioè il tetto più basso, quello più basso non più alto si traduce in circa 4mila euro netti al mese. E, per chi già supera la soglia, il ridimensionamento entrerà in vigore comodamente entro quattro anni, gradualmente.

Mettere ora nel calderone la questione degli stipendi pubblici rimasti fermi per anni causa crisi o quella degli straordinari e delle promozioni delle forze dell’ordine che da altrettanti anni non sono tradotti in busta paga, cioè non vengono pagati, sarebbe un paragone sin troppo facile.

Ma pur umanamente comprendendo l’impuntatura del tutto naturale di chi vede ridurre il proprio stipendio, seppur comunque mediamente ricchissimo, a caratterizzare l’anima della protesta riescono benissimo le parole di Anna Danzi, delegata dei dipendenti di Montecitorio, che lo scorso agosto, quando di questi tetti si discuteva, si distinse con l’affermazione: “Il nostro lavoro richiede una elevata professionalità. Come tutte le cose pregiate, come una Porsche, ha un costo. Nessuno si stupisce se costa di più un diamante di una pietra di scarso pregio”.

A cui rispose, dal Corriere della Sera, un leggermente piccato Gian Antonio Stella: “Una Porsche! Com’è venuto in mente a una delegata dei dipendenti di Montecitorio, per spiegare i mugugni contro i tagli, di paragonare la “macchina” burocratica della Camera a un’auto di lusso che “come tutte le cose pregiate” è giustamente costosissima? Quel tetto di 240 mila euro di stipendio massimo che dovrebbe essere imposto è di 9 mila superiore alla busta paga di Angela Merkel: la cancelliera tedesca ha forse una “professionalità” più bassa dei nostri funzionari? Di più: quel tetto, dopo anni di crisi, consumi in calo, disoccupazione crescente, equivale al Pil pro capite di 9 friulani, 14 sardi, 16 pugliesi o 17 calabresi”.

Ora il tetto c’è, e se i dipendenti non facessero tanto rumore, forse nessuno si accorgerebbe che è in realtà praticamente simbolico.