Libia. Azione militare contro schiavisti: se sarà, sarà così

di Riccardo Galli
Pubblicato il 20 Aprile 2015 12:42 | Ultimo aggiornamento: 20 Aprile 2015 12:43
Foto d'archivio

Foto d’archivio

ROMA –”Per ora” no, ma domani? Domani se l’Onu darà il suo assenso, l’Ue la sua copertura, gli alleati europei i loro mezzi e uomini, la Russia il suo benestare e anche una simbolica partecipazione e qualche paese arabo ci metterà navi, aerei e bandiera, domani sarà azione militare in Libia contro gli schiavisti. Questa almeno è l’intenzione del governo di Roma e questa è la mappa delle condizioni.

Azione militare contro gli schiavisti ma quale azione? Quella o quelle che rendono inagibili le infrastrutture della tratta di carne umane. Barconi e natanti da affondare con azioni di commandos, porti e spiagge da sorvegliare o rendere inagibili con droni, blocco navale selettivo non per respingere i migranti ma per arrestare gli schiavisti.

Ci vogliono accordi internazionali, mezzi militari, alleati, uomini e soldi. Cose che ancora non ci sono, perciò “In questo momento in Libia intervenire con forze internazionali in terra ferma è un rischio assolutamente eccessivo”. Lo ha detto lunedì mattina il premier Matteo Renzi parlando a proposito dell’ultimo, tragico naufragio nel Canale di Sicilia. “Non possiamo pensare di mandare decine di migliaia di uomini senza una strategia, sull’onda dell’emozione. Escludo la possibilità della presenza di uomini a terra, in questo momento”.

Nessun intervento quindi, ma “in questo momento”. Una locuzione ripetuta dal premier ben due volte in una sola risposta che lascia intendere che se l’intervento è ora escluso, tale non resterà per sempre. E’ infatti abbastanza evidente che per affrontare il problema migranti vada questo attaccato all’origine, e l’origine più vicina in questo caso è la Libia (le “origini” più lontane sarebbero la povertà e le violenze che caratterizzano una buona fetta di mondo, ma non sono queste ‘origini’ affrontabili realisticamente). Un dato di fatto riconosciuto oggi anche dal premier italiano che è al lavoro per creare le condizioni per cui un intervento diventi fattibile e non più “un rischio assolutamente eccessivo”.

Ma quali sono le tipologie di interventi possibili e plausibili, e quali sono le condizioni per rendere queste fattibili? Le prime condizioni per rendere un operazione in terra libica possibile sono squisitamente politiche. E la prima di queste è l’inserimento di una qualsiasi azione in una cornice Onu. Serve quindi il via libera delle Nazioni Unite come precondizione per muoversi. E per ottenere questa serve se non l’appoggio almeno un silenzioso assenso di Cina e soprattutto Russia. Mosca e Pechino sono infatti membri permanenti del Consiglio di Sicurezza e, oltre a questo, un qualsiasi intervento che non avesse il benestare russo rischierebbe di far più danni che altro generando nuove tensioni.

Altra questione da risolvere è poi quella del “chi” parteciperebbe ad una missione. E se è quasi scontata per ragioni geopolitiche la guida e la partecipazione in ampia misura dell’Italia ad una simile operazione, decisamente meno scontata appare la partecipazione degli ‘altri’. Altri che sono in primis i paesi Ue, il cui contributo non sarebbe solo gradito ma fondamentale, e poi i paesi arabi: avere infatti una partecipazione del mondo arabo ad un’operazione in Libia renderebbe la cosa molto più ‘digeribile’ per il mondo arabo tutto.

Un’altra condizione politica da realizzare prima di un eventuale via libera è quella della composizione della frammentata realtà politica e statuale della Libia. Oggi nell’ex paese di Gheddafi ci sono due governi (uno filo occidentale e uno più vicino al mondo dei Fratelli Musulmani) che si dividono la sovranità e un’infinità di ras e tribù locali che controllano ognuno un pezzetto di territorio. Avere un unico interlocutore libico è l’obiettivo anche del mediatore Onu Bernardino Leon, che però sta conducendo trattative che sinora non hanno dato alcun frutto.

Realizzate tutte o almeno una parte di queste condizioni la discussione è sul tipo di intervento da fare. Assodato che il blocco navale invocato da alcuni non è fattibile perché è inverosimile immaginare le marine italiana ed europee che rimandano in Libia (la Libia che c’è adesso, cioè un non Stato) le carrette stracolme che attraversano il Mediterraneo, la prima ipotesi potrebbe essere una sorta di riedizione di quello che si fece anni fa in Albania. “L’affondamento dei barconi della disperazione – scrive Goffredo De Marchis su Repubblica – funzionò in Albania, laddove, dopo una crisi politica che sfiorò la guerra civile, si insediò un governo riconosciuto. Il dialogo tra l’Italia e le autorità albanesi consentì alla Marina di distruggere la flotta criminale di Valona e Durazzo”.

Una tipologia d’intervento questa che limiterebbe l’azione internazionale alle coste libiche o poco più. Oppure, si potrebbe immaginare un intervento più radicale, con il controllo non solo della frontiera settentrionale della Libia ma estendendo questo anche al confine meridionale, quello che attraversano i migranti in carovane altrettanto disperate provenienti dall’Africa sub equatoriale.

Con una variabile che oggi nessuno può stimare: il ruolo dell’Isis nel traffico di schiavi e migranti. Sembra cominci ad esserci, non si sa in che misura. Se gli schiavisti diventassero una filiale consociate dell’Isis in Libia allora, e non tanto paradossalmente, molti dei “se e ma” verrebbero a cadere, e molte delle condizioni per un’azione militare in Libia che “per ora” non ci sono si realizzerebbero.