Lotta all’evasione fiscale: tre bluff per dodici miliardi

di Riccardo Galli
Pubblicato il 31 Agosto 2011 15:03 | Ultimo aggiornamento: 31 Agosto 2011 15:03

ROMA –Il contributo di solidarietà che non c’è più, ma quei miliardi li pagheranno gli evasori fiscali. Dimezzati i tagli a Regioni, Comuni e Province, ma quei miliardi li pagheranno gli evasori. Il divieto di conteggiare la leva e la laurea per la pensione di anzianità, ma quei miliardi li pagheranno gli evasori… Fanno, ad occhio e croce una decina di miliardi che pagheranno gli evasori, più il miliardo e mezzo già messo in conto nella manovra a carico degli evasori. Una dozzina di miliardi, roba forte, più del venti per cento dell’intero ammontare teorico della manovra. Insegnano alle prime classi della finanza pubblica che un bilancio redatto sulla base di entrate non calcolabili, tali sono quelle della lotta all’evasione fiscale, è un bilancio che non passa gli esami contabili. Ma fingiamo per un momento che la Bce, bankitalia, il Fmi e l’ Unione Europea ci credano a questa dozzina di miliardi. Come si costringeranno gli evasori a pagarli? Dando la caccia alle “società di comodo” cui sono intestati i beni, forse addirittura pubblicando le dichiarazioni dei redditi dei cittadini e infine invitando i Comuni a partecipare alla caccia dando loro buona parte della “selvaggina” catturata. Eccole le tre misure anti evasione, peccato siano tre bluff.

La caccia alle società di comodo è la quarta volta che parte, non è mai arrivata da nessuna parte. La pubblicazione dei redditi nelle grandi città serve a nulla, non c’è controllo sociale. E i Comuni, ammesso che vogliano, non saprebbero come fare. Son sceneggiate, neanche tanto ben recitate. In tempo di finanziarie “lacrime e sangue” anche la lotta all’evasione è tornata di moda. Almeno a parole. Recuperare parte delle imposte evase sembra essere diventato un pallino anche di un governo di centro destra che aveva sinora sempre criticato le misure più dure pensate per stanare gli evasori. Ma i soldi servono, i conti, come si dice, non tornano e il governo da qualche parte li deve trovare: alzando le tasse e dando la caccia agli evasori. Esattamente tutto quello che aveva sempre evitato. Ma se l’aumento della pressione fiscale, diretta o indiretta che sia, aumenterà di certo, la lotta all’evasione appare, almeno leggendo le novità proposte dall’esecutivo, più che altro come una guerra di facciata.

Un dossier della Corte dei Conti rivela che, negli ultimi anni, la lotta all’evasione è apparsa più che altro come una resa all’evasione. E non solo per chi la fa franca sfuggendo ai controlli, ma anche per chi viene stanato da Agenzia delle entrate e Guardia di finanza. Perché alla fine lo Stato incassa appena l’11% delle imposte evase accertate e solo l’1% se l’evasore non patteggia con il fisco. L’indagine in questione riguarda il periodo 2006-2009, incui sono stati effettuati 1.445.892 controlli: il 95% si è concluso con l’addebito di evasione, per un totale di 71 miliardi di euro che diventano 75 con le sanzioni. E quanti ne sono stati recuperati realmente? Scarso il 10 %. Ma che succede agli evasori una volta scoperti? Il contribuente-evasore ha tre strade principali: il 36% non impugna l’accertamento fiscale, per una cifra che copre il 46% del totale delle imposte evase; il 45% «patteggia» (con sconti fino a due terzi), ma si tratta solo del 13% dell’evasione accertata; il 17% fa ricorso, pari al 41% delle imposte non pagate. In sintesi: i pesci piccoli si mettono d’accordo con il fisco e pagano, meno di quanto avevano evaso ma meglio che niente, i grossi no, non pagano proprio. Su 100 euro di imposte evase accertate, alla fine lo Stato ne chiede agli evasori solo 51. Le pretese originarie vengono praticamente dimezzate. Motivi: sconti dei «patteggiamenti», rateizzazioni, lunghezza dei contenziosi. Dunque gli originari 75 miliardi si riducono a 38. Ma anche questi 38 miliardi di euro sono virtuali, perché vanno riscossi. E lo Stato è un pessimo creditore, almeno con gli evasori: riesce a incassare solo 8,3 miliardi, l’11% dell’evasione accertata. In particolare per i «pesci grossi», i contribuenti che fanno ricorso o non impugnano, per i quali lo Stato incassa solo l’1%. I «pesci piccoli» che patteggiano pagano tutto, poiché «si realizza un compromesso considerato di interesse per entrambe le parti». Gli altri no: sia che facciano ricorso portando la faccenda alle calende greche, sia che restino fermi confidando nell’incapacità del fisco di riscuotere il credito, continuano a spassarsela, come se non fossero mai stati scoperti.

Inoltre «la percentuale del riscosso è andata progressivamente diminuendo dal 2007 al2009, in contraddizione con il potenziamento dell’azione di contrasto all’evasione fiscale». «Ne deriva – conclude amaramente la Corte dei Conti che molta parte dei debiti tributari originariamente accertati non vengono incassati e che gli accertamenti non impugnati sono quelli di minor resa in termini di riscossioni».

Leggendo il dossier della magistratura contabile appare evidente che contrastando l’evasione fiscale si potrebbero ottenere molti di quei denari che occorrerebbero a far quadrare i conti pubblici e così, il Governo, ha manifestato l’intenzione di volersi lanciare nella battaglia. E lo vuole fare nonostante lo stesso Bossi, non esattamente un personaggio di secondo piano dell’esecutivo, poco tempo fa se la fosse presa con Equitalia rea di essere troppo dura nella riscossione dei crediti. Ma al di la del corto circuito logico che spesso s’intravede dietro le mosse del nostro Governo e dei suoi esponenti, appaiono poco serie anche le iniziative pensate per recuperare almeno parte del sommerso. Il vertice Berlusconi – Bossi – Tremonti – Alfano di Arcore ha stabilito che lotta sia e ha riciclato una vecchia proposta di Visco, all’epoca bocciata  dagli stessi uomini che ora la rilanciano: rendere pubbliche le dichiarazioni dei redditi. Compito da affidare ai comuni che tratterranno poi le somme recuperate. Peccato che i comuni stessi siano contrari perché reputano la misura inutile e, soprattutto, inefficace. L’altra novità partorita a casa Berlusconi è quella di colpire le cosiddette società di comodo, quelle dietro cui si nascondono yacht, ville e beni di lusso. Una domande sorge spontanea, ma non era più comodo, semplice ed efficace tassare direttamente yacht, ville e beni di lusso?

 

La lotta all’evasione, il recupero di parte almeno dell’economia sommersa, fatto attraverso questi strumenti, dovrebbe coprire una fetta della manovra camaleontica che il Governo sta cercando di varare. Anche se va detto che le versioni della manovra stessa si susseguono a una velocità tale e le norme compaiono e scompaiono così rapidamente che bisogna affrettarsi a leggerle, che non è detto che questo “giro di vite” all’evasione rimanga nella versione finale. Come che sia, ad oggi, il recupero dell’evasione dovrebbe coprire parte della manovra che serve, tra l’altro, a rassicurare i mercati. Ma i mercati ovviamente non ci credono. Come si può credere ad un’entrata non quantificata e non quantificabile?